martedì 28 febbraio 2012

3) Il personaggio letterario preferito


Potrei essere banale e prevedibile dicendo che il mio personaggio preferito è Holden Caulfield, levandomi così l'impiccio di stare a descrivere ed approfondire un'altra figura che ha popolato il mio universo letterario. Potrei... Ma, in realtà, la figura che preferisco in assoluto è ben più articolata ed è il tipico esempio di personaggio che, seppur frutto della fantasia del suo autore, a fine lettura sembra sia esistito veramente perché, se così non fosse, il mondo intero non avrebbe più lo stesso sapore.
Parlo di Sherlock Holmes, il celebre "consulting detective" nato nel 1887 dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle, il quale tentò poi di sbarazzarsene fornendogli una morte eroica al termine del racconto L'ultima avventura, poiché era stato sopraffatto dal successo di un personaggio talmente ben congegnato da riuscire a brillare di luce propria ed avere acquisito una consistenza reale. E' comprensibile che uno scrittore si senta un attimo derubato del proprio talento se declassato a burattinaio utile solo a mantenere in vita una personalità di ben più alto lignaggio.
Sherlock Holmes si distingue dagli altri detective che lo hanno preceduto per il suo metodo deduttivo (Quando hai eliminato l'impossibile, qualsiasi cosa resti, per quanto improbabile, deve essere la verità), oltre a un'eccezionale conoscenza del tessuto criminale non solo londinese ma anche internazionale e un'accurata padronanza delle materie scientifiche quali anatomia, botanica, geologia, chimica.
Sherlock Holmes non è un eroe dotato di super poteri, bensì esercita un fascino magnetico grazie a intelligenza, abilità e astuzia, non si lascia coinvolgere da nessun tipo di emozione per mantenere la mente sempre capace di ragionare con lucidità e freddezza (L'amore è un'emozione, e tutto ciò che è emozione contrasta con la fredda logica che io pongo al di sopra di tutto). E' consapevole del proprio talento e si fa beffe delle tecniche investigative di Scotland Yard, divertendosi alle spalle dell'Ispettore Lestrade, perennemente costretto ad affidarsi alle competenze del detective di Baker Street che concede il proprio aiuto soprattutto per soddisfazione personale.
La sua umanità si manifesta in una debolezza di cui cade preda ogni volta che si trova in uno stato di inattività: per combattere la depressione e mantenere la mente in movimento, Holmes fa uso di cocaina e morfina, un vizio molto più consono ai rocker degli ultimi decenni del secolo scorso o a qualche protagonista di moderne, quanto discusse, serie televisive. A completare il ritratto di un personaggio degno di essere letto e riletto c'è Watson, fedele compagno e unico appoggio di tante avventure, anche lui diventato spunto per gli "sfigati-che-fanno-da-spalla-al-figo-della-situazione" sempre presenti in film, telefilm e opere letterarie venute di seguito.


2) La citazione preferita

Partendo dal presupposto che è il mio libro preferito, è ovvio che la mia citazione preferita sia all'interno de Il Giovane Holden.
Il problema è scegliere quale sia l'estratto che più preferisco.
Una delle frasi che preferisco è il passaggio risolutivo, quello dà senso compiuto al titolo originale dell'opera, The catcher in the rye: "Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare". Holden Caulfield altro non vorrebbe fare se non acchiappare bambini in un campo di segale, salvandoli dal dirupo. A chi mai potrebbe venire in mente un'immagine così poetica e, allo stesso tempo, assurda e avere, oltretutto, il coraggio di raccontarla con un flusso di coscienza così toccante?

Un'altra frase, a mio avviso, indimenticabile di questo libro è all'interno dell'undicesimo capitolo, quando il protagonista si reca presso uno dei più rinomati night club di Manhattan e, mentre aspetta un tavolo, riflette sulle presunte abilità musicali del pianista che da anni intrattiene il pubblico e, con cinico distacco, commenta l'atteggiamento di chi lo circonda, posizione che mi sento di condividere pienamente: "Come si chiama la canzone che stava sonando quando entrai non lo so con sicurezza, ma qualunque fosse, la stava proprio massacrando. Infronzolava le note alte con tutti quei cretinissimi trilletti da gigione, e un sacco di altri ghirigori complicati che mi fanno girare ben bene le scatole. Ma dovevate sentire lagente alla fine. Roba da vomitare. Avevano perso la testa. Erano proprio gli stessi fessi che al cinema si sganasciano dalle risate per cose che non sono affatto comiche. Giuro  davanti a Dio che se fossi un pianista o un attore o qualcosa del genere, e tutti quei cretini mi trovassero fantastico, per me sarebbe tremendo. Non vorrei nemmeno i loro battimani. La gente batte sempre le mani per le cose sbagliate. Se fossi un pianista, suonerei in uno sgabuzzino, accidenti."

