lunedì 19 marzo 2012

Pochi grammi di coraggio

C'è una canzone che proprio non riesco a togliermi dalla testa, in questi giorni in cui, citando Un karma pesante di Daria Bignardi, "Mi sento estranea, ridicola, superiore e inferiore a tutti, completamente fuori posto e in maschera. Ma al tempo stesso, so che quel che sto facendo in qualche modo misterioso servirà, è una sorta di sogno che devo pagare, una via crucis penosa ma necessaria per arrivare al mio obiettivo".
Grazie a Chiara, il mio mini pony che racconta le memorie di un pastel de nata

Una canzone che mi ha conquistata per semplicità e perché capace di rispecchiare certe complessità e contraddizioni di persone che, come me, meditano, rimuginano troppo e sentono ciclicamente il bisogno di scappare.
Il viaggio (Pochi grammi di coraggio) è una canzone di Daniele Silvestri dal sapore un po' retrò, dal suono che invita ad essere accompagnato alla risacca del mare, all'arancione prepotente dei tramonti estivi e a quel vento "sempre fresco, che s'insinua malizioso e disonesto".

Resterò seduto ad aspettare
Non mi importa delle ore
Non mi importa di sembrare un deficiente
Io che, fondamentalmente, non ho forse mai aspettato niente
Fuggo dal bisogno di scappare, resto qui e ci voglio stare
Non mi importa del dolore questa volta
Se per caso fosse amore me lo voglio meditare


Strano come spesso basti un viaggio, pochi grammi di coraggio
Un vestito un po’ piu corto e poi lo sguardo di uno che era di passaggio
Strano ma non credo che sia peggio
Non credo che sia peggio


Ci voleva lei che ti portasse fino a qui
Perché fossi come sei perché fossi così
Ci voleva sì
Ci voleva lui perché ritrovassi me
Perché forse in fondo è vero che per essere capaci di vedere cosa siamo
Dobbiamo allontanarci e poi guardarci da lontano


Ci sono isole che andrebbero evitate soprattutto quando è estate
Pochi passi sul pontile è già finire intrappolato come un pesce nella rete e condividerne la sete
Certe isole col sole al posto giusto con un vento sempre fresco
Che s’insinua malizioso e disonesto
E piano piano si confonde nel rumore fastidioso e sempre uguale delle onde


Ci voleva lei che ti portasse fino a qui perché fossi come sei perché fossi così
Ci voleva sì
Ci voleva lui perché ritrovassi me
Perché forse in fondo è vero che per essere capaci di vedere cosa siamo
Dobbiamo allontanarci e poi guardarci da lontano


Strano come spesso basti un viaggio pochi grammi di coraggio
Un vestito un po’ più corto e poi lo sguardo di uno che era di passaggio
Strano ma non credo che sia peggio
Non credo che sia peggio


Resterò seduto ad aspettare 
Non mi importa delle ore 
Non mi importa di sembrare un deficiente
Io fondamentalmente non ho forse mai aspettato niente
Fuggo dal bisogno di scappare resto qui e ci voglio stare
Non importa del dolore
Questa volta se per caso fosse amore me lo voglio meritare.

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