martedì 20 marzo 2012

Non avere un pensiero e saperlo esprimere


«Salve, sono Alessandra, ci siamo sentite per telefono qualche giorno fa.»
«Ah! La giornalista! Prego prego, si accomodi.»
«Grazie.»
«Allora, cosa vuole sapere?»
«Bé, a dire il vero è lei che mi deve raccontare un po' in cosa consiste la sua attività...»
«Giusto giusto. Immagino si sarà già informata.»
«...S...Sì, certo.»
«Quindi sa che il mio è uno studio di Rinascita Interiore nato dall'incontro fra persone interiormente unite dall'ideale di facilitare il cammino per l’evoluzione dell’uomo e la crescita verso la realizzazione.»
«AH. Sì, certo... Lo sapevo. Mi spieghi pure.»




Il giornalismo non è tutto inchieste, reportage, cronaca nera; i giornalisti non sono solo quelli che stanno appostati giorni e notti davanti alle case dove avvengono le tragedie che scuotono l'intero Paese.
O, al contrario, non tutti i giornalisti sono come Philippe Daverio, sempre immersi nell'arte (e nella gastronomia), paladini dell'italica cultura, difensori della civilizzazione e diffusori di somma sapienza.
Esiste una sottile linea grigia di giornalismo "marchettaro": in tempi di crisi, l'editoria deve pur trovare il modo di sopravvivere. E, di solito, è la pubblicità l'unico canale che consente questa sopravvivenza.
Chi è che trova le pubblicità? Sono loro a trovare noi? Eh no, non sempre. Esiste una bizzarra figura professionale chiamata agente commerciale, la quale si suddivide in chi resta in redazione a reggere i sottili equilibri tra contatti, uffici, pubblicazioni, prezzi e spazi pubblicitari e chi invece ha il sacrosanto compito di andare a rompere le palle, a sua discrezione, trovando gente che voglia consenzientemente elargire euri.
Purtroppo, il nostro commerciale itinerante ha la particolare abilità di saper snidare quelli che io chiamo casi umani: naturopati, riequilibratori bioenergetici, associazioni di rinascite interiori, professionisti di terapie alternative, ciarlatani vari ed eventuali ed io, essendo l'ultima arrivata nella redazione presso cui collaboro, sono ovviamente spesso il tramite con gli inserzionisti i quali, pagando per la pagina pubblicitaria, hanno a volte anche diritto a un cosiddetto "pubbliredazionale", ovvero un articolo che si contraddistingue dagli altri perché, innanzitutto, ha un bel bollino indicativo e, in secondo luogo, perché parla in toni entusiastici di qualsivoglia argomento. Come è facilmente immaginabile, spesso e volentieri i casi umani mettono a dura prova l'autocontrollo, la diplomazia e il paraculismo di cui sono abbondantemente dotata.
La mia responsabile editoriale, oberata di lavoro, mi ha per l'ennesima volta mollato in mano i molteplici contratti pubblicitari, dicendo semplicemente «Vai».
Va bene, vado.
Si comincia cercando di capire chi siano gli inserzionisti, cosa facciano nella vita, nonché quanto spazio dare in base alla cifra pattuita. Triste da ammettere, ma si sa che il denaro è il motore dell'universo.
Si prosegue contattando gli stessi e accordandosi per un incontro.
Al momento dell'intervista, ci sono alcune linee guida che ogni giornalista dotato di buon senso si crea man mano che l'esperienza aumenta. Personalmente, cerco sempre di iniziare sorridendo come se in quel momento non desiderassi altro che trovarmi proprio lì e, in fase di conversazione, annuisco incoraggiante e impassibile. Qualsiasi sia l'argomento trattato, anche la boiata più disumana, ho imparato a non dare mai visibilità a quello che penso davvero. A volte mi scappano degli "AH!" e degli "UHMHM" un pochino più striduli del normale ma pare che nessuno se ne accorga.





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