lunedì 26 dicembre 2011

Effetto Natale

Lo so che è molto banale parlare del Natale in questi giorni... Tant'è che proprio questa festività mi provoca le più disparate riflessioni.
Come tantissimi altri, anch'io sono tra i fortunati lavoratori del giorno di Santo Stefano ma, stazionando in un museo, noto che "la gente" non ha tanta voglia di gite culturali oggi, mentre il bar qui di fronte è affollatissimo anche nella veranda esterna, nonostante la temperatura sfiori lo zero.
Vedete? Celyciah è brava anche a disegnare.
La monotonia del mio ufficio è interrotta solo dalla radio che trasmette, grazie al cielo, ben poche canzoni natalizie, preferendo pezzi di successo più o meno recenti. Ed ecco che la speaker parla di Effetto Natale, intendendo però quel soffio di bontà da cui si viene colti in questi giorni e che porta inevitabilmente a compiere buone azioni, quasi come se normalmente fosse proibito fare visita ai nonni, aiutare gli indigenti, evitare alla mamma le faccende di casa.
Comunque, io per Effetto Natale intendo invece quella sensazione di mestizia e malumore da cui vengo colta per motivi vari ed eventuali: quel sorriso allegro che bisogna tenersi stampato in faccia perché a quasi 25 anni si presuppone che io sia un'adulta responsabile e sappia comportarmi a modo, i parenti che non sempre sono gradevoli, i sensi di colpa per le calorie ingurgitate, la terrificante prospettiva del Capodanno. E poi quella agghiacciante e pessima abitudine di fare il bilancio dell'anno appena trascorso, ricordarsi i buoni propositi non mantenuti e i desideri non realizzati, anche se ogni anno mi ripeto "chissene, è un giorno come un altro".
Eppure è inevitabile guardare quelle fastidiose lucine intermittenti e lasciarsi andare a svenevoli pensieri che cominciano con "eh, però..." "se invece..." "se fossi con...", "ma se avessi fatto, se facessi", fino al classico "io l'anno prossimo vado via".
L'Effetto Natale di quest'anno mi ha portato a capire che l'amore ai tempi del precariato è ben faticoso, è snervante eppure è ancora capace di far ballare due quasi perfetti sconosciuti in mezzo alla strada, senza musica, al freddo, abbracciati e stoltamente sorridenti.

venerdì 23 dicembre 2011

Predisposizioni

Lunedì sera, tragitto in macchina verso casolare sperduto nella campagna nel quale si sta svolgendo una festa super gettonata.
<<Allora, facciamo che, se fossimo protagoniste di un film per teenager americani, io sono la gotica e cinica della situazione - spiega la mia amica di nero vestita, seduta affianco a me mentre strizzo gli occhi nel buio, guidando su una strada accidentata e mai percorsa prima e, nel frattempo, chiedendomi che personaggio potrei mai essere io.
Tu - rivolta alla passeggera nei sedili dietro - sei la protagonista sfigata che ad un certo punto si scioglie i capelli e diventa la figa della festa e tu - rivolta a me - tu sei la nerd.>>
<<Come la nerd??>> chiedo un po' a disagio e non propriamente lusingata.
<<Si si, tu sei nerdissima>>
<<Beh sono nerd e basta o nerd carina almeno?>>
<<Boh, non rompere. E' un film.>>
...
Nerd, termine di origine piuttosto vaga che sta ad indicare, secondo Wikipedia "chi ha una certa predisposizione per la ricerca intellettuale ed è al contempo tendenzialmente solitario e con una più o meno ridotta predisposizione per la socializzazione. I nerd sono inoltre considerati poco interessati alle attività sportive e sociali. Anche l'aspetto esteriore è rappresentato da un cliché ben definito: indossano vestiti niente affatto alla moda, spesso tipici di persone più in là con gli anni (come gilet o mocassini)". 
Per quanto io mi trovi in perfetto accordo con lo scarso interesse verso qualsivoglia attività sportiva, non è vero che indosso vestiti nient'affatto alla moda! Oddio, il mio armadio ospita grandi quantità di gilet e mocassini e non ha mai conosciuto né micro abiti in latex né paillettes e lustrini, tanto meno qualsiasi capo d'abbigliamento che riporti la marca a caratteri cubitali però... Socializzare! A me... piace... socializzare... Io... Cioè... Alla fine mi... trovo... bene... con gli altri...
No va beh, io detesto i posti affollati, sono tendenzialmente misantropa e gli incontri con persone nuove mi provocano sempre un'ondata di affanno e preoccupazione.
Ok, sono nerd! E allora? Adoro annusare l'odore dei libri nuovi, guardare vecchi film in lingua originale, tengo sempre il moleskine in borsa e il mio telefilm preferito è The Big Bang Theory

