lunedì 4 aprile 2016

I ricordi che non vorrei

Oggi ho festeggiato 7 mesi a Bologna e l'ho fatto a tigelle e crescentine sui colli, come fosse una canzone, o un libro. La mia personale versione di 50 Special o di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. O di Bar Sport, meglio.
Sette mesi di una città che sarà mia per sempre, che mi ha fatto diventare meno fighetta con il cibo, ancora più indipendente, più ferma e determinata quando si tratta di difendermi, più tenace. E anche più grassa, ok.
La vera, l'unica, regola di Bologna è che basta veramente poco per non volerla più lasciare, anche se il cuore è rimasto a qualche chilometro di distanza, lei si prende l'anima, gli occhi, lo stomaco. E ti bacia ridendo, è impossibile passare in bicicletta in Piazza Maggiore e non sentirsi baciati con lo schiocco.

Sette mesi che, probabilmente, non sarebbero esistiti se ben quattro anni fa io non avessi vissuto uno dei giorni più appaganti della mia vita. Un minuscolo pezzo di carta per il quale ho sudato e stretto i denti, per il quale la commissione che ha deciso tra sì, se lo merita, o no, fuori dalle palle, era proprio qui, a Bologna. Che fantastica storia è la vita.
Quattro anni fa sono diventata giornalista e una grande carica di motivazione per non arrendermi me l'aveva data la prima edizione a cui ho partecipato del Festival del Giornalismo di Perugia, nel 2011.
Quell'anno, in pochi giorni, ho conosciuto alcune tra le persone più care che ho nella vita e, soprattutto, ho finalmente capito cos'è il sollievo. Mi si è spalancato il cuore sentendomi per la prima volta parte di qualcosa, di qualcosa di bello. Il sollievo dopo esser cresciuta in provincia sentendomi sempre diversa, sbagliata, perché non facevo parte della compagnia giusta, perché mi sforzavo di ridere alle battute che fanno ridere tutti, quando sotto a quel sorriso forzato c'era solo un baratro di noia e di punti interrogativi. Perché non ero bella, non ero corteggiata e avevo interessi che nessuno condivideva. Per me il primo Festival del Giornalismo è stato come Bologna che ti bacia con lo schiocco passando in bicicletta, è stato un è tutto ok detto col sorriso, è stato sentirmi finalmente dove meritavo di stare. "Un giorno questo dolore ti sarà utile", se dovessi sintetizzarlo in un titolo di un libro.

Mercoledì inizierà l'edizione 2016 e io no, non ci sarò. E non perché il lavoro da libera professionista mi impedisca di partecipare ancora tra i volontari che ogni anno mettono ardore e passione al servizio di un culto più alto, il giornalismo. E non è nemmeno perché non credo più nel giornalismo, anzi. Ma quella bambina che piangeva di gioia per essere entrata a far parte di quello che altro non è che un ordine professionale non esiste più. Non so dove l'ho lasciata, dove sia nascosta. Non l'ho dimenticata, a volte la rimpiango, sento la mancanza dell'entusiasmo e della fiducia in una specie di destino giustiziere che, ero convinta, prima o poi mi avrebbe portato ciò mi spettava.
Da qualche parte quella bambina c'è ancora, altrimenti non saprei come altro spiegare certe scelte e certi scivoloni.
È veramente difficile ammettere che una cosa che mi ha arricchito così tanto possa andare avanti senza di me senza sentire la mia mancanza ma l'età che mio malgrado avanza mi ha risarcito con un dono prezioso: la consapevolezza. La capacità di fermarmi e ammettere senza paura di sembrare arrogante che no, io non sono più una volontaria.

Dio, come sono vecchia.

mercoledì 27 gennaio 2016

Il 2016

La mia amica Cecilia sostiene che io faccia scenate per tutto, ma preferisco dire che reagisco male.
Non importa l'entità della situazione, non importa se la soluzione tutto sommato è pure semplice.

Il 2016 è l'anno del mio primo rinnovo di patente ed è l'ultimo che vivrò completamente da ventenne, ovvio che io reagisca male. È esattamente la cosa più appropriata da fare, reagire male.
Come è possibile che i miei vent'anni siano già (quasi) finiti?
Come è possibile che niente di quello che da ragazzina avevo auspicato per il lontanissimo traguardo dei 30 anni si sia realizzato? 
Volevo essere bella, magra, ricca, famosa e sposata. Non sono niente di tutto questo e le prospettive che io possa diventarlo sono fantascienza: 
- Bella, è tardi. Sono vecchia, ho già i capelli bianchi e pure qualche ruga che non è più solo d'espressione. 
- MagraHAHAHAH. Purtroppo mangiare mi piace e pure tanto.
- Ricca, anche se non avessi la p iva servirebbe avere una professione (?) un po' più remunerativa della mia. Social Media Editor Junior? Si traduce con povertà.
- Famosa. Non fashion blogger, non sono youtuber, al massimo qualche amica di mia madre mi saluta sbracciandosi dall'altra parte della strada. 
- Sposata. Servirebbe tutto quello di cui sopra, e invece. Come mi è stato suggerito recentemente C'è chi sa tirare i rigori, chi fare le dosi del Negroni e chi conquistare. Io so fare le dosi del Negroni.

La verità è che si fa sempre in tempo a ricredersi, no?, ma nel dubbio è meglio mettersi avanti preparandosi al peggio, lasciando che l'ansia faccia il proprio corso e mi faccia elaborare a dovere ogni eventuale catastrofica conseguenza.
Una vita spesa a reagire male, già la vedo la targa con il mio epitaffio a cui faranno pellegrinaggio tutti gli ansiosi del mondo, diventando finalmente il vero motore trainante del turismo a Salsomaggiore Terme e riscattando finalmente nel borgo natio la mia granitica nomea di cessa e sfigata.

Ecco sì, vorrei che il 2016 fosse l'anno in cui smetto una volta per tutte di essere una sfigata.
Ma mi sa che il 2016 sarà un altro anno di Negroni (il cocktail raga).


giovedì 31 dicembre 2015

Buoni nuovi disagi a tutti

Quando si arriva agli ultimi giorni di un anno qualunque si sente sempre questo desiderio utilissimo di tirare le somme di quanto successo nei dodici mesi precedenti.
Io, ancora una volta, è con enorme soddisfazione che mi tiro una pacca sulla spalla per essere sopravvissuta. Un grandissimo traguardo.
Ricapitoliamo.
Gennaio è iniziato con quello che si doveva rivelare un nuovo ed entusiasmante lavoro. Negli ultimi mesi del 2014 mi ero fatta uno sbatti incredibile per conciliare lavoro(i) e lezioni a Milano: finalmente avevo ottenuto la possibilità di mettere in pratica quanto studiato e voltare pagina da una situazione divenuta insoddisfacente. Era il 19 gennaio 2015, il Blue Monday (per chi non lo sapesse, il giorno con il picco di maggiore infelicità di tutto l'anno). Al termine del primo giorno lavorativo, alle ore 18.05 circa, sono salita in auto per tornare a casa, mi sono attaccata al volante e ho iniziato a piangere. Ho smesso quando sono svenuta per lo sfinimento, credo. Oppure la mia coinquilina mi ha drogato, ho un vuoto di memoria. So solo che avevo la morte nel cuore e nessuna soluzione all'orizzonte.
Anzi, all'orizzonte si stagliava un altro cambiamento tutt'altro che piacevole: dopo quasi tre anni di convivenza felicissima, l'abbandono. I miei coinquilini, nonché amici, nonché famiglia allargata, essendo tra loro fidanzati, sarebbero presto convolati a giusta convivenza.

Qual è l'unica cosa che non dovrebbe MAI succedere in una simile situazione? La vita è un giochino difficile, si sa, e io ho più tette che tempismo (mi vanno bene i reggiseni di Frozen che vendono al reparto biancheria dell'Esselunga, ok?).
Ci sono un'infinità di cose che potrebbero far peggiorare la vita in un momento già di per sé difficile ma ce n'è una che ho scoperto, a mie spese, essere veramente fatale: conoscere una persona con cui vorresti passare tantissimo tempo con e senza vestiti in un momento in cui l'unica cosa saggia da fare è rimanere soli, soli come in area di rigore, soli come il viandante sul mare di nebbia, soli come la particella di sodio dell'acqua Lete. Soli finché non si trova il modo di sbrogliare la matassa di problemi senza scaricare sull'altro tutte le ansie e le aspettative perché almeno una parte della propria vita sia soddisfacente, senza far dipendere da qualcuno che non sia se stessi quella luce necessaria a illuminare tutto il resto. Nessuno si merita il carico di una simile responsabilità.
E invece.
E infatti.

L'estate ha portato cose bellissime e anche tantissimi nuovi disagi, primo dei quali svegliarsi un mattino e scoprire che lo studio presso cui avevo fatto aprire la mia partita iva circa tre giorni prima era indagato nell'inchiesta Aemilia.
Ma va bene, va tutto bene, e in realtà quello su cui voglio soffermarmi sono le frasi di merda, le figure di merda, le situazioni di merda che ho continuato a collezionare.

Ed ecco quindi la TOP FIVE, aspettando con ansia sempre nuove perle da tramandare ai posteri.

5. Un pranzo di lavoro, la tizia che avevo di fronte continuava a chiamarmi Valentina. Non sapendo che tono usare per rettificare, ho continuato ad annuire. Probabilmente è ancora convinta che mi chiami Valentina.

4. Bloccate in autostrada con la mia collega, la radio passa Max Pezzali.
Io: "Dio che angoscia Max Pezzali, che strazio"
Lei: "Sono appena stata al suo concerto, bellissimo! Un'emozione che guarda..."
Ok.
Sempre con lei, questa volta in ufficio.
Io: "Avete visto quella cazzata che sta girando su FB dell'Huffington Post Voglio essere single ma con te? Che boiata maledetta".
Lei: "L'ho postata proprio ieri sera sulla bacheca del mio fidanzato!"
Ok.

3. All'entrata in discoteca a Forte dei Marmi, un giovanissimo sbronzo furbeggiando cerca l'approccio: "Allora ragazze Capannina staseraaaah??"
Io, simpaticissima: "Ma va là che avrò dieci anni più di te".
L'amico: "Anche venti".

2. Al termine di un primo appuntamento, macchina, momento dei saluti.
Lui: "Devo confessarti che io stasera ho provato veramente... Freddo."
Io: "Scusa?"
Lui: "Sì mi sono vestito poco e ho avuto veramente freddo".

