martedì 27 marzo 2012

Una scomoda verità

Oggi mi sono resa conto di non saper raccontare i viaggi.
O meglio, a voce non riesco proprio a dar sfogo ai ricordi e alla fantasia. Mi limito a dire cose tipo È stato bello, Sono stata bene, È tutto bellissimo oppure Eh no, mi aspettavo meglio.
Poi, scrivendo, riesco a dar vita a tutto quello che ho assimilato: colori, odori, musiche e vere e proprie sinfonie.
Appena uscita dalla redazione, mi ha chiamata un conoscente che non sentivo da parecchi mesi: dove sei stata di bello?, mi chiede. E io mi limito ad enunciare le ultime tappe degne di nota, Irlanda e Parigi.
Avremo sempre Parigi - Gennaio 2012
Lui, che vive facendo l'istruttore di snowboard, di sci, la guida turistica in bicicletta, viaggia tutto l'anno, ed è appena tornato dall'Egitto, mi racconta le ultime avventure come fosse una guida Lonely Planet. Anzi, forse meglio perché spiega con entusiasmo, con colore e quella vivacità che piace tanto a noi scribacchini.
Dai raccontami com'è l'Irlanda che non ci sono mai stato!, mi incalza.
Eh! Bella! Dublino molto vivibile, bella, tanta birra... Belfast è molto diversa da come la descrivono... E poi le coste dell'Irlanda del Nord! Stupende!
E lui: Ma dai, non mi dire...
Irlanda del Nord, Causeway - Novembre 2011
E io... Io mi sono sentita veramente scema perché riesco a parlare senza ostacoli di qualsivoglia argomento, anche il più cretino o il più elevato, anche se non ho nemmeno una vaga idea di cosa io stessa stia dicendo (ma questa è LA DOTE per eccellenza della mia categoria. Siam braaaavi ragazzi, in fondo).
Eppure, dei viaggi, non so dir nulla...  È uno dei piaceri della vita a cui non rinuncio nemmeno se sono in bolletta, prendo 5 o 6 aerei all'anno, senza contare treni e macchine. Niente da fare, farfugliamenti indistinti, tono imbarazzato e tentennante, scena muta con tanto di espressione facciale degna di un cespuglio divorato dai pidocchi.


domenica 25 marzo 2012

12) Un libro che non mi stancherò mai di rileggere

Non è per tirarmela eh...
Questo giochino credo sia fatto anche per riflettere meglio sul proprio universo letterario e, va da sé, un'ampia porzione della mia libreria è riservata a libri dedicati al giornalismo. Tra questi, ce n'è uno che per me è stato una pura rivelazione o, citando La nuova vita di Orhan Pamuk, "Un giorno lessi un libro e tutta la mia vita cambiò. Fin dalle prime pagine ne percepii a tal punto la forza che mi parve quasi che il mio corpo si staccasse dalla sedia e dal tavolo a cui sedevo per allontanarsene".
Il libro che non mi stancherò mai di rileggere è Il giornalista quasi perfetto, manuale di sopravvivenza per ogni giovane che ambisca a diventare un bravo cronista.
L'autore è David Randall, senior news writer e foreign editor dell'Independent on Sunday di Londra, collaboratore di Internazionale, nonché giornalista che ha conosciuto e collaborato con i migliori cronisti e giornali britannici, russi, africani, statunitensi. Uno che sa il fatto suo, ecco.
Come avevo già accennato nel post sul libro che consiglierei, questo volume tratta tanti aspetti importanti relativi a una professione che si impara necessariamente sul campo: qualche consiglio dettagliato, quindi, non fa mai male, soprattutto perché Randall riporta tantissimi esempi concreti da cui trarre insegnamento, oltre ad aneddoti che sdrammatizzano una figura professionale universalmente guardata sempre di sbieco (mio padre ancora non ha rinunciato a farmi desistere e proprio ieri sera al mio «Se fisicamente non assomigliassi così tanto a entrambi, penserei di esser stata adottata», lui ha replicato «Se non ti avessi vista uscire, penserei che ci sia stato uno scambio di culle». Capito?).
I capitoli distinguono i "campi d'azione" e, a loro volta, sono suddivisi in diversi paragrafi e sotto-paragrafi che delineano al meglio le sfaccettature e le prospettive di una determinata situazione, di un particolare problema.
Ad esempio, uno dei capitoli che preferisco è Come trattare gli eventi tragici (forse sarà raccapricciante ma a me la cronaca nera piace...).
Comunque, i paragrafi contenuti all'interno del capitolo sono esemplificativi:
Come evitare che un servizio su un disastro diventi disastroso. Ovvero, come non scrivere banalità, trattando l'argomento con il dovuto rispetto, senza compiere valutazioni affrettate e impegnandosi ad approfondire al meglio quanto accaduto (le 5 W, mai dimenticarle).
Il bilancio delle vittime. Ci sono due elementi nei servizi sulle sciagure che spesso creano problemi: comunicare il numero delle vittime e contattare i loro parenti. Randall illustra come non cadere nella grossolanità, affidandosi a fonti attendibili.
Annunciare una morte. Intervistare i parenti delle vittime è un compito che tutti i cronisti aborriscono e la difficoltà  è proporzionata al tempo trascorso da quando la famiglia ha saputo il fatto.
La regola d'oro, spiega Randall, è l'immedesimazione: dare alle famiglie delle vittime l'impressione che siano loro a controllare la situazione, tutelare la loro privacy, mai presentarsi subito con il taccuino in mano, chiedere il permesso di prendere appunti, mostrarsi partecipi. Sembra facile e altrettanto facile è definire queste indicazioni "minimo buon senso": in realtà, sono situazioni in cui spesso si tende a dimenticare il sangue freddo, si rimane preda di emozioni contrastanti che spazzano via la necessaria diplomazia.
I giornalisti sono dei duri, vero? Questo è, a onor del vero, il paragrafo finale in cui ci cerca di sdrammatizzare quanto precedentemente scritto.
Foto di repertorio che ci ritrae vicini
anche durante perniciose influenze
L'autore riporta un aneddoto che i giornalisti definirebbero quasi esilarante, le persone con un po' più di equilibrio agghiacciante.
Racconta di un cronista di nera di Chicago della fine degli anni Dieci, conosciuto per cinismo e spietata freddezza, che si trova ad assistere a un processo per plurimo omicidio.
Il carcerato in questione rimane impassibile per tutta la durata del processo e quando il giudice, con tono pacato, annuncia la condanna all'impiccagione, costui esplode in un "Vuoi farmi impiccare, eh?" e, tirando fuori dalla giacca un lungo coltello da macellaio, lo affonda nel cuore del giudice, il quale cade riverso privo di vita. Mentre un silenzio attonito piomba nell'aula, nessuno riesce a smuoversi dalla paralisi, nemmeno il duro cronista. L'unico che scrive freneticamente è un giovane giornalista del quotidiano concorrente che, poco dopo, chiama il fattorino per inviare le pagine manoscritte alla propria redazione.
L'altro, non capacitandosi che qualcuno abbia avuto i nervi più saldi, intercetta il fattorino per impadronirsi delle pagine e leggerne il contenuto: con mano tremante il giovane avversario aveva scritto "Il giudice è stato pugnalato, il giudice è stato pugnalato, il giudice è stato pugnalato...".
Al termine del capitolo, David Randall cita una frase di Kenneth Robinson: «Quando sentite un giornalista definire inquietante qualcosa, non dovete prenderlo sul serio».
Quello che è veramente inquietante, a mio avviso, è che qualsiasi giornalista, leggendo tale racconto, in cuor suo vorrebbe assistere a una simile scena ed è altrettanto convinto di poter reagire al meglio della propria lucidità.