domenica 18 dicembre 2011

Do The Right Thing

Cose curiose accadono all'amore ai tempi del precariato.
Tre mesi fa sono stata lasciata per ragioni ancora poco chiare da un ragazzo che, nonostante le molte perplessità che mi hanno suscitato alcuni suoi gesti, consideravo veramente speciale: carino, intelligente, divertente, impegnato, premuroso... L'unica cosa che mi dava un leggero senso di inquietudine era il suo perenne sguardo fisso, non vacuo o insistente. No, piuttosto direi critico. Mi soppesava con chissà quali criteri.
Thank you Paoler for that.
Do you remember BCN days
Bé, dopo un primo periodo di disperazione, ad un certo punto ho realizzato che era giunto il momento di rimettermi in piedi e, come si suol dire, "voltar pagina" e andare avanti ed è stato proprio in quel momento che, dal nulla, lui è ricomparso, amorevole e dispiaciuto per quanto era successo.
Come ogni essere di sesso femminile, mi sono sentita lusingata e decisamente appagata da un evento di tali proporzioni: un uomo che rinuncia al proprio insano orgoglio! Quante volte succede??
Per quanto ancora fossi facile preda dei caldi istinti, non gli mai tenuto nascosto il fatto che non ero più la persona di prima: avevo accettato la sua assenza, avevo reagito e imparato a fare a meno della sua presenza.
In breve, dopo un primo periodo in cui pensavo seriamente di poter rimettere a posto le cose, ho capito dai continui litigi telefonici che non sarei riuscita a rimettere a posto un rapporto già incrinato e, soprattutto, non ci avrei messo l'impegno necessario.
Ok, forse ho temporeggiato un po' troppo ma... E' sempre così difficile fare la cosa giusta! Io mi impegno veramente tanto per comportarmi bene nei confronti del prossimo: prima di tutto per tenere in equilibrio il karma che, per come la vedo io, ha ripercussioni immediate sulla propria vita, e in secondo luogo perché, pur non essendo cattolica, trovo che il comandamento "Non fare al prossimo tuo quello che non vuoi fatto a te stesso" sia universalmente valido. Però è difficile, tremendamente angosciante e complicato.
E infatti, oltre agli insulti di routine, mi sono beccata pure un "meglio non stare con te che hai un culo che fa provincia".
Bè, oddio... Magra non la sono di certo ma è davvero un criterio di valutazione? Il suo sguardo fisso valutava le dimensioni del mio deretano (che, tanto per puntualizzare, non è da passerella ma ancora entra nei seggiolini di sicurezza delle altalene per bambini)? Esistono DAVVERO ancora persone che, a quasi 30 anni, mortificano una persona tramite i difetti fisici o quelli che si presume essere tali?
Mi sto ancora chiedendo se dopo un batosta morale come questa sarò ancora in grado di rapportarmi normalmente con un uomo, spogliarmi di fronte a lui, farmi vedere in costume o avere paura che ogni minimo difetto possa essere trasformato in un'arma.
Il principe azzurro non esiste e, anche se esistesse, sarebbe ormai obsoleto come un telefono cellulare senza connessione wi fi.
Vorrei, però, che esistessero tanti Humphrey Bogart capaci di amare, di fare la cosa giusta e lasciare andare.  

mercoledì 14 dicembre 2011

Io vado, ciao.