Ed ecco l'unico, l'inarrivabile, il numero uno:
"Hai la faccia da stronza, sei molto bella ma per quanto tu sia bella e per quanto tu possa sorridere avrai sempre la faccia da stronza che se la tira".

Benone raga. Buon anno, buoni propositi ma soprattutto buoni disagi.



giovedì 10 dicembre 2015

Calzini blu

Va beh avevo detto che non avrei aspettato un mese per scrivere di nuovo e invece.
E invece come al solito il tempo scivola, mi dimentico di tutto quello che avrei dovuto annotare e va a finire che oggi è il 10 dicembre e, tra tutte le cose che avevo pensato di raccontare, al momento mi viene in mente solo l'entusiasmo ingiustificato per una nuova linea di calzini in cotone di Calzedonia, di cui annovero già almeno dieci paia. Tutti blu, coerentemente con il mio autismo cromatico.

In mia difesa: grazie al cielo e dopo anni passati a fare ogni sforzo possibile perché succedesse, sono riuscita a trasformare la mia più grande passione, nonché unica abilità che Dio mi abbia concesso nella vita, in un lavoro. "Lavoro".
Nel senso, secondo voi i sommelier bevono vino anche durante il tempo libero? Non credo. Acqua, Coca Cola, spremuta, tutt'al più una birretta.
Gli chef cucinano anche tra le mura domestiche? No. Focaccia, sughi pronti e minestrone in busta.
I falegnami si mettono a piallare le persiane durante le ferie? No, vanno al mare, al cinema, a scuola di tango.

Ecco, io scrivo tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, ogni tanto pure il sabato e la domenica. Quando torno a casa e finalmente mi levo scarpe, giacca e jeans, l'unico pensiero fisso è CIBO, seguito da NETFLIX. O dal libro di turno, se ho la fortuna di incrociare qualcosa che non mi faccia venir voglia di spostare il titolo nel cloud senza possibilità di ritorno. EH SI SIGNORE E SIGNORE, spostare nel cloud is the new bruciare le pagine: una delle scelte che ho fatto trasferendomi qui a Bologna è di non trascinarmi appresso gli scatoloni di libri. Con molto dolore nell'anima ho portato solo il Kindle, mio migliore amico insieme alla caffettiera Alicia e alla solita bicicletta Emilia. Alicia e Kindle stanno insieme dopo un sacco di sospiri innamorati da parte di lei che ha passato ogni mattina per almeno sei mesi a smicciarlo. Emilia, invece, passando la maggior parte del suo tempo insieme a me ovviamente è single ma credo le stia bene così, nonostante la mountain bike sempre parcheggiata affianco cerchi di appoggiarsi ogni notte. Me lei niente, non ne vuole sapere. Preferisce l'eleganza alla sportività e me lo fa notare ogni volta che andiamo insieme a prendere il gelato alla Cremeria Santo Stefano, molto frequentata da possessori di bici a scatto fisso.

Non ho perso, né mai (spero) perderò questa troppa fantasia che mi affolla la testa da sempre. Mia madre si diverte molto nel ricordarmi che a circa tre anni le chiesi di scrivere per me una lettera per raccontare a mia nonna che durante il soggiorno a Canazei avevo avvistato al parco giochi una mucca gialla e una bianca, un piccolo elefante e altre amenità che ora mi sfuggono.
In passato, più di una persona ha additato questo esubero di immaginazione come un problema, un limite a cui porre rimedio. Io credo che sia al tempo stesso il mio più grande pregio e il mio peggior difetto: non c'è bisogno di spiegare perché.
Tutto questo girotondo per arrivare qui e qui: è vero che trascuro questo blog ma tutto quello che scrivo mi dà la possibilità di raccontare il mio territorio, la mia regione, nel modo che più mi appartiene, con tutta la fantasia di cui sono capace, con quell'amore che si riserva solo alle proprie radici, velato sempre da tantissima ironia.
Qui ci sono (anche) le mie favole, disseminate di persone, cose, aneddoti e luoghi che fanno parte di me e senza dei quali niente di quello che ho scritto e scriverò potrebbe esistere:





lunedì 2 novembre 2015

Lost. And Found.

Due mesi. Due mesi di assenza durante i quali le idee per scrivere erano tante, tantissime: il cambiamento, la ritrovata sensazione di libertà, i momenti di panico e di indecisione, la paura dell'abbandono, la bellezza di scoprire una città che mi ha chiamato a sé e mi ha convinto, nonostante tutto.

Sono sempre stata una persona troppo soggetta ai repentini sbalzi di umore, ma nelle ultime settimane credo di aver raggiunto un buon livello di comprensione nei confronti di chi soffre di disturbo bipolare. Felicità momenti futuro incerto, il tatuaggio perfetto se solo fossi propensa a farmi marchiare la pelle ad inchiostro.

La verità è che ho vissuto emozioni talmente contrastanti e laceranti che, nonostante fossi consapevole che scrivere mi avrebbe fatto bene, non sapevo proprio da dove cominciare.
Potrei cominciare dicendo questo: invece di scrivere, ho concentrato ogni possibile sforzo nel non farmi travolgere, nel trovare me stessa in una situazione in cui non potevo più essere la stessa persona che sono stata fino a quel 2 settembre.

Come avevo pronosticato, per me è iniziata una nuova stagione e, nonostante io ora disti solo un'ora e mezza di macchina da (?) casa, ci è voluto (e ci vorrà ancora) un po' di tempo per adattarmi al nuovo clima. Giorno dopo giorno, ho capito che la lontananza dal mio orticello di certezze significa letteralmente ricominciare dall'ABC: nuovi rapporti, nuovi spazi, nuovi punti di riferimento e una nuova geografia in cui trovare il proprio posto. E non si tratta di metafore: avete una vaga idea di quanta fatica si faccia a trovare un supermercato in cui ci si senta a proprio agio? E la farmacia del cuore? E la lavanderia? E ZARA?? E il calzolaio, la gelateria, il bar con i tavoli al sole, l'angolo di verde dove fare jogging, l'edicola con l'edizione francese di Elle, LA PIZZA A DOMICILIO.
Appunto, una nuova lingua.
Dio solo sa quanto mi sono commossa quando finalmente ho trovato l'Esselunga, e quanti improperi ho lanciato al cielo tutte le volte che mi sono persa, non solo in macchina. Dichiaro pubblicamente, nonostante l'imbarazzo che ancora mi provoca questo episodio, che una sera ho vagato a piedi per un'ora e ventitré minuti perché incapace di ricordare il nome della via dove avevo posteggiato. E no, non ero ubriaca.

Inutile negare, è vero che sono una quasi trentenne autonoma, indipendente, concreta e whatever qualunque vocabolo che descriva il sapersi arrangiare da soli ma avrei voluto che con me ci fosse qualcuno capace di essere un porto sicuro nella burrasca della burocrazia, delle nuove abitudini e di quei momenti in cui regaleresti alla Caritas il paio di jeans preferito, quello che ti fa il culo perfetto, pur di avere i tuoi amici lì dove dovrebbero essere, dove sono sempre stati fino al 2 settembre: vicino. Gli stessi che avevo paura mi dimenticassero e invece hanno trovato il modo di esserci, ogni giorno, tenendo vivo quell'orticello di certezze che è rimasto lì, basta innaffiarlo e togliere le erbacce.
E invece no, per l'ennesima volta ho fatto da sola, lottando contro quel senso di inadeguatezza che troppo spesso torna a farsi sentire e cercando il modo migliore per essere quella persona di cui ho imparato a fidarmi.


Quello che non è affatto cambiato rispetto a prima è che ovunque ci sia il rischio di finire in una situazione grottesca IO CI SONO SIGNORE E SIGNORI. Sono lì evidentemente perché la vita ha un gran senso dell'umorismo e vuole mettermi alla prova.
Ma questa è la promessa di un altro racconto. E non passeranno altri due mesi prima che scriva di nuovo. Lo giuro.

mercoledì 2 settembre 2015

Il mio ultimo giorno d'estate

Oggi è il mio ultimo giorno d'estate.

Lo so che mancherebbero ancora 18 giorni per dichiararla ufficialmente finita e lo so che per tanti il vero inizio di anno nuovo si festeggia con la fine di agosto ma niente. Io l'ho spostato un po' più in là perché sì, domani sarà il mio personalissimo Capodanno.

Vi racconto una storia, non una storia qualunque. Metto le mani avanti per evitare banali espedienti in cui chi racconta parla in terza persona per estraniarsi dagli eventi, pur avendoli vissuti sulla propria pelle.
La protagonista di questa storia sono io, sto scrivendo seduta al tavolo della cucina dei miei genitori: la stessa che mi ha visto passare dal seggiolone alla tavola, la prima che abbia subìto i miei esperimenti culinari, quella che ha raccolto negli anni tante, troppe, ore di chiacchiere, litigi, aneddoti, telegiornali, tè e biscotti, chilometri di pasta all'uovo fatta a mano ma mai da me.
Sto scrivendo di questa mia estate appena trascorsa, iniziata, come sempre, in Versilia ancora prima del solstizio del 21 giugno, proseguita con un viaggio memorabile in Sardegna e con ancora tanta Versilia, focacce, birre, mojito, terrazze, baci ridicoli e fugaci giusto per sentirsi dire quei Sei bellissima che mai ha pronunciato chi avrei voluto che lo facesse.

Un'estate in cui ho lasciato cadere nel vuoto alcune zavorre, per esempio svariati centimetri di capelli e quella mia tendenza a voler sempre avere l'ultima parola.

Un'estate di libri di cui poter parlare (ricordiamo con rinnovata vergogna le letture della scorsa estate): Atti osceni in luogo privato, i nuovi episodi del Bar Lume, la serie inaspettatamente avvincente di Flavia De Luce e la rilettura di La verità sul caso Harry Quebert che ha portato a galla sensazioni e ricordi fortissimi come solo un libro così perfettamente orchestrato può fare.

Un'estate culminata con una proposta lavorativa in cui non osavo nemmeno più sperare, arrivata proprio quando mi ero rassegnata alla mediocrità, a pensare di me stessa di non essere all'altezza di un lavoro in cui mettere a frutto creatività ed esperienza.

Un'estate in cui avevo riposto le speranze per dimenticare chi, forse senza volerlo, mi ha inciso l'ennesima cicatrice di cui, onestamente, non sentivo tutto 'sto gran bisogno. Abbi pazienza, mi dicevo, il tempo è gentiluomo.
Il tempo forse sì, ma il destino invece è un gran infame e mi convinco sempre di più che nel momento in cui Dio, o chi per lui, stava distribuendo il tempismo, io mi stessi piastrando i capelli, o forse fissando le doppie punte, o molto probabilmente ero al bar appollaiata su uno degli sgabelli in vetrina.