Ma la citazione che preferisco, la frase che tengo davanti agli occhi come monito perenne, è decisamente una breve riflessione che passa inosservata agli occhi di chi legge questo libro senza essersene innamorato già dalle prime righe. Mi colpì come una sassata in testa già alla prima lettura, quasi 10 anni or sono: "Voglio dire, erano bravi, ma lo erano troppo. Quando uno di loro finiva di dire una frase, immediatamente l'altro ribatteva a tutta velocità. Tutto questo doveva dar l'idea di come la gente parla e si interrompe a vicenda eccetera eccetera. Recitavano un po' come il vecchio Ernie suona il piano giú al Village. Se uno è troppo bravo a fare una cosa, finisce che dopo un po', se non ci sta attento, si mette a calcare la mano. E allora non è piú tanto bravo."


domenica 26 febbraio 2012

1) Il libro preferito

Su facebook è da poco partita un'iniziativa molto carina: si chiama 30 giorni di libri. In pratica, consiste nell'indicare, giorno per giorno, il libro che, secondo il proprio gusto e le proprie affinità elettive, corrisponde a un elenco predefinito:

1) Il tuo libro preferito.
2) La tua citazione preferita.
3) Il tuo personaggio preferito di un libro che hai letto.
4) Il libro più brutto che tu abbia mai letto.
5) Il libro più lungo che tu abbia mai letto.
6) Il libro più corto che tu abbia mai letto.
7) Il libro che ti descrive.
8) Un libro che consiglieresti.
9) Un libro che ti ha fatto crescere.
10) Un libro del tuo autore preferito.
11) Un libro che prima amavi e che ora odi.
12) Un libro che non ti stancherai mai di rileggere.
13) Il libro che in questo momento hai sulla scrivania.
14) Il libro che stai leggendo in questo periodo.
15) Apri il primo libro che ti capita tra le mani ad una pagina a caso, inserisci la foto e la prima frase che ti salta agli occhi.
16) La tua copertina preferita.
17) Il personaggio che vorresti impersonare per un giorno.
18) Il primo libro che hai letto.
19) Un libro il cui film ti ha deluso.
20) Un libro dove hai ritrovato un personaggio che ti rappresentasse.
21) Un libro che ti ha consigliato una persona importante per te.
22) Un libro che hai letto da piccola.
23) Un libro che ti ha stupito (in positivo o in negativo) a scapito delle recensioni. 
24) Il libro che ti fa fuggire dal mondo.
25) Un libro che hai scoperto da poco.
26) Un libro che conosci da sempre.
27) Un libro che vorresti aver scritto.
28) Un libro che farai leggere ai tuoi figli.
29) Un libro che devi ancora leggere.
30) Un libro che ti ha commosso.

Il mio 1) è Il giovane Holden di J.D. Salinger.
E' il libro che preferisco in assoluto è, anche se la traduzione italiana del titolo purtroppo fa perdere molto del significato (in originale sarebbe The catcher in the rye). Sono particolarmente legata a questo libro e ne ricordo ogni dettaglio: lo comprai durante un viaggio a Roma, alla Feltrinelli  vicino la Fontana di Trevi, e lo lessi durante le vacanze di Natale, divorandolo in poco più di 24 ore. Me ne sono innamorata subito, sarà perché ho avuto la fortuna di leggerlo la prima volta mentre avevo la stessa età e lo stesso umore del protagonista, stessi sentimenti, stesso atteggiamento nei confronti della perdita di una persona importante. L'estate successiva, comprai la versione inglese all'aeroporto di Edimburgo di ritorno dal soggiorno-vacanza di un mese.
E' un libro che ho riletto tutti gli anni nello stesso periodo dell'anno e, anche se sono cresciuta e qualcosa in me è cambiato, rimane IL LIBRO, quello con le pagine usurate dalla lettura, quello che porterei in capo al mondo, quello che mai mi abbandonerà.