Il periodo natalizio porta con sé troppo scintillio, troppa felicità, troppo buon umore e troppi buoni propositi. E io, invece, voglio evitare tutto 'sto tripudio di oro, argento e calorie.
Ho cambiato idea: io chiedo a Babbo Natale un volo di sola andata per Ushuaia, ovvero la punta estrema della Patagonia argentina. Scommetto che "en la fin del mundo" sono molto più sobri rispetto a noi europei, consumisti logorati da questa ciclica ricorrenza capace di estenuare anche l'animo più gioioso.
Tornerò, forse, quando non sarò più una patetica imbranata che riesce a procurarsi lividi solo con la forza del pensiero, mentalmente e fisicamente.



domenica 11 dicembre 2011

Una tranquilla domenica paranormale

Come quasi ogni domenica da un anno a questa parte, sono in ufficio... Ormai la mia vita si svolge principalmente tra questi 20 mq e in macchina. La mia macchina (ribattezzata Polly o Batmobile o Volkberta, a seconda delle giornate e del mio umore e, soprattutto, del corrispondente stile di guida) che ha già quasi 16.000 chilometri. Ed è con me da giugno. E' il prolugamento di me stessa, appunto.
Comunque, almeno fino alle 17.30 me ne starò seduta alla scrivania a fissare la piazza vuota e a rifiutare le centinaia di richieste per Castleville che mi arrivano su Facebook. Se rifiuto una, due, tre volte, quale parte del tuo sistema nervoso ti suggerisce di ostinarti a rompermi i coglioni?? Non lo so.
La verità è che da giorni mi sto trascinando un articolo sulla tragicomica situazione economica della piccola città in inesorabile declino in cui vivo e dovrei finire di scriverlo entro domani, altrimenti il mio caporedattore potrebbe tuonare con uno dei suoi tipici insulti in dialetto parmigiano. 
Nonostante il termine di consegna stia per giungere inesorabilmente, mi ostino a guardare video trash su Youtube assieme alla mia collega, malata di horror movies, paranormale, mostri marini e inquietanti presenze. 
La foto non c'entra nulla però mi sembrava comunque azzeccata.
Grazie, sempre, a Celyciah.
Lei ride e mi spiega con minuzia scientifica come si fa a "costruire" un perfetto fantasma posticcio, riportandomi esempi, definizioni, autori e specialisti in materia. Io ascolto con interesse unito alla mia sana dose di cinismo stile "Ehi ma cosa credi? Lo so anch'io che sono tutte falsità!", anche se con un occhio continuo a fissare con preoccupazione la replica della puntata di Voyager: macchie su muri e pavimenti somiglianti a volti umani apparsi in casa di un'anziana e innocua signora spagnola, città devastate dalla peste, case costruite su cimiteri. Sono tranquilla e scettica, certo, però se mi capitasse davvero di imbattermi in strani fenomeni vagamente occulti credo sarei molto turbata. E lievemente isterica.
<<Pensa ai conduttori di questi programmi che devo entrare di continuo in case infestate, castelli abbandonati, cimiteri...>> mi dice la collega.
E io penso a me, a cosa farei nei panni loro... Vedo lo snobbismo ereditato dai miei borghesissimi genitori impossessarsi di me e farmi avanzare a passo di marcia, avvolta da svolazzanti pantaloni palazzo, camicia con rouches, trench e mocassini a tacchi alti, e con alterigia intervistare gli astanti, facendo sfoggio di tutta la razionalità di cui dispongo.
E, probabilmente, al minimo scricchiolio assumere il colorito di uno straccio usato e avvertire un prepotente senso di nausea.



domenica 4 dicembre 2011

Caro Babbo Natale

Quest'anno, io e le mie più care amiche siamo concordi nel chiedere in regalo a Babbo Natale (o Santa Lucia, o Gesù Bambino o lo spirito del Natale, chiamatelo come volete) una cosa: un lavoro.
Non un lavoro qualsiasi, attenzione: un lavoro che ci piaccia, che sia stimolante e che non sia preferibile a una ceretta inguinale (per chi non l'abbia mai provata, definire dolorosa la ceretta inguinale è un eufemismo).
Quindi:




Caro Babbo Natale,
eccomi di nuovo, dopo tanti anni durante i quali ho messo in discussione la tua esistenza.
Ti scrivo non più per chiederti la Nouvelle Cuisine, che comunque non mi hai mai portato, ma per fare una richiesta molto più seria: non voglio diventare ricca, non voglio essere l'imperatrice del mondo, voglio solo un lavoro dignitoso che non mi faccia desiderare un letale cocktail di farmaci ogni volta che apro gli occhi e realizzo di dovermi recare in ufficio. Per favore.
Inoltre, anche se non è strettamente necessario, se tu fossi così generoso da mandarmi anche un uomo non mi dispiacerebbe... Ho detto uomo, capito?! UOMO! Non uno pieno di paranoie e pretese, non uno sessualmente confuso, non uno rachitico e soporifero, non uno con il quoziente intellettivo e l'attitudine di un rotolo di nastro adesivo. Non so se ci siamo capiti.
Ok, direi basta. Magari qualche voucher Ryanair, se proprio ti avanza qualcosa.
Ah e poi vorrei che anche i desideri delle persone che amo fossero realizzati, grazie.
Ciao Babbo!
Con immensa stima e inestinguibile speranza,
Alle


martedì 22 novembre 2011

Non lo so

Questa è la risposta che ultimamente mi capita di dire (e sentir dire) sempre più spesso quando si parla di futuro lavorativo, di prospettive, programmi.
Io e le mie amiche, lo ammetto candidamente, confidiamo nelle gravidanze altrui per accedere agli ambiti posti di lavoro. Quindi una conversazione-tipo è la seguente:
<<Al lavoro come va?>>
<<E guarda, è un lavoro di m...a, ma almeno ci pago l'affitto e gli orari sono ottimi per frequentare l'università e andare al tirocinio... E te?>>
<<Eh uguale. Il lavoro mi fa schifo però mi ci pago le rate della macchina e tutto il resto. Il contratto scade a dicembre, a gennaio comincio il tirocinio in redazione a Parma e poi... E poi BOH!>>
"Qui si fanno solo prove, non si sa chi diventare" canta sempre il mio prediletto Raphael Gualazzi e quanto ha ragione!
E' normale rassegnarsi alla precarietà, all'incertezza, alle perplessità?
Sì, soprattutto per il proverbiale spirito di sopravvivenza che contraddistingue da sempre noi primati.
Ed ecco quindi che, invece di uscire a "fare la movida", io e le altre disadattate passiamo le serate cercando un'idea in grado di risollevare le finanze e i morali, entrambi terribilmente a terra.
Ci candidiamo ad annunci lavorativi anche se sappiamo che nessuno mai ci ricontatterà, pensiamo a come conciliare lavoro e studi, lottiamo per le ambizioni a cui, nonostante tutto, non abbiamo ancora rinunciato.
Che poi, di risate, ce ne facciamo anche noi: è troppo faticoso rimanere sempre serie e depresse.
<<Siamo dei casi umani>> dice una, <<Voglio smettere di pensare>> dice l'altra.
Io con loro mi diverto, loro sono il mio amore ai tempi del precariato.



venerdì 11 novembre 2011

Thinking about tommorrow

<<Don't stop thinking about tomorrow>> mi canta Raphael Gualazzi, quasi come se si stesse proprio rivolgendo a me questo cantante e pianista italiano, questo "sorprendente talento musicale dell'anno", come lo definisce giustamente il sito ufficiale, e che, peraltro, non sono riuscita a intervistare a causa del suo tirannico manager, il quale mi ha pure definita molto maleducata quando ho provato a insistere leggermente per rivolgere due domande al suo protetto. Gulp! direi se fossi un fumetto. O forse Sob... Non lo so.
Maleducata?? Ma come?! Proprio io che in questi ultimi anni ho cercato di fare della diplomazia il mio stendardo, delle buone maniere la mia corazza. Liquidata così, come una vil cafona anche un po' stalker.


Raphael Gualazzi durante il concerto al Teatro Regio di Parma.
Grazie sempre a Celyciah per la foto.
Recentemente sono anche stata definita svarionante e logorroica.
Dopo un'attenta riflessione, sono giunta alla conclusione che, in effetti, un fondo di verità c'è: non possedendo quei "filtri" naturali che permettono alle persone di non dire troppe assurdità, ho cercato negli anni di acquisire, appunto, un buon livello di diplomazia. Diplomazia che, mio malgrado, non sempre mi assiste.
Ma quali sono realmente le qualità di un bravo giornalista?  E' maleducato, diplomatico, tignoso? O deve trovare il giusto compromesso?



lunedì 31 ottobre 2011

...Comunque domani parto.