Volevo scappare dai problemi e chiuderli in un baule a chiusura stagna, mai più vedere le strade, le vie e i locali teatro di una delle più grandi delusioni nel mio recente passato e invece niente, mi ha chiamato a sé. E domani mi trasferisco. Da domani mi aspetta una stanza con microarmadio e balcone vista ferrovia, una coinquilina con cui condividere l'amore per il vino fermo e l'odio per il fritto e l'ombra di due torri che da tanti anni fanno di tutto per stare più vicine di quanto previsto.

Oggi è il mio ultimo giorno d'estate e l'autunno è la mia stagione preferita.

venerdì 10 luglio 2015

Hell's scatola

La vita della pendolare con due lavori part time non è affatto facile, sopratutto perché l'autonomia delle ore di veglia termina più o meno intorno alle 22.30: lo so, perfino i residenti della Casa Protetta Villa Olmo hanno più vita notturna di me, ma se si considera che mi sveglio tutte le mattine alle 5.30 è già un miracolo che non mi sia (ancora) mai addormentata sul treno saltando la mia fermata.
Date queste premesse, va da sé intuire che ogni sera è necessario che io compia scelte determinanti per il mio domani: esco con gli amici, mi depilo, guardo un film mangiando yogurt, faccio un paio di lavatrici e tolgo quello strato di rumenta che mi sta foderando il pavimento di casa o faccio la spesa?
Ecco dopo dieci giorni di pendolarismo quest'ultima non ha mai vinto, al punto che ieri sera mi sono trovata il frigo letteralmente vuoto, se non per una busta di quella che presumo essere stata insalata e mezza vaschetta di bresaola la cui consistenza ricordava molto le espadrillas che uso per andare in spiaggia. Di accendere forno e fornelli se ne riparla a settembre, l'Esselunga purtroppo non ha ancora capito di rimanere aperta oltre le 21, e la prospettiva di rivestirsi e uscire era allettante quanto tuffarsi in una piscina di olio bollente.
La ricerca di qualcosa di commestibile mi ha portato alla scoperta della dispensa, antro di cui avevo quasi dimenticato l'esistenza e il cui contenuto non veniva aggiornato da settimane/mesi/chi può dirlo.
C'è stato un momento della vita in cui devo aver avuto paura di una catastrofe naturale di proporzioni epiche per giustificare la quantità di cibo in scatola che ho trovato. Benedetta mia nonna e quel suo crescermi all'insegna del Non si sa mai: oggi posso vantarmi di avere le competenze necessarie per pubblicare la GUIDA ALLA SCATOLETTA GOURMET.

- Il tonno in scatola è l'alleato numero 1 ma evitare accuratamente le "Insalatissime" in scatola Riomare, a meno che non abbiate la capacità di digerire anche i sassi.

- Il signor Valfrutta ha già ricevuto il Nobel? No? Cosa stiamo aspettando?? Io non lo so come si sia arrivati ai Cotti a Vapore in Scatola, chi abbia avuto la geniale intuizione ma vorrei dire grazie, con tutto il mio cuore grazie. Ci rendiamo conto che è cibo già cotto, pulito, commestibile e senza nessun particolare condimento che ne alteri il gusto??
Segnalo solo per veri intenditori il Farro cotto a vapore.

- Menzione d'onore a Bonduelle che, oltre ad aver messo in scatola qualunque ortaggio presente in natura, ha fatto un passo oltre mescolandoli in pratiche monoporzioni, tutte pronte per essere abbinate al farro di cui sopra.

Ricetta del giorno:
Prendere una scatoletta di Farro cotto al vapore Valfrutta, rimuovere la linguetta, versare l'intero contenuto in un piatto. Aggiungere l'intero contenuto di una scatoletta di Riomare nel nuovo pratico formato Leggero (non c'è bisogno di scolarlo). Per dare un tocco mediterraneo al vostro piatto, consiglio di aggiungere infine un paio di cucchiai di un ortaggio a scelta: personalmente apprezzo i Fagiolini finissimi di giornata Valfrutta ma se volete proprio esagerare si può mescolare un mix di verdure Bonduelle. Condire a piacimento e accompagnare con cracker o pancarré.
Buon appetito!

Non sono affatto stanca, le occhiaie sono per moda

venerdì 3 luglio 2015

La precaria che salì la collina

Io sono sempre andata in cerca delle storie a lieto fine: che fossero d'amore, di amicizia, di formazione personale. L'ho sempre voluto so badly questo lieto fine, magari non quello canonico stile Disney, ma comunque quello in cui gli sforzi del protagonista vengono premiati con traguardi e nuovi inizi.
Quando ho aperto questo blog credo che il mio traguardo fosse smettere un giorno di essere precaria: pensavo che, ad un certo punto i miei sforzi sarebbero stati premiati con "il lavoro dei sogni", quello che ti dà la sicurezza necessaria per essere felice in modo concreto e senza fronzoli. Che mi sarei svegliata un mattino, adulta e soddisfatta.
Sono passati quasi quattro anni da quel 24 luglio in cui la prima cosa che ho scritto era che ho la capacità innata di cogliere l'essenza delle situazioni.
Quello che non avevo assolutamente colto è che sarei stata precaria tutta la vita. Precaria, perennemente insoddisfatta e inquieta. E felice.
C'è voluto un po' per capirlo ma alla fine avevo davvero ragione Tonino Carotoneè un mondo difficile, felicità momenti futuro incerto.
Ed eccomi qua, una precaria che da contratti co.co.co, co.co.pro, stage, collaborazioni saltuarie, ritenute d'acconto è passata a, attenzione, LA PARTITA IVA.
Sono tre giorni che mi sveglio alle sei del mattino per fare la pendolare, 24 ore a disposizione in cui incastrare a forza due lavori part time in due diverse città, qualche lavatrice, qualche birra e qualche ora di sonno. Non so quale parte del mio cervello mi abbia suggerito che potevo farcela ma occhei, lo sto facendo, e con un entusiasmo che non pensavo mi potesse mai appartenere.
Eccolo qua, il mio lieto fine e nuovo inizio: una scelta di amore e di precariato, la felicità più grande è la certezza di potermi fidare di me stessa.



giovedì 11 giugno 2015

Di ritorni, di voglie e di donne che non hanno voglia


Me la immagino la voglia che ha di tornare sulla Terra Samantha Cristoforetti. 

Te vedo sciupata Samantha.

Eh Samantha cosa fai quest'estate eh?

Eh Samantha ce vai al mare? Una frittura dopo tutte quelle pastiglie?

Eh ma quant'è bbbello dormire in un letto vero eh Samantha?

Chissà quant'è che non ti fai la ceretta. Ma le sopracciglia come facevi? Ma e il ciclo? Ti sono venute regolari? Come facevi con i tampax eh Samantha EH??

Eh Samantha bello lo spazio ma le lasagne là non le mangi eh IHIHIH.





giovedì 28 maggio 2015

Turista a casa mia

Sono passati tre anni da quando me ne sono andata dal natio borgo selvaggio ed ogni volta che torno provo sempre quel miscuglio di sensazioni che accomuna, credo, chiunque abbia lasciato senza rimpianti un piccolo paese di provincia per una realtà più grande: la sicurezza trasmessa dalle strade percorse centinaia di volte e dai panorami impressi nella memoria si intreccia inevitabilmente con l'estraneità a un ambiente divenuto non più così familiare.
Per chi ancora non l'avesse capito, il natio borgo selvaggio è Salsomaggiore Terme, amena località termale incastonata tra i colli parmensi, al confine con la provincia piacentina.
Chiamata amichevolmente "Salso" da noi indigeni, ha raggiunto la fama durante il secolo scorso grazie principalmente a due fattori: innanzitutto, le cure termali, appunto, frequentate per decenni nello stabilimento in puro stile liberty dedicato a Lorenzo Berzieri, medico scopritore delle proprietà terapeutiche dell'acqua salsobromoiodica, e il concorso di Miss Italia che qui si è svolto per innumerevoli anni, suscitando l'insofferenza di noi salsesi a cui la città veniva sequestrata in favore dello showbiz.

Il tempo che passa porta con sé cambiamenti inevitabili e, per quanto ancora la maggior parte dei miei ex concittadini non se ne capaciti, Salsomaggiore non è più quella scintillante ville d'eaux il cui nome bastava ad evocare feste, eleganza, jet set internazionale.
Salsomaggiore è cambiata, ha iniziato a svegliarsi da un torpore che dura da troppo tempo e io vi voglio raccontare come.

Impianti sportivi, strutture alberghiere e termali, buona cucina, vita semplice e aria fresca sono davvero un buon punto di ripartenza: Salsomaggiore sta affiancando alla sua storica vocazione di città della salute anche quella per lo sport, dimostrandosi perfettamente all'altezza della situazione ospitando dal 15 al 24 maggio i Campionati Nazionali Universitari, tornati dopo vent'anni di assenza.

A Salsomaggiore il turismo sportivo sta facendo (ri)scoprire tante possibilità finora trascurate, o forse dimenticate, ma tant'è che di motivi per visitarla almeno una volta nella vita, oppure per tornare a guardarla con occhi diversi, ce ne sono parecchi. Io ve ne voglio anticipare quattro:

- Essendo in provincia di Parma, la prima cosa che viene in mente pensando a questa zona d'Italia è CIBO. Ottimo cibo, e infatti avete ragione, soprattutto se non avete rinunciato a carne e derivati animali.
Tre sono i percorsi enogastronomici doc nati sotto il segno della tradizione, che si affiancano ai musei del cibo dedicati sia al Territorio che all'arte del fare quei prodotti sempre artigianali che contraddistinguono la nostra storia:
Strada del Culatello di Zibello
Strada del Prosciutto e dei Vini dei Colli di Parma
Strada del Fungo Porcino (questo è anche per voi amici vegani e vegetariani)

- Il Palazzo Berzieri, menzionato poco fa, è il centro termale in stile Liberty decò inaugurato nel 1923 e divenuto da subito il simbolo della città, grazie soprattutto all'apporto artistico di Galileo Chini, lo stesso che si occupò di decorare la sala del trono del Palazzo Reale di Bankok.
Sembra incredibile che in un piccolo paese della provincia di Parma si nasconda un pezzo d'Oriente, eppure è così: basta varcare le porte di vetro (le stesse varcate da Robert De Niro nei panni di Alfredo in Novecento di Bernardo Bertolucci) per respirare ancora il fascino di un luogo senza tempo, segnato indelebilmente dall'influenza orientale e dal gusto di una società che aveva voglia di essere costantemente stupita.
Da qualche anno, le aree un tempo dedicate alle cure termali sono state trasformate in percorsi benessere e spazi per trattamenti corpo e viso: dai bagni aromatici ai trattamenti anticellulite, dai centri Estetici alle piscine Mari d’Oriente.

