martedì 15 maggio 2012

Onora il padre e la madre

Durante una delle mie tante elucubrazioni mentali ho pensato al rapporto con i genitori. Con i miei, con quelli degli altri, quello degli altri con i propri.
Io sono sempre stata quella tale per cui se un'amica diceva (o dice) «Ma c'è anche l'Alle!», il genitore, guardando di sbieco la prole, trae un sommesso respirone dalle narici prima di dire «AH!», con al seguito un sospiro di sollievo e il tanto sperato «...Allora va bene».
E questo non accade(va) perché io fossi più brava o responsabile, ma più che altro perché ero molto sveglia, sempre educata e attenta. Ai genitori piace una ragazzina che si pulisce sempre le scarpe prima di entrare in casa, chiede permesso e si scusa per il disturbo. È come firmare un tacito accordo di equo scambio: a casa mia avrai sempre Estathe al limone freddo di frigo e torta di mele, in cambio occhio che a Riccione mia figlia non perda la verginità agli angoli delle strade.
Che poi magari la verginità se n'era già andata da un bel pezzo, ma tant'è. Io ero l'assicurazione. E, come Rambo, non ho mai fallito.
Merito dei miei, di genitori, che mi hanno allevata a metà tra una lady della borghesia inglese e a metà seguendo la massima "Vedrai che quando l'acqua ti tocca il culo impari a nuotare".
Ricordo che un ex, mentre mi raccontava di come avesse sfiorato l'arresto all'aeroporto di Gerusalemme mentre era lì come corrispondente per un'emittente italiana, mi disse «Mi hanno lasciato in quella stanza da solo per tre ore, scalzo, senza documenti e con il cellulare a pezzi. Ero già pronto a telefonare...».
E io, completando la sua frase mentalmente, immedesimandomi nella situazione, mi sono detta  «...a mio padre!» perché è quello che realmente avrei fatto. Se nel bel mezzo di una situazione critica come quella mi fosse stata concessa una sola telefonata, avrei chiamato mio babbo. Non sto scherzando. È stata veramente la prima cosa che ho pensato e che, senza dubbio, avrei fatto.
Invece la "risposta corretta" era: «...all'ambasciata!». Ah già, l'ambasciata.
Per come sono io in realtà, ben lontana dall'organizzazione e dall'affidabilità che si aspettano da me i genitori delle mie amiche, non mi sarei ricordata di segnarmi il numero dell'ambasciata nemmeno tra i possibili contatti d'emergenza sull'agenda, figuriamoci impararlo a memoria in caso in necessità.
Comunque, il problema è che hanno fatto talmente bene il proprio dovere che, affidandomi alla metafora della mela con l'albero, io sono caduta lontanissima dai rami su cui son nata. Eppure, cadendo, non mi sono spiaccicata al suolo, non mi sono spezzata a metà, non mi hanno mangiata, non sono diventata humus, non sono stata presa a calci. Un po' ammaccata, questo sì, ma loro non se ne preoccupano più di tanto, nemmeno quando mi scappa un mescolo.
Si sa, le mele lucide e perfette finiscono al supermercato, quelle ammaccate hanno qualche possibilità in più di cavarsela.




3 commenti:

  1. Il tuo post più bello di sempre ( ma anche gli altri erano di livello, ovviamente ).Mi ha emozionato, è scritto col tono garbato del cuore.
    I miei mi hanno sempre educato a due principi fondamentali : 1) fatti i cazzi tuoi che noi ci facciamo i nostri.Pari e patta,insomma.2) fai una minchiata e ti fotto per l'eternità.
    Nella stanza dell'areoporto, io avrei telefonato a me stesso : " Hey bello, hai una mezza idea per sfangartela ? ". Trovavo una soluzione, puoi giurarci.

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  2. Bellissimo blog. Bellissimo post. Delicato nel ricordo. Quasi celebrazione... anch'io, tra l'altro, avrei chiamato mio padre (forse mia madre, ché è quella più pratica e riesce ad affrontare ogni emergenza con nervi saldi che farebbero invidia a Batman).
    Felice di averti beccata, in questo mare telematico :)

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