venerdì 24 febbraio 2012

Io non voglio scappare

Tra esattamente tre mesi compio 25 anni. 
Lo so, ho avuto il grandissimo privilegio di nascere lo stesso giorno di Ilaria Alpi, Bob Dylan, nonché nella ricorrenza della dichiarazione di guerra dell'Italia all'Impero Austro-Ungarico durante la Prima Guerra Mondiale.
Penso siano accadute innumerevoli altre cose importanti in questa data ma questi tre particolari fattori ben sintetizzano vari aspetti della mia vita: la passione, la tenacia, la forza di Ilaria Alpi, oltre alla voglia inesauribile di fare al meglio un mestiere che non si sceglie, bensì da cui si viene scelti (una vocazione, ne sono sempre più convinta, altrimenti non si spiega il rimanere dalle 9.30 del mattino a mezzanotte passata in una redazione da cui non percepisco stipendio). 
Bob Dylan: no, non sono musicista, anzi... Sono stonata come un adolescente in piena fase di cambiamento voce che tenta di gorgheggiare come Maria Callas. Non mi permetterei mai di paragonarmi a lui ma condivido con questo straordinario personaggio la continua ricerca di "qualcosa di più", la perenne inquietudine e tensione a tutto ciò che è diverso e rappresenta uno spunto di crescita e miglioramento, oltre alla mutevolezza, la versatilità, l'impazienza.
Per quanto riguarda l'entrata in guerra dell'Italia... Bè, non sono una guerrafondaia, ci mancherebbe! La citazione si riferisce piuttosto alla prima strofa della "Canzone del Piave", inno nazionale italiano dal 1943 al 1946, nonché tuttora una delle più famose canzoni patriottiche che celebra l'inizio della resistenza delle forze armate italiane che costrinsero gli Austro-Ungarici a ripiegare. Sì, sono patriottica, nonostante tutto e nonostante tutti. Amo il mio Paese di un amore istintivo e profondo, lo amo con tutti i sensi, soprattutto perché le difficoltà che sta attraversando mi spingono sempre di più a difenderlo con tutte le forze. «E' necessario sentirsi violentemente italiani - scriveva Giovannino Guareschi, illustre figlio della Bassa parmense, nel 1951 sulla rivista "Candido" - Bisogna avere il senso della importante funzione dell'Italia nel mondo se si vuole avere la forza di difendere l'Italia ad ogni costo. Bisogna essere violentemente italiani per avere la forza di volere ad ogni costo rimanere tali».
E' questa la mia strada, me ne rendo sempre più conto ogni giorno che passa, ogni volta che qualcuno mi chiede "Ma come? Non ci pensi ad andare a lavorare all'estero?". Ogni volta che ritorno, ogni volta che vien giorno, ogni volta che qualcuno si preoccupa per me. Ok, io Vasco non lo sopporto, ma questa canzone è la colonna sonora di uno dei migliori film sul giornalismo italiano: Fortàpasc, la storia di Giancarlo Siani
Sono i ragazzi come lui, fulgidi e irraggiungibili esempi, che mi convincono a non scappare, a viaggiare per crescere ma poi tornare: sono una delle poche superstiti con l'illusione di dover provare, provare, provare a fare qualcosa, qualsiasi cosa, per migliorare il posto a cui appartengo.

martedì 21 febbraio 2012

Tuuuuuuuu...

...tu che sei diversa, almeno tu nell'universo...

Sono tornata e ad aspettarmi c'eri tu, anche se
eravamo insieme, nella tua cucina, fino a pochi minuti fa. 
Ho sfogliato la rivista con un nodo alla gola: non c'è stato verso di scioglierlo nemmeno con il the, che dovrebbe essere sempre una soluzione.
Sei una delle pochissime persone che capisce cosa sto facendo della mia vita, mi sento un po' traballante al pensiero di non poter condividere ogni cosa con te per svariati mesi.
Ti ho detto che no, ancora non voglio vedere il piano del tuo viaggio, non sono pronta ma la sarò sempre per sostenere ogni tuo progetto. 
Ti scriverò, mi scriverai e guai a te se non lo farai, fa anche rima.
Mi manchi già. 
Ti ricordi il testo di Rosemarie Urquico? E' la cosa più bella che mi hai fatto leggere, assieme al "Dizionario delle parole difficili" di Sorge.

Dai un appuntamento ad una ragazza che spende il suo denaro in libri anziché in vestiti. Lei ha problemi di spazio nell’armadio perché ha troppi libri. Dai un appuntamento ad una ragazza che ha una lista di libri che vuole leggere, che ha la tessera della biblioteca da quando aveva dodici anni.

