martedì 22 novembre 2011

Non lo so

Questa è la risposta che ultimamente mi capita di dire (e sentir dire) sempre più spesso quando si parla di futuro lavorativo, di prospettive, programmi.
Io e le mie amiche, lo ammetto candidamente, confidiamo nelle gravidanze altrui per accedere agli ambiti posti di lavoro. Quindi una conversazione-tipo è la seguente:
<<Al lavoro come va?>>
<<E guarda, è un lavoro di m...a, ma almeno ci pago l'affitto e gli orari sono ottimi per frequentare l'università e andare al tirocinio... E te?>>
<<Eh uguale. Il lavoro mi fa schifo però mi ci pago le rate della macchina e tutto il resto. Il contratto scade a dicembre, a gennaio comincio il tirocinio in redazione a Parma e poi... E poi BOH!>>
"Qui si fanno solo prove, non si sa chi diventare" canta sempre il mio prediletto Raphael Gualazzi e quanto ha ragione!
E' normale rassegnarsi alla precarietà, all'incertezza, alle perplessità?
Sì, soprattutto per il proverbiale spirito di sopravvivenza che contraddistingue da sempre noi primati.
Ed ecco quindi che, invece di uscire a "fare la movida", io e le altre disadattate passiamo le serate cercando un'idea in grado di risollevare le finanze e i morali, entrambi terribilmente a terra.
Ci candidiamo ad annunci lavorativi anche se sappiamo che nessuno mai ci ricontatterà, pensiamo a come conciliare lavoro e studi, lottiamo per le ambizioni a cui, nonostante tutto, non abbiamo ancora rinunciato.
Che poi, di risate, ce ne facciamo anche noi: è troppo faticoso rimanere sempre serie e depresse.
<<Siamo dei casi umani>> dice una, <<Voglio smettere di pensare>> dice l'altra.
Io con loro mi diverto, loro sono il mio amore ai tempi del precariato.



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