- Salsomaggiore è uno dei comuni toccati dal Parco Regionale Fluviale del torrente Stirone. Perfino noi spesso ce ne dimentichiamo ma tutta l'area oggi abitata è in realtà un enorme sito di interesse sia geologico, che paleontologico, per l’abbondante presenza di fossili, importanti testimoni dell’antico mare padano che ricopriva l’attuale Pianura Padana. Il Parco dello Stirone ne è la testimonianza, soprattutto per la presenza degli spettacolari canyons scavati dall’azione erosiva del torrente.
E quindi non solo Terme, la salute passa anche attraverso gli itinerari naturalistici: il Parco consente l’osservazione di una ricca varietà di ambienti: la zona fluviale, i boschi, le zone aperte, i calanchi, particolarmente suggestivi da un punto di vista paesaggistico e ricchi di specie vegetali ed animali.

- A pochi chilometri dal centro città e nascosto tra le colline ci sono 70 ettari dedicati al golf ma non solo. Al cibo, ma non solo. C'è un posto da cui ammirare nei giorni di sole tutta la Pianura Padana che si stende ai piedi della "nostra" valle silenziosa e mozzafiato. Questo posto si chiama Salsomaggiore Golf & Thermae e fa sentire a casa con una facilità disarmante.









martedì 19 maggio 2015

Sparkle che carineria

Eccomi di ritorno, in via eccezionale o forse no, perché stare senza scrivere non ci riesco e infatti sono stata coinvolta dalla redazione del mensile online Sparkle (nella persona della mia very special amica Francesca) per partecipare al progetto #STAYSPARKLE.

Sarebbe?
Raccontare, con una breve, o lunga, lista quali sono le cose grandi o piccole che rendono la tua vita più luminosa e brillante: un mazzo di peonie da un ammiratore sconosciuto, il 30 in statistica all'università, il sorriso senza denti della nonna che ami, la tua fossetta sul mento, scattare fotografie di tramonti o tutto quello che ti viene in mente.

Ecco cosa è venuto in mente a me:

Luminosa e brillante non sono certo gli aggettivi che userei per definire la mia vita. Se la dovessi descrivere in poche parole userei una citazione della mia scrittrice italiana preferita, Stefania Bertola: "Una vita precaria e senza marito".
Ed essendo la mia una vita perennemente in bilico tra disagi economici, sentimentali e interiori, queste sono le cose che mi rendono tutto più facile:
- I libri di Stefania Bertola, appunto. Da leggere senza moderazione in ogni momento di pessimo umore.
- Andare al cinema. Estate e inverno, non importa. Adoro l'odore delle sale di proiezione, l'attesa e la trepidazione mentre si acquista il biglietto, le pubblicità e i trailer che anticipano il film.
- Le patatine fritte. Non sono nata con il metabolismo che mi permette di mangiarne manate ogni giorno ma resto dell'idea che rinunciare alle patatine fritte con la senape sarebbe un insulto a una delle cose migliori partorite dall'uomo.
- Il filadelfo. Che non è una crema spalmabile taroccata del discount ma una pianta con relativo fiore, il mio preferito: cresce a cespugli rampicanti, fiorisce a maggio, profuma di nespole.
- E poi ci sono la bicicletta e la musica: li ho messi insieme perché per me sono un'accoppiata vincente e indivisibile. Attraversare la mia città in bicicletta ascoltando la mia playlist o Radio Deejay fa bene all'umore, alle calorie e all'autostima (Vi siete mai specchiate nelle vetrine con i capelli al vento? Ecco).

E anche la mia collezione di magliette a righe bianche e blu.


mercoledì 22 aprile 2015

Per dire

Sì ecco...
Non è che ho poi tutta 'sta voglia di scrivere ultimamente eh. Me la sto prendendo comoda, per dire.
Non che non ne senta il bisogno eh, anzi. Ho riflettuto su cosa mi impedisca di mettermi lì a digitare cose come un tempo.
Ho anche pensato di scrivere un addio tipo ehi raga guardate chiedo umilmente scusa ma io non mi ci trovo più tanto a mettere per iscritto tutte le mie cazzate, non so. Scusate, un abbraccio. E giù il sipario.
La verità forse è che non ho più niente da dire, niente che valga la pena di essere letto. Eppure mi piacerebbe davvero sviscerare tutto quello che vivo ogni giorno, anche solo per essere una voce rassicurante per chiunque laffuori abbia dei seri problemi di gestione dell'ansia, o soffra di insonnia cronica, o sia perennemente indeciso sul proprio colore di capelli, o ancora sia insoddisfatto di qualunque cosa si possa essere insoddisfatti nella vita. Cose di tutti i giorni che mandano in sbattimento. Lo sbattimento rimane ma è sempre bello sapere di non essere soli. Un pat pat sulla schiena e passa tutto, tipo il ruttino dei neonati.

Non so se questo sia davvero il mio ultimo post, nel dubbio quanto segue sono sei cose che ho imparato, sei cose che se io fossi il personaggio di un libro tramanderei ai miei eredi sul letto di morte. Già mi vedo: Nipoti miei mi raccomando, abbiate sempre cura di voi stessi, rispettate il prossimo e non mettetevi le calze color carne.


- Non esiste periodo infelice che non abbia la luce in fondo al buio ma, soprattutto, quella luce sarà sempre meglio di quella che avete lasciato alle spalle. E quando finiscono, i periodi infelici lasciano sempre spazio a una nuova consapevolezza. Ed è proprio allora che finisce la paura.

- Piangere fa bene. Perché no? Voglio dire, secondo me ci sta, anche se è una reazione inutile e infantile ma è sicuramente liberatorio. E fa pure perdere calorie.

- Non esiste nessun valido motivo per cui non reagire alle difficoltà.

- La famiglia è una cosa meravigliosa. E per famiglia non intendo solo i parenti di sangue, intendo anche gli Amici. Magari sono tutte persone irritanti, testarde, spesso superficiali, ma sono le uniche che sanno come prendersi profondamente cura di voi. Nonostante tutto.

- Diventare amici di se stessi è il migliore investimento che si possa fare. Perché essere onesti e autocritici prima di tutto con se stessi ridimensiona ogni tipo di problema, oltre a rendere la solitudine uno dei momenti migliori della giornata.

- Fare sport, correre, saltare, qualsiasi cosa che sfianchi fino a voler vomitare i polmoni è il miglior rimedio immediato. Il cervello non pensa assolutamente a niente se non a CONTINUA A RESPIRARE.

Forse sono diventata saggia, forse mi faranno santa. O forse sono solo diventata adulta.



domenica 8 marzo 2015

8 marzo 2015

Pensa a quando il nuovo coinquilino mi sentirà cantare.
E giù a ridere da sola.

Sì, sono una simpatica umorista soprattutto per me stessa, prima che per gli altri, e meno male perché ultimamente sto passando veramente molto tempo in mia compagnia. Forse troppo.
Sì, sono rimasta in casa da sola. La vita, si sa, prima o poi ti mette di fronte all'età adulta. E quindi, dopo più di due anni di felice convivenza con due che erano amici e sono diventati famiglia, mentre loro davano il via ad un nuovo sentiero insieme, io mi accasciavo sul tappeto della mia camera dopo settimane impervie culminate con l'improvvisa rivelazione di essere rimasta senza wifi. Di seguito una testimonianza delle mie condizioni domenica scorsa mentre ricalco orme ben più famose:


Sì, la linea telefonica era intestata alla mia coinquilina, la stessa persona su cui ho fatto affidamento in così tante situazioni che realizzare all'improvviso di non averla più affianco, SBAM, è proprio allora che comincia la salita. Resto al tappeto o mi rialzo?
Ed è per puro caso se oggi, 8 marzo, prendo spunto da questo episodio per parlare di qualcosa di più ampio.
Nessuno più di me può sapere quanto sia difficile continuare non tanto rialzarsi, quanto rimanere in piedi durante le difficoltà, proprio quando sarebbe cosa buona e giusta mettersi sul divano con una pizza, un barile di birra e farsi recapitare a domicilio perfino una vaschetta di gelato. Ma no.
Volersi bene è tutt'altra cosa, e se per una volta smetto di fare il giullare di corte è per dirvi questo: essere donne è una fatica boia, una fatica stremante che cazzo non finisce mai, ma dall'alto dei miei quasi 28 anni (COM'È POSSIBILE CHE SENZA ACCORGERMENE SIANO GIÀ PASSATI 10 ANNI DA QUANDO HO DATO LA PATENTE?!) io vi dico che non c'è niente niente niente di meglio che essere i supereroi di voi stesse.
Il principe azzurro non esiste, non esiste difficoltà abbastanza grave da cui non siate in grado di tirarvi fuori da sole, esiste la mestizia ed esistono anche le lacrime ma esistono anche milioni di modi per asciugarsele.
Non siamo mezze mele in attesa di essere completate, siamo intere e al massimo possiamo decidere di condividere il ramo con un'altra mela che ci sta simpatica, a patto che sia senza vermi.

Ho deciso di continuare ad essere l'eroina di me stessa e vi posso assicurare che è la scelta migliore da fare ogni giorno.



lunedì 9 febbraio 2015

Celto

Disclaimer: questo post è molto più comprensibile dalle ragazze perché so che laffuori tutte siamo state colte prima o poi dalla stessa follia. Gli uomini all'ascolto non so, ma comunque fatemi sapere.

Focalizzate la situazione: c'è un tipo che vorreste limonare disperatamente e lui addirittura ricambia (abbiamo una diapositiva)
ma per cause di forza maggiore, improrogabili e insindacabili siamo impossibilitati a limonare come gli adolescenti pazzi fino a data da destinarsi.
Cosa fareste voi, confinate causa neve nel paesiello natale, pur di non stare in casa a sbattere la testa al muro?
DAI CHE LO SAPETE.
Step 1 - Estetista.
Step 2 - Parrucchiere.
Estetista tutto ok, gode di piena fiducia (o quasi), ha cominciato a spinzettarmi le sopracciglia quando c'era ancora la lira, ha visto la mia pelle assumere colorazioni che spaziano dal rosino primaverile al mi sono addormentata con la faccia davanti al camino acceso e quindi non ho davvero più niente di cui vergognarmi, neanche ammettere che mi sono fatta una maschera peel-off in casa e qualcosa dev'essere andato storto perché quando l'ho tolta sono venute via anche un po' troppe sopracciglia per i miei gusti quindi adesso mettimi a posto per favore.