Trova una ragazza che legge. Saprai che lo fa perché avrà sempre un libro ancora da leggere nella sua borsa. E’ quella che guarda amorevolmente sugli scaffali di una libreria, quella che tranquillamente emette un gridolino quando trova il libro che vuole. La vedi odorare stranamente le pagine di un vecchio libro in un negozio di libri di seconda mano? Questo è il lettore. Non può resistere dall’odorare le pagine, specialmente quando sono gialle.

Lei è la ragazza che legge mentre aspetta in quel caffè sulla strada. Se dai una sbirciatina alla sua tazza, la sua panna non proprio fresca galleggia in superficie perché lei è già assorta. Persa nel mondo dell’autore. Siediti. Potrebbe darti un’occhiataccia, poichè la maggior parte delle ragazze che leggono non amano essere interrotte. Chiedile se le piace il libro.
Offrile un’altra tazza di caffè.

Falle sapere ciò che tu davvero pensi di Murakami. Vedi se sta leggendo il primo capitolo di Fellowship. Cerca di capire che se dice che ha compreso l’Ulisse di Joyce, lo sta solo dicendo perché suona intelligente. Chiedile se ama Alice o se vorrebbe essere Alice.

E’ semplice dare un appuntamento ad una ragazza che legge. Regalale libri per il suo compleanno, per Natale e gli anniversari. Falle il dono delle parole, in poesia, in musica. Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Falle sapere che tu comprendi che le parole sono amore. Capisci che lei sa la differenza che c’è fra i libri e la realtà ma che per dio, lei sta cercando di rendere la sua vita un poco simile al suo libro preferito. Se lo fa, non sarà mai colpa tua.

Ha bisogno di essere stuzzicata in qualche modo.
Mentile. Se comprende la sintassi, capirà che hai la necessità di mentirle. Oltre le parole, ci sono altre cose: motivazione, valore, sfumature, dialogo. Non sarà la fine del mondo.

Deludila. Perchè una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine. Perché le ragazze come lei sanno che tutto è destinato a finire. Che tu puoi sempre scrivere un seguito. Che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe. Che nella vita si possono incontrare una o più persone negative.
Perché essere spaventati da tutto ciò che tu non sei? Le ragazze che leggono comprendono che le persone, come i caratteri, si evolvono. Eccetto che nella serie di Twilight.

Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta. Quando la trovi alle due di notte stringere un libro al petto e piangere, falle una tazza di the e abbracciala. Potresti perderla per un paio d’ore ma tornerà sempre da te. Lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre.

Chiedile la mano su una mongolfiera. O durante un concerto rock. O molto casualmente la prossima volta che lei sarà malata. Mentre guardate Skype.
Le sorriderai apertamente e ti domanderai perché il tuo cuore ancora non si sia infiammato ed esploso nel petto. Scriverete la storia delle vostre vite, avrete bambini con strani nomi e gusti persino più bizzarri. Lei insegnerà ai bimbi ad amare Il Gatto e il Cappello Matto e Aslan, forse nello stesso giorno. Camminerete insieme attraverso gli inverni della vostra vecchiaia e lei reciterà Keats sottovoce , mentre tu scrollerai la neve dai tuoi stivali.

Dai un appuntamento ad una ragazza che legge perché te lo meriti. Ti meriti una ragazza che possa darti la più variopinta vita immaginabile. Se tu puoi solo darle monotonia, e ore stantie e proposte a metà, allora è meglio tu stia da solo. Se vuoi il mondo e i mondi oltre ad esso, dai un appuntamento ad una ragazza che legge.

O, ancora meglio, dai un appuntamento ad una ragazza che scrive.


Scrivi. Il viaggio che ti aspetta è solo l'inizio del meglio che devi pretendere per te stessa: un giorno, su quella rivista, ci saranno le mie parole accanto alle tue foto. 
Mi manchi già.