Ed ecco, come ogni ottobre da quando esiste il Po, torna la nebbia ad avvolgere ogni pezzo di questa realtà di territorio compreso tra il Grande Fiume e gli Appennini.
La nebbia, è risaputo, gioca brutti scherzi: provoca quella sensazione di miscuglio tra malinconia, struggimento e tenerezza che nuoce gravamente alla salute, soprattutto quella mentale.
<<Qui tutto bene -scrivo ad un'amica momentaneamente vivente a Lisbona, cercando di sintetizzare la realtà altalenante in cui sono immersa ora- venerdì dovevo uscire con le amiche ma ero talmente inversa che ho dato buca e, una volta da sola in macchina di ritorno dal lavoro, ho aperto i rubinetti e ho pianto per la frustrazione e il nervosismo. Poi, mi sono ingozzata di torta fritta con un'amica fidata (forse dalle tue parti è meglio conosciuto come gnocco fritto). Sabato, invece, avevo appuntamento per alcuni esami medici obbligatori e, facendo il doppler, ho sentito il suono del mio cuore: era forte, più di quanto immaginassi, senza ombra di indecisione su quanto doveva fare, travolgente e risoluto. Mi ha riempito di determinazione e voglia di andare avanti perchè se dentro di me c'è un organo che fa un casino del genere perchè mai dovrei rinunciare??>>
E lei, poetica come solo lei sa essere, mi ha detto che come colonna sonora alle mia parole si addiceva Ennio Morricone.
Grazie, Chiara.


Comunque, stasera sarebbe anche Halloween, serata durante la quale i morti dovrebbero resuscitare.
Grazie a Celyciah per avermi concesso di utilizzare le sue foto:
senza di lei io sarei a metà.
Di conseguenza, anche le persone noiose come me dovrebbero smaltire la pigrizia e approfittare di una ricorrenza che non appartiene alla tradizione italiana ma che è entrata prepotentemente a far parte anche della nostra realtà in quanto ennesima occasione propizia per far bisboccia.
Feste a tema, invasione di panciute zucche e inutile merchandising, bande di ragazzini che si aggirano tra case e condomini minacciando il celebre “Dolcetto o Scherzetto?”. Peccato che la maggior parte del mio vicinato sia composta da anziani che se ne fregano di Halloween, dei dolcetti e i suddetti ragazzini vengano così cacciati in malo modo
Io, nel frattempo, me ne sto a letto con la mia gatta, i piedi freddi e il biglietto dell'aereo pronto sul ripiano della specchiera.