Concentriamoci più sull'esperienza parrucchiere: chi mi legge dagli albori sa che io amo andare a farmi tagliare i capelli più o meno quanto mettermi in coda in Posta per pagare le bollette.
Ma niente, doppie punte e tempo da perdere sono una combinazione decisamente letale.
Arrivo al punto: quale può essere l'unico parrucchiere che accetta di farti i capelli al sabato pomeriggio, senza prenotazione e senza quei tempi d'attesa molto rischiosi per un rapido ripensamento?
Sì. Loro. Per forza.
I cinesi.
Mettiamo subito in chiaro che io sono, sì, di ampie vedute e sempre pronta a mettere in discussione i luoghi comuni ma CON CALMA. Tutto con ESTREMA CALMA, per favore.
Approcciarsi al magico mondo dei parrucchieri cinesi aspettandosi gli stessi rituali a cui siamo abituate è come ballare sul cubo in pigiama. Non ci si sente esattamente a proprio agio.
Innanzitutto, la colonna sonora con cui io sono stata accolta è quanto di più diametralmente opposto alla gentilezza e alla dolcezza di questi silenziosi ragazzetti senza età che inspiegabilmente utilizzano forbici per capelli senza la sorveglianza di un tutor: un'alternanza (apparentemente) senza senso tra hard techno e lentoni struggenti. Tutti successi cinesi della durata di 40 secondi ciascuno in media.
Nel tragitto tra l'ingresso e il lavello, la musica cambia circa otto volte, lo shampoo viene spalmato con movimenti che ricordano più mia nonna che rastrella l'orto, l'ansia decolla.
"MA PROPRIO UNA SPUNTATA EH!", il panico al momento del taglio.
SI SI CELTO.

Sì sì celto un paio di palle. Ho i capelli di sbirulino.





lunedì 19 gennaio 2015

Blue Monday

Ci rivediamo oggi che è il Blue Monday, coincidenze?
LE COINCIDENZE NON ESISTONO.

Partiamo dal presupposto che usare il blu per definire il giorno in cui, pare, si raggiungano i vertici estremi di tristezza di tutto l'anno, è un vero oltraggio al colore con cui preferisco vestirmi.
Cosa sta cercando di dirmi l'universo? Che il semplice fatto di amare il blu mi connota senza margine di errore tra le persone tristi e malinconiche? Che sono lunatica e metereopatica? Che sono una disadattata?
Bastava leggere il mio blog allora, poco importa se manco da un mese. Abbiamo voltato l'ultima pagina del calendario 2014 ma la mia vita continua ad essere il quaderno degli scarabocchi di mio nipote di tre anni: un albero azzurro qua, un cane verde di là, la mamma con i capelli rosa, gocce di pioggia grosse come cassonetti dell'indifferenziata.
Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre ero ancora incerta, precaria e pirla come sempre, ma almeno la mia macchina non si è trasformata in un ortaggio. Una Cenerentola del 2015 si sa accontentare.

Quello che davvero è cambiato rispetto al 2014, oltre al mio colore di capelli (che per chi si fosse sintonizzato solo ora sono magicamente diventati biondi grazie alla fatina dei desideri), è che quel colloquio è diventato un nuovo lavoro di cui oggi, Blue Monday, è stato il primo giorno.
Ci tengo a sottolineare ripetutamente questa concomitanza di eventi perché il climax della mia giornata vede come punto di partenza me stessa che mi sveglio puntuale, super propositiva, i capelli miracolosamente in piega perfetta senza bisogno di interventi di recupero, il trucco giusto al primo colpo e come punto di arrivo la medesima persona che viene trovata dalla coinquilina rannicchiata a letto in lacrime con il trucco perfetto di cui sopra completamente colato sul cuscino.
È uno di quei giorni? No. Mi hanno trattata male? Se tornare dalla pausa pranzo e trovare ad aspettarmi la scrivania nuova Ikea completamente montana, il computer sistemato con ogni mio account prestabilito e un cioccolatino posato sulla tastiera è essere trattati male allora Barbara D'Urso è l'erede di Montanelli.

Ho ottenuto la possibilità di ricoprire il ruolo per cui ho studiato nel mio periodo milanese, nella città che amo, in un ambiente di lavoro flessibile e dinamico.
E quindi qual è il mio problema?
Che diventare adulti significa avere certe aspettative e poi accorgersi improvvisamente di doversi adattare alla realtà:

Le avventure di Alessandra eterna adolescente insoddisfatta proseguono nella prossima puntata...

venerdì 19 dicembre 2014

Dammi delle risposte

Ci sono alcune domande a cui non si è mai pronti a rispondere, se ci pensate bene.
E non mi riferisco all'imbarazzo che tanti di noi subiranno tra pochi giorni (MA IL FIDANZATO CE L'HAI? MA TI SPOSI? MA ALLA FINE CHE LAVORO FAI? MA TI PARE IL CASO DI METTERTI ANCORA LE SCARPE DA GINNASTICA? e avanti così benissimo, condiamo le calorie con il malessere), bensì sto pensando a quelle domande la cui risposta sarebbe così semplice da non aver nemmeno bisogno di essere formulata, dovrebbe uscirebbe con naturalezza e spontaneità ma se il contesto in cui viene posta è estraneo o inaspettato beh... L'imbarazzo è assicurato!

A me è successo durante un colloquio, giusto lunedì.
No, non mi hanno chiesto prestazioni sessuali, cosa che peraltro pare non passare mai di moda, non mi hanno chiesto la capitale dello Zambia, tanto meno l'esatto Pantone della faccia di Carlo Conti.
Ad un certo punto del colloquio, con sincero interesse e curiosità, mi è stato chiesto E tu che altro fai nella vita a parte il lavoro? Passioni, sport, musica?.

...Come prego?
Vuoto. Panico. Occhi strabuzzati che raggiungono le dimensioni di un piattino da caffè.
Cos'è che faccio io in effetti quando non sono impegnata a far finta di lavorare?, sorge spontanea la domanda.
E giù a boffonchiare di giri in bicicletta, di camminate e corse al parco, e niente il resto è nebbia, eppure la risposta è lì, è facile, non siamo al gioco della ghigliottina del sopracitato Carlo Conti che devo capire quale parola accomuna idrante, cipolla, toporagno e dentiera.

Come sempre poi succede in queste situazioni, pensandoci e ripensandoci con più calma una volta terminato il colloquio, eccole lì le risposte che mi avrebbero fatto sembrare una persona dotata sì di cultura ampia e multiforme, di plurimi, variegati e intellettuali interessi ma anche di esilarante humor, di travolgente goliardia, di incontenibile fascino che SCARLETT JOHANSSON CHI SEI, ma soprattutto di umiltà e senso della misura, pur senza mai fare finta di non essere la pirla quale sono:

- Nel tempo libero guardo una quantità esagerata di film: "Ehi, lo ammetto, Wes Anderson è bravissimissimo, delle riprese pazzesche poi figurati io che adoro le simmetrie, scelte sempre perfette di personaggi, interpreti e ambientazioni, e la gamma cromatica non delude mai, equilibrata e fedele, viene voglia di indossare una cuffia rossa, una fascetta da tennista, di rispolverare l'ombretto azzurro. Giuro lo so che è un genio MA MI ANNOIA A MORTE, occhei??? A mia discolpa voglio però farmi portavoce di quanto siano sottovalutate e troppo poco conosciute alcune commedie agrodolci italiane, prima fra tutte (ahimé scoperta così in ritardo che non so darmi pace) Ovosodo, seguita da Non pensarci con un Valerio Mastrandrea che passerà alla storia del cinema come l'emblema del disagio di quelli come me, sempre perennemente un po' fuori posto, un po' poetici, un po' stronzi".

- Nel tempo libero leggo una quantità esagerata di riviste: "Io vorrei essere una di quelle persone coscienziose che fanno l'abbonamento a Internazionale, che si interessano di musica e attualità con Rolling Stone e Wired, che sfogliano la mattina durante la colazione il Corriere delle Sera sul tablet  ma no, io il Corriere lo compro solo al sabato perché contiene come inserto la mia rivista preferita, Io Donna, l'abbonamento l'ho fatto a Geo perché mi interessano i viaggi e in edicola compro solo Elle Italia e Elle Francia e meno male perché è grazie alle loro pagine che io stasera mi presento a testa alta all'aperitivo natalizio con le ex colleghe nonostante la mitraglietta di domande scomode (vedi inizio post) che so già essere pronte al via, giusto il tempo di varcare la soglia del locale. E in un impeto di bontà natalizia, io condividerò con voi la mia infinita sapienza: non importa quanto siate palline da flipper impazzite indecise sul vostro futuro, non importa se gli unici corteggiatori che avete a farvi la serenata sotto il balcone siano peggio di Donato Bilancia, l'UNICA COSA CHE CONTA DAVVERO è essere i meglio vestiti della serata, i meglio pettinati, pregni di quella sicumera che solo la bellezza dell'involucro sa dare. D'altronde dai pacchi di Natale c'è solo da imparare: se la tua anima è un cubetto di polistirolo, l'unico modo per reggere il confronto è essere ricoperto dalla più abbagliante e luccicante carta regalo mai vista, senza dimenticare nastri e brillantini q.b.".

- Nel tempo libero scrivo su un blog: "Un blog in cui mai mi sono permessa di censurare quanto sono profondamente cretina. Ed è incredibile che esistano persone che mi leggono, mi commentano, mi apprezzano e abbiano voglia di seguirmi nonostante io sia una pirla qualunque il cui unico merito è conoscere la grammatica italiana e saper mettere insieme qualche frase sapientemente ironica".

E dopo questa ultima sviolinata, posso solo cogliere l'occasione per dirvi grazie per i commenti, per avermi reso partecipe ed aver partecipato e riso a gioie e sventure di un'allegra precaria mai troppo seria e...



Ah, se non ci sentiamo più BUON NATALE.

venerdì 5 dicembre 2014

Caro Babbo Natale 2014 edition

Ridiamo scherziamo e non ci pensiamo ma lo sbattimento del Natale è dietro l'angolo, le lucine ci assediano e tra noi è ripiombata quella tipica mestizia di chi vorrebbe, vorrebbe proprio, gioire di tutti questi festosi preparativi ma no, non ce la facciamo.
Per noi cronici malinconici carlini dal muso schiacciato è iniziato il periodo dell'anno in cui sentiamo forte il bisogno di:
- usare un linguaggio scurrile e blasfemo
- guardare continuamente film di Woody Allen
- iniziare a cibarsi esclusivamente di pizza, birra e panettone con le gocce di cioccolato
- morire, dormire, nulla più.