"Mi metterei con te, se non fosse per la mia eterosessualità prepotente".

venerdì 17 febbraio 2012

Anch'io ho un cuore, a volte

Ho deciso di fare un bel gesto, male non può farmi, no?
Doveconviene.it dà l'opportunità di rendere il proprio blog a impatto zero: l'iniziativa in questione si chiama "il mio blog è CO2 neutral" ed il suo funzionamento dipende dalla dichiarazione del blogger, il quale offre la propria disponibilità ad abbattere l'impronta ecologica del proprio sito e DoveConviene.it, in collaborazione con iplantatree.org, provvederà a piantare un albero in zone soggette a processi di riforestazione.
Ok, detta così sembra una boiata ma L'amore ai tempi del precariato ha deciso di aderire perché... Perchè no? Mi auguro davvero di poter fare qualcosa, nel mio piccolo, per migliorare il posto in cui vivo.

mercoledì 15 febbraio 2012

5 minuti solo 5 vedrai

La mia morbosa curiosità mi ha spinto a un'esperienza universalmente ritenuta squallida e grottesca: lo speed dating. 
Dovuta premessa: cos'è lo speed dating? Trattasi di una serie di appuntamenti al buio, solitamente organizzati in un luogo dall'atmosfera lounge e dalle luci soffuse. I partecipanti vengono fatti sedere uno di fronte all'altro, disposti su due file parallele di sedie ai lati opposti di vari tavolini, e hanno 5 minuti di tempo per parlare, presentarsi, conoscersi. Gli uomini sono disposti in una fila, mentre le donne in quella opposta e sono gli uomini a scalare posto di volta in volta, al suono di un campanello che scandisce le varie sessioni di "approfondimento", chiamiamole così. 
Ebbene sì, l'ho fatto. Però all'Ikea. Quindi niente luci soffuse, tanto meno l'ambiente sofisticato a fare da sfondo. 3,99 euro per aperitivo a buffet e una ventina di uomini con cui scambiare chiacchiere a profusione. O, nel mio caso, BALLE a profusione.
Innanzitutto, ho detto di chiamarmi Valeria e per un esiguo numero di minuti mi sono pure crogiolata al pensiero che mi si addicesse parecchio, salvo poi dimenticarmene e presentarmi col mio vero nome in plurime occasioni.

Arrivo in ritardo, ad accogliermi la canzone di Fausto Leali "Vivo per lei". Cominciamo bene.
Il primo che si accomoda di fronte a me può tranquillamente essere mio padre, forse un attimo più vecchio, ma questo non lo frena dal focalizzare l'attenzione su quel punto del corpo umano femminile tra collo e ombelico.
«Begli occhiali - esordisce - sono vintage?»
«Grazie!» rispondo e, mentre cerco di trovare una risposta intelligente all'osservazione sullo stile vintage, lui ribatte:
«Aspetta, girati un po'... Ah no, non sono vintage. Li hai comprati di recente?»
«Sì sì, li ho cambiati da poco...»
«Ah ho capito... A me piace molto lo stile vintage, vado sempre in cerca dei mercatini.»
Da quel momento e per i rimanenti 4 minuti circa, una serie di sproloqui sui mercatini del vintage di cui io sembro la massima esperta, nonché cultrice. 
Suona la campanella, avanti il prossimo.
«Ciao, io sono Alberto!»: Alberto ha tutta l'aria del bravo ragazzone che non ha idea alcuna di come si seduce il cuore di una donzella. Infatti, la mia mente ci mette ben pochi attimi a partire per la tangente, costruendo fantasie su improbabili premiazioni Pulitzer in cui è Hugh Jackman a consegnarmi l'ambito premio. Riesco a cogliere brevi stralci del suo monologo in cui racconta che il suo mestiere consiste nello scrivere i manuali di utilizzo dei macchinari ottici. Oddio, ho pure il coraggio di intervenire con un convintissimo «Mmh interessante!». Mi risveglio solo quando mi viene rivolta la fatidica domanda «E tu cosa fai nella vita?». Per un attimo ho la tentazione di dire seriamente «Affitto l'utero per 20.000 euro al mese» ma poi viro ad un classico quanto improbabile «Sto finendo di studiare e sono in graduatoria per insegnare matematica alle superiori. Sai, per ora faccio solo supplenze e sostituzioni...». Seh, come no. Sono proprio credibile, io che ancora non ho imparato la tabellina del 7. 
«Ah dai, non ti davo della matematica! Hai più l'aria di una che studia materie umanistiche!». Ma pensa, Alberto. 
«E invece, pensa un po'...!» dico, accompagnando le parole con un tipico gesto di arresa.
Suona nuovamente la campanella e sento di dover fare un mentale sospiro di sollievo.
Ad un certo punto, qualcosa di terrificante coglie la mia attenzione: è arrivato un volto noto del maggior quotidiano di città e provincia a documentare fotograficamente l'evento che sta animando l'ikeico San Valentino parmigiano. Non posso permettere che la mia copertura salti. Imploro l'amica che mi ha accompagnata, salvo poi ritirarsi, di impedire alla fotografa di immortalarmi in questa situazione, spiegandole che, sotto mentite spoglie, sto preparando un articolo. 
Nel frattempo, è giunto il turno di Alessandro: di fronte a me siede niente popo di meno che uno degli assistenti più rognosi della mia facoltà. Dissimulo con molta abilità il mio stupore, unito a una buona dose di nervosismo, e ascolto con rinnovato interesse quel che racconta. 
«Sì, all'Ateneo di Lettere mi è scaduto il contratto e ora insegno in un liceo scientifico di Parma» spiega con una certa autorevolezza. Mentalmente sto esultando sbracciandomi, saltando, ballando, cantando, altro che tre metri sopra il cielo.
«E tu? Di cosa ti occupi?»: che domanda formale, non ha proprio dimenticato i modi da sessione d'esame. La mia sconfinata inventiva mi suggerisce di spararla grossa, rimanendo comunque nel mio ambito di competenza: «Lavoro per l'Ansa». Non riesco a credere alla mia stessa bocca. Il karma mi punirà, lo so.
Nuovamente, la campanella mi salva mentre racconto avventure al limite del credibile di come io sia un'ispiratissima fotografa in cerca del reportage capace di farmi approdare al National Geographic e così via. «Cercami su Facebook», mi dice alzandosi. «Ok», lo rassicuro mentre nascondo un moto di puro ribrezzo per i suoi denti in avanzato stato di decomposizione e la capigliatura con forfora e riporto. L'ho già detto che sono una persona orribile, non c'è bisogno di ripeterlo.