lunedì 24 ottobre 2011

Sempre un po' a disagio


Ho da poco scoperto l'esistenza di un blog veramente interessante: http://sempreunpoadisagio.blogspot.com/.
Ok, probabilmente sono molto più famosi di quanto immaginassi e il fatto che io ignorassi la loro esistenza rappresenta un numero consistente di punti a mio sfavore.
Mi sono sentita tranquillizzata anche solo dal titolo. Sempre un po' a disagio, ovvero la condizione costante della mia vita: non sono una figa pazzesca, sono imbranata, mediamente isterica ed emotivamente instabile.
I giorni si accavallano senza che io concluda niente di costruttivo e importante: il lavoro che serve a mantenermi, per quanto interessante fosse all'inizio, si è trasformato in un impiego noioso, ripetitivo e poco stimolante e mi sento come se sprecassi ore e ore preziose. Ma devo lavorare per forza e quindi... Avanti.
L'università è come un tunnel senza la luce ristoratrice ad attendermi al termine... Sono molto amareggiata per non aver sfruttato meglio il tempo negli anni scorsi perchè, se lo avessi fatto, ora non mi troverei in questa situazione. Forse.
E la mia attività giornalistica continua a essere abusiva, precaria e a rischio, come viene detto a Giancarlo Siani nel film "Fortapàsc". E, ovviamente, continua a essere molto poco retribuita.
Qualche settimana fa, durante la pausa pranzo del mio lavoro "ufficiale", ho deciso di recarmi presso un vicino centro commerciale per affogare i dispiaceri amorosi nell'acquisto convulso di vestiti inutili.
Percorrendo il tragitto in macchina, ho presto notato una grossa nuvola di fumo giallo ocra provenire da una zona non ben definita. Le persone normali cosa avrebbero fatto? Avrebbero tirato su il finestrino per non far entrare la puzza acre in macchina e avrebbero attivato la funzione di ricircolo. E io? Io no, io ho spalancato il finestrino per annusare l'aria e per carpire eventuali grida di aiuto, sirene e quant'altro. 
Una volta raggiunta la zona da cui proveniva il fumo, ho mollato la macchina sul ciglio della strada e mi sono precipitata a fare foto e interviste, incurante del fatto che ai piedi avessi ballerine di gomma. Il terreno era bollente e dopo mezzora passata a correre su e giù vicino alle fiamme, le suddette calzature hanno deciso di seguire il corso della natura e cedere al calore, sciogliendosi in buona parte sui miei piedi.
L'articolo e le foto che ne sono derivati erano buoni e, ovviamente, sono stati inviati senza compenso a un importate sito di news online.
L'ultimo incarico affidatomi dalla redazione è stato intervistare una naturopata. Che cos'è una naturopata? E' un essere umano molto strano che crede a cose decisamente poco probabili, almeno dal mio punto di vista: esiste l'anima e possiede un colore e una forma, le malattie sono il risultato degli errori nelle vite precedenti e possono essere curate con l'amore e la forza psicologica. Banale come battuta ma, quando ho la febbre, il paracetamolo mi dà molte più soddisfazioni.
E' una vocazione, più che la scelta di un mestiere. Ho sempre saputo quello che volevo fare, ma la strada per arrivarci è veramente, veramente piena di insidie e prese per il culo.

martedì 20 settembre 2011

I giorni dell'abbandono


"Hello darkness my old friend,
I've come to talk with you again" cantavano Simon & Garfunkel nel 1969.
Continua a rimbombarmi in testa, quella canzone, non riesco a dimenticarla... Forse perché è indissolubilmente legata alla scena finale del film "Il Laureato", uno dei miei preferiti: una scena epica, commovente e amara che, quella che ormai sembra una vita fa, mi era stata dedicata come giuramento d’amore.
Amore ovviamente crollato su se stesso, ennesimo naufragio della mia vita sentimentale.
Sì, il precariato ha sopraffatto i sentimenti: meglio concentrarsi su se stessi, inutile negare che non avere uno stipendio sicuro alla lunga purtroppo cambia le prospettive.
«Il punto è che per avere qualsiasi tipo di relazione bisogna prima trovare il nostro posto nel mondo, economicamente parlando». Che strazio.

Ebbene, ecco archiaviata la "Casa degli Specchi", ovvero  la giostra dove la propria immagine risulta sempre distorta e modificata fino al punto di infondere un senso di disagio, disorientamento e confusione. 
Ero certa di non essere in grado di provare certe emozioni ed è sconcertante scoprire che anch'io, a volte, posso sentirmi delusa, amareggiata e vulnerabile. 



domenica 11 settembre 2011

Sentirsi come quando da ragazzini si scopre che la roba colorata del gongorzola è in realtà muffa.

Quel senso di sgomento, misto a incredulità e impotenza... Con un pizzico di rassegnazione. 
Ecco come ci si sente quando, all'improvviso, si scopre che il gongorzola, una cosa buonissima, è fatta con la muffa. Credo che dovrebbe essere una specie di metafora di tutte le delusioni che capitano nell'arco di una vita, una sorta di monito che aiuti ad essere preparati all'evenienza che tutte le cose belle, prima o poi, rivelano un aspetto tanto inatteso quanto sgradevole, anche se, in fondo, il gusto è pur sempre buono.