E quindi, puntuale come il brufolo che compare sul mento un attimo prima del colloquio della vita, ecco qui la mia letterina di Natale, che anche se ai miracoli non ci credo più, il vero miracolo è quanto mi faccia bene scrivere che ai miracoli ci credo ancora. Per poco.

Caro Babbo Natale,
è vero che sogno carriolate di borse, scarpe, cappotti e soffici maglioni in cachemire. Ma no, non è quello che voglio.
Quest'anno non ho capricci da esaudire, non mi aspetto luccicanti pacchetti da aprire, nemmeno un nuovo fidanzato con le fattezze di Lannick Gautry.

Io questa volta voglio esagerare, ti chiedo di impegnare tutta la tua magica potenza e di farla confluire per infondermi tutta la saggezza che mi è mancata nel 2014.
Babbo Natale, pliiiis:

- fammi capire cosa voglio fare da grande, illuminami la via
- fammi capire come impiegare al meglio la mia frizzante intelligenza e la mia inesauribile creatività
- fammi capire come si fa a far diventare la frittata spessa
- fammi fare le scelte giuste 
- fammi imparare a parcheggiare a S a sinistra
- fammi smettere con questa impulsività violenta
- fammi diventare un'adulta che ha trovato il posto nel mondo
- fammi diventare un'adulta senza sindrome premestruale
- fammi dire basta alla mia eterna e perenne inquietudine 
- fammi dire basta alle figure di merda
- fammi dire basta anche agli uomini che vanno bene solo per essere ridicolizzati su questo blog.

Grazie Babbino, al resto ci penso io.


mercoledì 19 novembre 2014

Sempre un po' a disagio

Io sono quella che viene selezionata per un bando fotografico senza ricordarsi di aver partecipato.

Io sono quella che aveva venduto l'attrezzatura in preda all'ira.

Sono quella che non aveva letto il regolamento.

Sono quella che parte alle 5.30 ma riesce ad arrivare tardi dopo essersi persa nella campagna piemontese.

Quella che non riesce a calzare il casco anti infortunistico per troppi capelli e troppo spettinati ottenendo solo una piega imbarazzante delle orecchie.

Quella che gli altri finalisti zainoni pieni di attrezzature degne di astronauti, io una tracolla con due obiettivi, un flash, una batteria di ricambio, le Chilly, le forcine e il burrocacao.

Gli altri come immagine di copertina di Facebook paesaggi evocativi, architetture illuminate, citazioni di fotografi illustri.
Io questa:


lunedì 10 novembre 2014

Mi chiamo Alessandra, non ho tempismo

E quando penso che sia finita, 
è proprio allora che comincia la salita. 

Ultimamente ho sintetizzato un nuovo approccio a questa fantastica storia che è la vita: non più affrontarla di giorno in giorno, bensì di ora in ora.
Per non smentirsi, il 2014 mi ha regalato un ottobre che credo ricorderò finché ictus mi colga (e se andiamo avanti così, credo che dovrò aspettare ancora poco): un lavoro in bilico perenne, un trasloco sofferto, due trasferte, l'alluvione della mia città, i continui spostamenti per raggiungere Milano, le lezioni, un progetto da sviluppare da sola dopo la partenza improvvisa della compagna a cui ero affiancata, il tempo che scappa dalle mani e, da ultimo, un lutto che ha avuto l'effetto di una doccia gelata.
Ma va bene, va tutto avanti al grido di CE LA FACCIO CE LA FACCIO TUTTO OK TRANQUI come è giusto che sia.

E ce la farò anche a novembre, iniziato finalmente con la soddisfazione del concerto di di quel figo da 50 special che aspettavo da maggio, e con una notizia in bilico tra l'euforia e la cocente disperazione: mesi fa avevo mandato la candidatura a un bando fotografico a cui potevano partecipare gli under 35 delle province di Parma, Piacenza, Reggio Emilia e Torino. Secondo il regolamento, i dieci finalisti scelti in base ai portfolio allegati avrebbero avuto accesso alla seconda fase del concorso che prevede lo shooting di soggetti, luoghi e ambientazioni decisi dalla giuria.
Sì, sono tra quei dieci. 
Inspiegabilmente e inaspettatamente, non per finta modestia ma perché mi ero veramente dimenticata di aver mandato la candidatura.
Sono stata colta alla sprovvista da una notizia che mi riempie di meraviglia e orgoglio in un momento in cui, ebbene sì, presa da rabbia, ansia, sfiducia, delusioni e stravolgimenti di vita, ho da poco venduto tutta l'attrezzatura fotografica perché ero (sono, sarei...) intenzionata a non usarla mai più.

Ho sempre fatto molta fatica a spiegare cosa sia per me la fotografia, non è un argomento che affronto volentieri e se ho deciso di farlo è soprattutto per aiutare me stessa.
Abbiate pazienza.

Ho sempre avuto molta più dimestichezza con le parole, che siano scritte, parlate o recitate: tuttora subisco il fascino delle decine di sfumature della lingua italiana che cerco di rispettare in modo quasi maniacale. Con le parole, ho instaurato un rapporto che si è evoluto di pari passo con la mia crescita personale e si è consolidato fino a diventare uno strumento di lavoro, creta tra le mani, quasi una conoscenza disinvolta che non ha più bisogno di formalità.

Non lo so quando la fotografia da esigenza è diventata passione.
L'ho sempre osservata e amata come spettatrice incantata nei reportage di Diane Arbus e Robert Capa, nella poesia di Robert Doisneau, nella Parigi di Brassaï, negli attimi di Henri Cartier Bresson, nell'architettura dell'immenso Gabriele Basilico, nell'evanescenza di Luigi Ghirri.
La fotografia è entrata nella mia vita solamente come effetto collaterale, semplicemente perché all'inizio della mia esperienza come giornalista e per tanti anni a venire ho dovuto accompagnare gli articoli da foto. E queste foto dovevo farle da sola.

Non ho mai amato dovermi alzare davanti a tutti durante la conferenza di Pinco Pallino per immortalare un'immagine esaustiva della situazione. Non amavo la ricerca spasmodica del dettaglio quando ero inviata sul luogo di un incidente, non amavo non riuscirmi a concentrare sulle parole di chi intervistavo perché già vivevo con ansia il momento in cui avrei dovuto rincorrere una fotografia che traducesse quello che avrei poi scritto.
Non amavo, e non amo tuttora, essere osservata mentre sto dietro l'obiettivo, non amo chi si accorge di me e si mette in posa, non amo nemmeno il rumore del click.
Mi sento terribilmente goffa e impacciata, ho sempre la sensazione di dover chiedere permesso.

Non ho mai chiesto a nessuno, né credo che mai lo farò, cosa si vede nelle mie foto al di là del soggetto ritratto, al di là del mero giudizio soggettivo è bella/non è bella/mi piace/non mi piace.
Io, in ognuna di loro, vedo una parte di me senza nessuno di quei filtri che è invece possibile applicare alle parole. È come se ogni immagine svelasse tutta la mia fragilità, la mia inquietudine: giusto l'attimo di un click ed eccomi lì, esposta e vulnerabile.
Eppure, fotografare per me rimane un momento di isolamento, di pura libertà, di entusiasmo. Come una lunga apnea sott'acqua al termine della quale ad aspettarmi c'è il cielo più terso e luminoso che si possa immaginare. Vedere sullo schermo la foto proprio come volevo che fosse è la stessa sensazione dell'aria nei polmoni dopo una lenta risalita dal fondale del mare, quel sorriso inevitabile quando sulla testa non hai più la pressione dell'acqua ma solo il vento, il cielo, il sole e ti puoi finalmente abbandonare a galleggiare a pancia in su.

Ecco, spero sia la sensazione di chi guarda attentamente le mie foto. Galleggiare a pancia in su.


PS: in caso di incontenibile curiosità: qualcosafotografo

Let's do it.




lunedì 3 novembre 2014

domenica 19 ottobre 2014

Macerie e resti

È passata quasi una settimana da quel pomeriggio, un pomeriggio che ha cambiato per sempre la vita della mia città.

"Ma voi in Emilia siete un popolo forte" mi sono sentita dire.
Sì, lo siamo, e questa volta ho potuto verificare sulla mia pelle fino a che punto la forza riesca a prendere il sopravvento sulla rabbia, sullo sconforto, sulla delusione per un vero e proprio disastro che si poteva evitare.

È banale ma, davanti al telegiornale, si pensa sempre che certe cose succedano agli altri, lontano dalla sicurezza delle proprie mura domestiche, più per un innato istinto di ricerca della tranquillità che per reale presunzione. Certe cose le vivi solo attraverso i racconti dei nonni, rabbrividisci ma pensi "Non succederà più".
E invece no, succede, in un attimo, un battito di ciglia e le vie così conosciute e percorse migliaia di volte diventano irriconoscibili sotto la coltre di acqua e fango che le ricopre.

E quindi succede, succede di privarsi di ogni indumento utile che hai in casa per donarlo a chi non ha nemmeno l'elettricità, succede di svuotare la dispensa per portare ogni aiuto possibile a chi ha dovuto buttare il tavolo attorno al quale si riuniva tutte le sere.
Succede di non odiare quella città e quel fiume, succede di amarli ancora di più, di provare un senso di appartenenza così forte che non ci sono parole per descrivere quanto faccia male vedere i danni, la normalità stravolta. Un senso di appartenenza violento e travolgente che non esiste essere chiamati angeli del fango, è quasi un insulto, una violazione di un innato senso del dovere, di ciò che è giusto, di non poter proprio stare a casa a guardare. Gli angeli sono creature mitologiche che vanno bene per le chiese, noi siamo fatti di carne e ossa e ci sta bene affondare le mani nel fango, sbadilarlo e spazzarlo via.

PS: grazie tutti coloro che mi hanno scritto un incoraggiamento, che mi hanno mandato un abbraccio a distanza o per sincerarsi delle condizioni mie e della mia città.

mercoledì 8 ottobre 2014

L'acchiappatrice di brutte situazioni

Recentemente ho guardato un documentario incentrato sullo scrittore J.D. Salinger.
Tralasciando l'impostazione molto americana di questa indagine biografica in cui vengono, come è loro abitudine, sempre esagerati e scavati in modo maniacale i risvolti umani e le piccolezze di uno scrittore che spesso si dimentica essere una persona, Salinger - Il mistero del giovane Holden è un buon modo per scoprire qualcosa di più a proposito di colui che ha messo al mondo, nonostante l'enorme fatica e i continui rifiuti, il mio libro preferito (di cui odio la traduzione italiana): The catcher in the rye, ovvero Il giovane Holden, appunto.