Il candidato successivo si rivela essere più interessante del previsto: nonostante fisicamente sia una sorta di mastro lindo, mi avvince la descrizione del suo lavoro.
«Sono uno psicologo, ho uno studio e principalmente lavoro con i rugbisti. Sai, ne hanno molto bisogno...»
I rugbisti hanno bisogno di essere psicoanalizzati. Non riesco a nascondere un certo disorientamento... I rugbisti sono quelli che si danno spallate nel fango per una palla ovale, vero? Quelli che a fine partita dimenticano rivalità e antagonismo e vanno tutti insieme a trangugiare pizza accompagnata da fiumi di birra? Mi appunto mentalmente di farlo presente a uno dei miei redattori, parmigiano d'acciaio e vecchia gloria del rugby locale.
Mentre un ragazzo dalle sopracciglia depilatissime si siede con poca grazia al mio tavolino, comincio a meditare una via di fuga. Questa esperienza si sta rivelando più divertente del previsto ma non posso tollerare di passare così tutta la serata: tutta la mia connaturata impazienza comincia a prendere il sopravvento.
Al nuovo malcapitato somministro l'identità fasulla ormai già collaudata della fotografa, nonché viaggiatrice instancabile, snob e senza fissa dimora. Mi guarda mugugnando.
«Io vivo coi miei», bè, penso sia ragionevole data la giovane età, 26 anni circa.
«Ah dai. Mai pensato di andare a vivere, che ne so, con i tuoi amici?»
«Ma và. Io a casa ci sto bene, cosa credi.»
«Immagino.»
«E poi son di poche parole.»
«Ho notato.»
«Fai sport?»
«Mmm... Cammino.»
«Vai in discoteca?»
«Non direi.»
«E dove vai alla sera?»
Affanculo, vorrei rispondere. 
«Cinema, pub o locali con musica dal vivo. Dipende...»
«Ah. Io comunque non parlo molto... Non mi viene da parlare.»
E fai bene a tacere, mio caro.
Driiiiiiiin. Dio sia lodato, addio cretino.
Marco, quello che decido essere l'ultimo speed date della serata e, probabilmente, dell'intera vita, deve dare a giorni l'esame da pilota di aerei di linea. Non il mio tipo, capelli troppo irti e abbigliamento che ricorda Vacanze a Cortina '92, ma decisamente il più simpatico della serata, soprattutto quando confessa tutto l'imbarazzo provato nel conversare con donne molto più mature di lui. Al che sento di chiedergli un consiglio: «Quindi, tu cosa faresti se volessi fuggire da qui senza essere visto?», chiedo a bassa voce, per non essere sentita dagli organizzatori che già mi hanno intimato di non abbandonare la mia postazione. «Infila la giacca e vai»; messaggio ricevuto, passo e chiudo. Mimeticamente, mi dirigo verso la mia amica, che ha già captato i miei movimenti, e insieme conquistiamo l'uscita ridendo come pazze.
"Benvenuti nell'era dell'anti innocenza: nessuno fa colazione da Tiffany e nessuno ha storie da ricordare. Facciamo colazione alle sette e abbiamo storie che cerchiamo di dimenticare il più in fretta possibile" diceva Carrie nel primo episodio di Sex and The City.
Bè, non è il mio caso: voglio ricordare e raccontare tutto, anche gli episodi più imbarazzanti.