La verità è che l'amore ai tempi del precariato fa schifo. 
Non esistono consigli veramente utili su come gestire la lontananza, il senso di abbandono, i dubbi e le incertezze e non esistono parole confortanti quando la fiducia e l'amore vacillano. Esiste solo il perenne diverbio tra cuore e ragione, argomento già ampiamente esplorato da gente sicuramente più competente di me. 





martedì 2 agosto 2011

I giorni del fastidio

Nell'ultimo anno ho cambiato ben quattro professioni: cassiera al bar dell'ente fieristico di Parma, commessa in un grande magazzino d'abbigliamento, guida turistica e impiegata presso l'ufficio turistico di un paesino sperduto nella Bassa Parmense, bagnina part time e, attualmente in prova, giornalista e tuttofare nella redazione di Logisticamente.it, azienda di consulenza e progettazione logistica, appunto. Il tutto mentre ancora sono studente in Lettere, fucina inesauribile di arrabattoni dalle idee confuse. Senza dimenticare che non ho mai smesso di scrivere per vari ed eventuali giornali e riviste della Provincia, non pagata, ovviamente.
Proprio oggi mi è capitato di leggere un articolo molto brillante sulla difficile nostra vita, in questi tempi pieni d'amarezza : Amy e gli altri: 27, morto che parla.. L'autore, Saverio Raimondo, illustra, con la giusta dose di autoironia, cinismo e disincanto, quando sia fastidioso essere giovani oggi, rassegnati al precariato e all'inadeguatezza delle proprie aspirazioni che si scontrano ogni giorno con la realtà che se ne frega, delle aspirazioni, dei sogni e delle ambizioni.
E, rimanendo in ambito di lavori poco concordi alle proprie ambizioni, ho riflettuto a lungo e attentamente sui pro e sui contro di quest'ultima professione che dovrei intraprendere e il responso finale è che, per quanto io sappia adeguarmi ad ogni situazione, seppur stramba e inadeguata alle mie capacità, a me, di logistica, non me ne frega assolutamente niente.

domenica 24 luglio 2011

Le Giostre e Io

Ultimamente, ho avuto occasione di migliorare la mia capacità di cogliere l’essenza delle situazioni, caratteristica che credo sia essenziale per un buon giornalista, anche se devo ammettere che, al momento, la sto applicando a tutt’altro campo d’azione.
Ecco, per quanto sia piuttosto banale come argomento su cui riflettere, ho recentemente scoperto che le relazioni amorose, o meglio i rapporti con l’altro sesso, sono allegorie di giostre di un luna park: c’è chi arriva a costruire una sorta di Disney World, chi Gardaland, chi un semplice agglomerato di tristi giostrine che, solitamente, si trova nei parchetti cittadini o fuori dai supermercati.
Per esempio, uno degli esemplari che posso annoverare nel mio personale parchetto divertimenti è lo “Scivolo Con Tappeto”, ovvero la giostra in cui è necessario scalare un’ardua e sdrucciolevole salita, per poi lanciarsi a tutta velocità su gobbuti e ripidi scivoli tramite l’ausilio di panni in feltro. Solitamente si atterra poi su materassi assolutamente inadatti al loro scopo: dovrebbero attutire l’impatto, in realtà la tela cerata che li ricopre lo rendono ancora più traumatico e penoso.
Da qui, appunto, l’idea che questa giostra rappresenti una categoria ben precisa di uomini: nonostante la vetta sia raggiungibile solo con sforzo e fatica, già durante il tragitto si pregusta l’emozione dell’imminente discesa. Una volta conquistata, si è incuranti del fiato corto e del dolore alle gambe, si sorride estasiati, accecati dall’ebbrezza dell’altezza e dalle luci sparate dritte negli occhi, eccitati pregustando l’adrenalina del lancio.
E quando arriva il sacrosanto momento del lancio, però, capita che sia divertentissimo durante i primi istanti, un’emozione mai provata prima, poi arriva galoppando la consapevolezza di essere totalmente impreparati all’impatto e si ha la crescente certezza che sarà doloroso, molto doloroso. E così è, in effetti.
E se poi, durante la discesa, il tappeto sguscia via da sotto il culo, la situazione si fa ulteriormente drammatica perchè ci si ustiona ampie parti di corpo a causa dell’attrito con la lamiera.