Era tanto geniale quanto determinato sia nel voler pubblicare (in età giovanile) sul New Yorker sia (dopo l'uscita nel 1951 della sua opera più famosa) nel voler fuggire la fama che letteralmente lo travolse a causa del successo immediato del suo romanzo di formazione in cui tutti riuscivano ad identificarsi. Quasi a voler chiedere scusa alle frotte di ammiratori che si accanivano nel considerarlo un mentore, un saggio, una figura paterna e superiore a cui rivolgersi per sottoporre i propri drammi e ottenere risposte risolutive, lui esasperato rispondeva: Sono solo uno scrittore che scrive di quello che sa. 

Uno scrittore scrive di ciò che sa, no? Altrimenti perché lo dovrebbe fare?
È incredibile come una frase così estremamente semplice sia anche così efficace: se ci si ferma a riflettere appena un minuto in più del necessario, davanti agli occhi iniziano a sfilare come soldatini di piombo tutti gli scrittori, scribacchini e presunti tali passati e presenti che hanno riversato su carta un mucchio di BAGGIANATE e i cui sforzi vengono in un attimo annientati dalla verità disarmante di questa frase.
E io qui potrei iniziare un elenco senza fine in cui riversare bile e sputare sentenze di morte contro palloni gonfiati mezzi analfabeti che meritano il titolo di scrittore tanto quanto io merito quello di miss, a partire da Alessandro Baricco che io detesto più dell'odore dei mandarini.
MA non lo faccio. Mi metto per il momento al riparo da commenti sprezzanti nei confronti dei miei gusti letterari per onorare invece quello che suggerisce quel caro squilibrato di Jerry Salinger: scrivere di qualcosa che so.
E dopo tutta questa serietà di introduzione, dopo tutta 'sta manfrina di cultura che sprizzo da tutti i pori, che cosa mai potrei scrivere per stare al passo con il tono tenuto finora? Dei lavori in corso sulla Bologna Milano che ormai potrei percorrere a occhi chiusi? Della mia iscrizione a BlaBlaCar? Della mia caotica situazione immobiliare? Della ricrescita che per fortuna va di moda altrimenti avrei dei capelli peggio dei rom?
Ma non scherziamo.
Io oggi son qui per motivi seri. SERISSIMI.
Parliamo di appuntamenti di merda.

Eccoci qui. L'avevo promesso a La Folle e credo sia ora di mantenere la promessa: nonostante il blog sia costellato da episodi buttati qua e là, ecco a gran richiesta il primo capitolo degli appuntamenti che mi hanno fatto esclamare MEGLIO MORIRE DA SOLA DIVORATA DAI GATTI.

Di quella volta che forse Almodovar dovrebbe farci un film.

Era una piacevole domenica di maggio, mi aggiravo per la città, felice di poter utilizzare la mia adorata bicicletta rosa, quando il telefono squillò.
Il mittente della chiamata già mi fece strabuzzare gli occhi e provocò ondate di turbamento causate dal recente ricordo di quanto insieme non fossimo peggnente ben assortiti.

Ciao! disse entusiasta lui.
Ciao risposi titubante io.
Sei a Parma?
...sì E dove vuoi che sia?
Bene! Sono in autostrada. Arrivo da te tra meno di un'ora!
... E ADESSO?!?
Ci sei?
... Certo, sono solo stata colpita da un paio di infarti.

Ambientazione: giardino di una nota enoteca del centro, edera rampicante, lume di candela, vino, calici.
Nel momento stesso in cui stavo per darmi della scema da sola per aver giudicato fallimentare a priori la serata, al momento di pagare, attenzione, lui esce per rispondere al telefono mollandomi in mano una banconota da euro 50. E io vengo lasciata in cassa. DA SOLA.
Io aspetto.
E aspetto.
E aspetto ancora, sotto lo sguardo pietoso degli astanti.
Lui non torna.
Dunque, ricapitoliamo, TU ti presenti sotto casa mia senza invito, TU mi chiedi di portarti in un bel posto tipico e sempre TU ordini bottiglie di vino, primo, secondo, dolce e contorno e poi metti ME in condizione di pagare il conto???
TU
SEI
MORTO.
Oltre che pezzente.

E visto che secondo la Legge di Murphy, giustamente, se qualcosa può andar male allora stai pur certo che lo farà, mentre porgo tremante il mio esiguo bancomat già pensando a come giustificare a mio padre il fatto che da lì a pochi giorni sarò decisamente costretta a chiedere l'elemosina, il titolare/oste/vinaiolo, nonché parecchio dipendente da certe sostanze stupefacenti,  mi fissa, si sporge oltre il bancone e mi soffia in faccia un io una come te non la lascerei mai da sola. Segue racconto straziante delle sue disavventure amorose.

In tutto questo, Gulliver (soprannominato così dalla mia coinquilina grazie all'altezza un filino superiore alla media), persisteva nella sua condizione di desaparecido.
Raccolgo i miei averi e il brandello di dignità rimasto, imbocco l'uscita sapendo che non potrò permettermi un taxi e che mi attende una scarpinata fino a casa con addosso dei sandali di brillantini.
Ma va bene, figuriamoci. Non ho bisogno del principe azzurro, IO.
Ma eccolo rispuntare magicamente appena varcata la soglia, trattenuto da conversazioni lunghe quanto un paio di rogiti.
E come se non io non aspettassi altro, eccolo che tenta la famosa mossa di ingrugnamento al muro.
Driblo con una destrezza che Chuck Morris levati e, mentre il suo sguardo tradiva la virilità appena mortalmente ferita, faccio un sorriso così falso e un ciao ciao con la manina che Sua Maestà sarebbe stata fiera di me.
Scusa ma non dormo da te?


mercoledì 24 settembre 2014

Oh mia bella Madunìna cap. II

E dai, diciamolo che ho cominciato a fare la pendolare da Milano. Diciamolo pure.

In questo 2014 che gli astri promettevano sfavillante per il segno dei Gemelli, e che invece si è rivelato decisamente più instabile di ogni altro vissuto prima, ho deciso di ricominciare a studiare.
E quindi eccomi qua, due volte a settimana, a partire dalla mia adorata Pianura Padana per approdare nel traffico milanese, una città verso cui ho sempre provato sentimenti contrastanti ma che in questo momento mi sta facendo vedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel.
Amo Parma con tutta me stessa, pregi e difetti, girarla in bicicletta è una delle cose che preferisco in assoluto fare qualsiasi sia la stagione o il meteo e non ho mai contemplato l'ipotesi di passare la mia vita in una città dove non fosse possibile fregarsene delle macchine perché tanto ogni distanza è percorribile sulle due ruote, basta allenare gambe e polmoni.

Ma è successo, sta succedendo. Mi sto facendo sedurre da una città caotica e cosmopolita, la città degli stereotipi del manager, della nebbia, dei locali notturni, della moda che detta legge, la città dei palazzoni che sembrano giganteschi alveari. Io, figlia del Liberty, della cucina d'eccellenza, del placido Po. Sempre perennemente un po' fuori posto, un po' spaesata, un po' Babe va in città, con questa erre esageratamente francese così comune a casa e così estranea in una classe di sole 15 persone dove vengo ancora guardata come la furastera.
Ma la novità è che, a differenza dei tempi del liceo e dell'università, non sono assolutamente afflitta dall'ansia di volermi amalgamare a tutti i costi: l'età, forse, l'esperienza, un caratteraccio che negli anni ha preso il sopravvento, ora hanno fatto di me una persona adulta che non sente l'esigenza di cambiare o di nascondersi per fare "parte del gruppo". Improvvisamente mi sono resa conto di avere dalla mia un bagaglio culturale unico, frutto anche del territorio in cui sono cresciuta. E pazienza se devo ancora imparare le direzioni della metropolitana, se non so quali sono le vie più cool o non posso vantare serate passate all'ombra della Madunìna più di quante ce ne stiano in una mano. Imparerò, recupererò.
Sono ancora ben lontana dall'essere una persona sicura di se stessa, ma la buona notizia è che, nonostante tutte le paranoie che mi affollano la mente, non ho più paura.
Ho preso una situazione di disagio che stava letteralmente tracimando e trascinandomi a fondo e ho mollato tutto, ho ricominciato da capo e solo ora mi rendo conto che fosse davvero l'unica soluzione possibile.

Quindi, come posso concludere dopo questa pubblicità progresso?


Va bene Tina, allora ciao.

martedì 9 settembre 2014

Non accendere quel Kindle

La poca credibilità che mi era rimasta la perderò senz'altro nelle righe che seguono.

Perché va bene che a 27 anni ancora non ho un lavoro serio, non ho un marito, non ho un mutuo e non ho nemmeno la più vaga idea di cosa comporti essere stabili, va bene che corro facendomi lanciare addosso della polvere colorata, va bene che ho un debole per le commedie francesi e i teen movie anni '80, però quello che sto per rivelare va oltre ogni ammissione di deficienza mai raggiunta prima.

Quest'estate ho letto veramente una carriolata di libri e per questo dovrei solo congratularmi con me stessa (ma prima di far partire le pacche sulle spalle aspettate di arrivare in fondo a questo post).
Merito soprattutto del Kindle, questo meraviglioso dispositivo tecnologico che permette di acquistare libri standosene comodamente con il culo a letto/sul divano/in spiaggia/sul water. Basta avere una connessione wi-fi decente e una prepagata con qualche euro disponibile (o, se siete ricchi, una carta di credito a disponibilità illimitata).
Io sono una fanatica del Kindle. Per quanto ami profondamente le librerie, l'odore della carta e la stessa consistenza solida e flessibile dei libri fisici, non riesco proprio a celare l'entusiasmo per la rivoluzione digitale che ti consente di avere in pochissimo spazio (e a minor prezzo) tutti i testi su cui il tuo ditino clicca ACQUISTA.
Ma c'è anche un altro valido motivo per cui vale la pena farsi un Kindle per amico: la privacy.
Mi spiego: eccezione fatta per le custodie che ognuno compra a seconda del proprio gusto, il Kindle è uguale per tutti. E dietro questo anonimato è possibile nascondere le peggio nefandezze che le case editrici italiane mettono in commercio.
Una sorta di deepweb della produzione letteraria: a meno che qualcuno non abbia libero accesso ai vostri cloud, nessuno mai potrà sapere qual è la lettura che vi tiene avvinghiati allo schermo.