sabato 11 febbraio 2012

I know she wants more than a party

Celyciah mi manda messaggi affranti riguardanti il suo stato di salute. Rispondo:
«Consolati, la Tizia si è fatta fare la permanente» 
«Ahahahahahahah. Ahahahahahahahah. Ahahahahahahahahahahahahahahahaha.»
«Pensa. Vedi? Questo dimostra che la gente non capisce».
«Penso penso».
«Chiaramente la gente non capisce».
So che la mia non è stata una risposta pertinente: dalle persone "normali" ci si aspetta un attento sincerarsi delle condizioni dell'interlocutore, non un caustico commento sulle scelte stilistiche di un terzo incomodo. Ma, nel nostro "gergo quotidiano", è una cosa che ci provoca una smodata ilarità, come dimostra la risposta dell'amica.
Il fatto è che questo blog non è nato per avere visibilità... E' nato più che altro per dare sfogo a quei frangenti spesso grotteschi e ridicoli, nell'eventualità che qualcuno ci si possa, almeno in parte, identificare e smettere di sentirsi come la particella di sodio della celeberrima pubblicità dell'acqua Lete.

E' nato anche perché mi sono sempre sentita molto in imbarazzo a scrivere di me stessa, mettendo me al centro della narrazione: il ruolo di giornalista mi riesce meglio perché sono solo "un'ombra" dietro quello che scrivo, preferisco essere una sorta di strumento per dare risalto e visibilità a chi davvero se lo merita.
Ogni libro del liceo e dell'università, ogni blocco per appunti, ogni quaderno, ogni agenda che ritrovo dopo, a volte, anni sono pieni di racconti, riflessioni, spunti, invenzioni. Ho sempre riempito di parole qualsiasi pezzo di carta che mi trovavo tra le mani ma non sono mai riuscita a superare la paura di far leggere a qualcuno quelle, seppur misere, produzioni.
L'amore ai tempi del precariato è un modo per superare quella paura a poco a poco, un passetto alla volta.


Un Grazie, anche più di uno a dire il vero, lo devo al principale autore di un gran bel blog.

giovedì 9 febbraio 2012

Io e Te, Tu ed Io.

C'è una persona in questo particolare momento della mia vita capace di capirmi, appoggiarmi, sostenermi.
E' una ragazza, un'anima gemella che ho avuto la fortuna di conoscere qualche anno fa e con cui, da allora, ho condiviso gran parte delle mie avventure/sventure.
Diciamo sempre che se scrivessimo un libro riportando le nostre conversazioni faremmo un successone poi, pensandoci bene, ci viene il dubbio che certe cose facciano ridere solo noi.


«Com'è andata la giornata?» mi ha chiesto ieri al telefono.
«Poche prospettive di un futuro roseo in redazione per me...» rispondo con malumore.
«Perché? Sei brava, sei LA SCEMA DI Sì. Ormai potresti mettere una brandina e nessuno noterebbe la differenza.»
«Eh... Però se poi arriva qualcuno più bravo di me...»
«Dai per cortesia, non dir cazzate.»
«Sai che il nuovo stagista ha la stretta di mano tutta molle e mi ha porto solo la puntina delle dita?»
«Che schifo. Li odio quelli che fanno così.»
«Sì, anch'io non li sopporto. Comunque... Sai quel sito di notizie che A. sta mettendo su con altri giornalisti di Piacenza?»
«Eh»
«Bè, pensa che hanno già talmente tanti sponsor che si possono addirittura permettere una condotta morale nell'accettare o meno banner pubblicitari. Daranno tantissimo risalto a uno che fa panini strani.»
«Sì va bè... Strani come?»
«Eh A. dice che ne ha mangiato uno al merluzzo. Buonissimo, dice. Dice anche che secondo lui la crisi è un'opportunità...»
«Che vada a cagare, tanto ha bisogno di uno psichiatra. Comunque, tu cosa stai aspettando a farti introdurre?»
«Mi aveva detto che dava per scontato che avrei scritto anch'io per il sito ma non si è più fatto sentire!»
«Quindi la tua giornata si riduce a una stretta di mano molle e a un panino al merluzzo?»
«Sì.»