E quindi, se la scorsa estate mi sono avventurata nella lettura del libro proibito giurando a me stessa che mai e poi mai avrei buttato altro tempo prezioso in simili cazzate, non era pressoché inevitabile che l'estate 2014 fosse consacrata a loro, la collana letteraria più longeva di sempre, quella che non conosce crisi e, anzi, non ha fatto che crescere dagli anni '70 a oggi, quella che ha dato origine a tutti i mali del pianeta? Sì, quei libri che tutti fissano e nessuno ha il coraggio di comprare, quelli che TUTTE, e anzi dico TUTTI, hanno la curiosità di sapere cosa celino dietro quella grafica di copertina che più allusiva non si può.

Sì.
Loro.
GLI HARMONY


Avete sentito bene invece.
L'ho fatto. 
Ero lì, in Versilia, con il mare di un colore diametralmente opposto all'azzurro e pochissimi euri residui sulla postepay e allora DAI, compriamolo 'sto Harmony serie passion a 1 euro e 99 centesimi che mi tolgo la curiosità una volta per tutte. 
EBBENE:

1) Gli Harmony sono boiate. Tutti. Sono assurdi. 

2) Gli Harmony sono scritti male, con una trama che segue perennemente le stesse dinamiche senza uno straccio di variazione o colpo di scena, con un linguaggio ridondante e personaggi più cretini di tutti i seguaci di Scientology messi insieme.

3) Gli Harmony contengono paragrafi come questo:
"...Janet meritava una razione extra di tenerezze, che fosse pronta ad ammetterlo o no. 
(Aspetta. Cosa?)
E Gage avrebbe tanto voluto essere lui a farsene carico. Se solo avesse potuto.
Se solo lei fosse stata davvero la sua donna l'avrebbe coccolata con bagni caldi la sera (Chi cazzo la pulisce poi la vasca, cretino?), strofinandole delicatamente la pelle tra le bollicine con un buon sapone profumato (Per gli uomini ha un buon profumo anche il Pino Silvestre quindi butta un occhio al bagnoschiuma prima che sia troppo tardi, cara Janet, giusto per accertarti di non uscire dalla vasca al gusto di adolescente all'autoscontro nel dì di festa). 
Poi l'avrebbe asciugata dolcemente con una salvietta tiepida (Ma intiepidita dove e soprattutto come? Io una volta ho provato ad asciugare una maglietta ancora umida in microonde ma ti posso assicurare che non è stata una buona idea), e le avrebbe cosparso il corpo di crema (Dai eh. Che gli uomini hanno la stessa reazione di fronte alle creme di un gatto lanciato in acqua).
L'avrebbe sorpresa ogni giorno con un piccolo dono (Se abbassi la tavoletta è già un grande dono), un mazzo di fiori di campo (Di quale campo santa miseria che il libro è ambientato a HOUSTON TEXAS???), un biglietto infilato nella sua ventiquattrore, o un cioccolatino sul cuscino (E intanto ancora nessuno ha detto chi laverà la vasca).
Se avesse preso l'influenza si sarebbe preso cura di lei, le avrebbe preparato il brodo e le avrebbe sistemato i cuscini dietro la schiena (Così vi scambierete i germi e sarà l'inizio della fine. Perché sappiamo tutte che un uomo è meraviglioso finché non si ammala e ha il potere di trasformare Candy Candy in Renata Cianciulli). Le avrebbe fatto succhiare dei cubetti di ghiaccio (Questa è fin troppo facile, mi astengo) per calmarle la febbre, avrebbe comprato lo sciroppo più dolce (Basta una tachipirina, vai tranqui) e i fazzoletti più morbidi. Le avrebbe massaggiato i piedi dopo una dura giornata di lavoro e l'avrebbe aiutata a cucinare, oppure sarebbe uscito per comprarle i suoi manicaretti preferiti (Stiamo degenerando e sfociando inesorabilmente nel genere fantasy).

4) Gli Harmony creano dipendenza.

Io ho dovuto smettere solo perché le mie amiche si sono dichiarate preoccupate per la mia salute mentale ma se ora mi dite che non siete curiosi di sapere come va a finire la vicenda urlo allo scandalo e al vilipendio.


domenica 7 settembre 2014

The happiest 5k on the Planet

Ci credete che ho corso per 5 chilometri? No? E infatti fate bene.
Più che altro sono tornata all'asilo.



Ho corso, sì, ma solo in alcuni punti e, nello specifico, in corrispondenza dei rettilinei di arrivo a ogni "stazione di colore": ogni chilometro della Color Run è contrassegnato da un bagno di vernice (naturale, atossica, in polvere, state tranquilli tutti) sotto il quale ballare, saltare, cantare.



Io ve lo dico e ve lo ripeto a mezzo di qualunque social network: fatela perché non è un caso se la chiamano i cinque chilometri più felici del pianeta.
Non è una maratona, è una festa che dura cinque chilometri e qualche ora e io la consiglio con tutto il cuore almeno una volta nella vita a chiunque non abbia paura di sporcarsi, sudare, ballare e saltare e, sì, anche a chi ha bisogno di passare un pomeriggio facendo qualcosa che metta di buon umore.
Astenersi solo chi è privo di senso dell'umorismo e chi rifugge ogni tipo di divertimento trash.
Astenersi anche chi la musica da discoteca proprio non la può soffrire.

Per tutti gli altri: tenete d'occhio le prossime date!

Prima e Dopo: da Richie Tenenbaum agli hippie disperati.

domenica 31 agosto 2014

Colorate(mi)!


Questa è la felicissima faccia di chi ieri ha vinto i biglietti per la Color Run di Milano con l'immaginifico Premio Fedeltà di Radio Deejay
Ora, io non so quanti di voi siano fan sfegatati di questa radio ma EHI, ne avete una di fronte. Dai tempi in cui la Panicucci faceva un programma la domenica mattina durante il quale riceveva segnalazioni disperate da gente che la sera prima in discoteca aveva incrociato lo sguardo con il presunto amore della propria vita ma non aveva avuto modo di presentarsi. E allora partivano le indagini via frequenza radio. Non so se mi spiego.

E quindi sabato 6 settembre mi troverete nei dintorni del villaggio Color Run di piazzale Moratti per, udite udite, il riscaldamento muscolare, fino al momento della partenza, prevista a partire dalle 16.30 allo start in via Achille (nei pressi di San Siro). Avrete 5 km a disposizione per: 
- Prendervi giustamente gioco di me e della mia atleticità
- Vedermi sudare come un husky paracadutato in Congo
- Cantarmi canzoncine di incoraggiamento e fare la ola
-Tirarmi vernice colorata, frutta, verdura e biancheria
- Vedermi passare il traguardo al rallenty felice, soddisfatta e in condizioni pietose

DAJE.

lunedì 25 agosto 2014

Waiting for Terza puntata

Sarebbe tempo di proseguire il paradossale racconto della mia tremenda esperienza lavorativa fuori porta e di far conoscere al mondo intero come una fighetta parmigiana, che non mangia il coniglio perché come fai con quel pelo e quelle orecchie e quel naso, che non si avvicina nemmeno alle uova di quaglia perché mangiatele voi delle uova a pois se avete così tanta voglia di avventura, che schifa il fritto e non tollera che qualcuno possa davvero mangiare formati di pasta diversi da spaghetti, fusilli, penne e tortiglioni, si trovò nel piatto un pesce DI FIUME ancora dotato di PELLE, LISCHE, TESTA e CODA. Lo so, potreste farmi un sacco di menate sul non essere schizzinosa e via dicendo e sticazzi ma se mi conosceste di persona capireste che i miei gusti alimentari sono uno dei problemi più trascurabili in confronto al resto.

E invece.
E invece voglio parlavi di cose serie.

Potrei parlare di questo mio agosto sabbatico che inaugura giusto oggi l'ultima settimana di cazzeggio.
Ma no.
Potrei dirvi che ho scoperto l'ammorbidente Coccolino rosa e se non lo provate non siete nessuno.
Ma no.
Potrei parlarvi di come il mio colon si sia preso la libertà di scioperare senza nemmeno garantire l'indispensabile servizio viaggiatori.
E, in effetti, il fatto che io sia stitica come un bambolotto è lo spunto necessario per parlarvi del libro che più mi ha entusiasmato in questa estate 2014.
Archiviato l'indimenticabile successo 2013, da cui tutti i lettori non smetteranno mai di sentirsi un po' orfani, c'è un altro libro grazie al quale sentirsi ingiustamente abbandonati una volta raggiunta l'inevitabile parola FINE, che arriva, si sa, sempre troppo presto quando ci si diverte.

Il titolo è già di per sé un valido motivo per andare oltre la copertina, L'audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache.
Lui, l'autore, è Marco Marsullo, beffardo giovane napoletano già noto per il romanzo d'esordio Atletico Minaccia Football Club.
La trama è di quelle che tutti noi gerontofili bramiamo, un passo oltre Amici miei: quattro anziani amici residenti presso la casa di riposo Villa Betulle decidono di scappare dalla visita guidata a Roma per occupare abusivamente il canale Rete Maria e, nello specifico, sbarazzarsi di Padre Anselmo da Procida, colpevole di recitare il rosario delle diciotto con una fastidiosissima zeppola.
È solo il punto di partenza per un corollario di bravate che fanno ridere e, sì, anche commuovere, nonostante il protagonista e voce narrante odi suscitare tenerezza nei giovani, gli stessi che quando leggeranno di un limone duro (avete letto bene) sulle scale del Vittoriano non potranno fare proprio a meno di rimuovere dagli occhi l'immagine effettivamente troppo estrema di due ultra settantenni che vanno di lingua.
Un libro carico di umorismo e fantasia che non si può non adorare fin dalle prime battute:

 Ho settantaquattro anni, un solo rene, la prostata grande come la Danimarca e un'insana, rischiosa passione per i pistacchi. Odio i giovani, com'è giusto. Ma odio anche i vecchi, sono lenti e insopportabili. Odio quei tipi che quando ti guardano sorridono come se avessero visto un cucciolo di labrador. Che cazzo ci avete da sorridere? Sono vecchio, cosa c'è di tenero? Se contate fino a trenta, forse muoio pure.  Odio i preti, i gatti persiani, le feste comandate, i telequiz che ci mettono due mesi per dirti se il concorrente ha indovinato la densità della popolazione di Tripoli. Odio un sacco di altre cose. (...)
Ho tre amici. Sono le uniche tre cose che non odio troppo al mondo. 
Uno è Guttalax, lo chiamiamo così perché è più stitico di un bambolotto.

Capito ora perché vi ho parlato del mio colon?