giovedì 2 febbraio 2012

A volte cresco

Domenica, mentre ero nel piccolo ufficio di accoglienza e informazione turistica di uno dei microcosmi della Bassa parmense, senza nulla di preciso da fare, ed essendo ormai fuori legge Megavideo, ho ben pensato di svagare la mente ripiegando su una delle mie passioni più inconfessabili: i reality di MTV. Sono assolutamente trash, costruiti e fasulli ma tant'è... Mio malgrado mi incollano allo schermo e mi smuovono addirittura qualche emozione non ben identificata.
L'ultimo a cui mi sono appassionata è Plain Jane, ovvero una giovane stilista-consulente di stile (una di quelle nuove professioni così TRENDY) molto bella, molto curata, molto alla moda che aiuta adolescenti impacciate (e tendenzialmente sfigatelle) a migliorare il proprio aspetto e la propria personalità per conquistare il belloccio dietro cui sbavano senza osare confessarsi.
Alla tipa della puntata che ho guardato domenica pomeriggio è stato chiesto "quali sono le cose più maldestre che hai fatto in presenza di un ragazzo che ti piaceva?".
Ho spontaneamente fatto un breve riepilogo di quello che ho fatto io, stupida foca paraplegica che non sono altro: sono caduta dallo sgabello di un bar, ho rovesciato bicchieri e bottiglie, sono quasi soffocata con un caffelatte, sono inciampata innumerevoli volte, balbettato, detto assurdità tra cui "viene sempre fuori un triangolo se si uniscono tre punti!". Un'affermazione del genere potrebbe causare non pochi fraintendimenti pensando alla celeberrima canzone di Renato Zero ma io intendevo veramente chiarire questa semplice nozione geometrica a un tizio con cui ero uscita, decisamente carino ma dalle idee non poco confuse in materia di cultura generale.
Comunque, tralasciando le digressioni riguardanti la mia perenne inadeguatezza e quello che ne deriva, mi sono fermata a riflettere sul messaggio che arriva agli adolescenti, maggiore utenza del canale MTV. Le ragazzine che mandano disperati videomessaggi di SOS per essere salvate dall'anonimato e dalla propria, si fa per dire, bruttezza hanno dai 18 ai 22 anni circa e già devono abbandonare felpe e scarpe da ginnastica per diventare attraenti e sofisticate donne, truccate, acconciate e sempre pettinate con boccoli traboccanti lacca sensualità.
Ma perché poi?? Una delle cose più divertenti, in età adulta, è ricordare quanto si è stati brutti, malvestiti e sfigati da ragazzini! L'adolescenza ha un unico scopo: è la scusante per commettere tutti (o quasi) gli errori possibili, in modo tale da non aver nemmeno voglia di ripeterli in futuro, che si tratti di vestiti, capelli, ragazzi. Alcol e qualche droga leggera hanno un capitolo a parte, ma rientrano comunque nella categoria dei presunti disonori adolescenziali. 
Cos'è tutta 'sta frenesia di crescere e maturare? Non voglio lasciarmi andare a panegirici femministi tipo "L'importante è stare bene con se stesse" o "Devono apprezzarvi per l'intelligenza" o, ancora, "Siete belle dentro" perché sono la prima ad avere un sacco di complessi e ammetto che, per una ragazza, avere un aspetto decente va troppo spesso di pari passo con la sicurezza in sé. 
Nella puntata che ho guardato oggi, invece, era una ragazza di 20 anni a chiedere aiuto: molto mal vestita ma carinissima e studentessa di astrofisica. Ho automaticamente pensato: "Cosa te ne fai di un uomo quando studi astrofisica??" 
Una delle mie migliori amiche, tempo fa, mi ha appiccicato sopra al letto un post-it fucsia che non ho mai più tolto: "Amati, Ama Chi Ti Ama e Amami". Ecco, credo sia più o meno la sintesi della seduzione.
Non dimenticando che, ad ogni età, i maschi saranno sempre dei tontoloni ritardati rispetto alle femmine.