Avrei però voluto che Randall mi avvisasse del rischio "Eco della montagna": poche settimane fa sono arrivata in redazione, ore 9.30 del mattino. Sedendomi alla mia postazione, mi sono voltata verso uno dei miei redattori chiedendogli: "Allora, com'era l'articolo che ti ho mandato ieri?". La risposta iniziale non lasciava presagire l'inferno che avrebbe scatenato... Dopo pochi e illusori complimenti, è partito un cazziatone colossale perché avevo cominciato il pezzo con "Si è svolta", a cui è seguita la spiegazione di cosa sia, appunto, l'eco della montagna:
«Sai cosa significa, in gergo giornalistico, l'eco della montagna?»
«...No...»
«Quando scrivi un simile incipit viene voglia di mettersi le mani a coppetta attorno alla bocca e urlare CHISSENEFREGAAAAAAA».


mercoledì 21 marzo 2012

Le 10 cose che non mi fanno stare bene

Oggi ho avuto un pessimo risveglio e mi è capitato di pensare all'antitesi del post Le dieci cose che mi fanno stare bene.
Dieci punti non sono nemmeno lontamente sufficienti ma cerco di sintetizzare quello che maggiormente mi urta il sistema nervoso.

10- Gli articoli su animali e bambini maltrattati che, nonostante tutto il mio sangue freddo, non riesco mai a leggere.

9- Le coppie che al ristorante non rivolgono la parola e nemmeno si guardano/Le coppie che sembrano le cocorite dell'amore (quei pennuti che se non vivono in perenne simbiosi muoiono, per capirci).

8- La maggior parte delle segretarie dell'Ateneo della mia università, rari esempi di maleducazione.

7- La musica truzza a volume spropositato in locali e negozi.

6- Le commesse che guardano con compassione chi non rispecchia i canoni estetici da rivista patinata.

5- I leghisti e, in generale, l'arroganza, unita a ignoranza e menefreghismo.

4- La gente che mi parla a distanza ravvicinatissima e, magari, nel mentre, si permette pure di darmi amichevoli pacche su braccia e spalle.

3- Mia mamma che sbatacchia pentole e padelle al mattino presto.

2- L'odore di fritto.

1- Il governo Monti. E, a questo proposito, propongo la lettura di un eccezionale articolo: http://comeunkillersottoilsole.blogspot.it/2012/03/andate-tutti-affanculo-non-voi-loro.html


martedì 20 marzo 2012

Non avere un pensiero e saperlo esprimere


«Salve, sono Alessandra, ci siamo sentite per telefono qualche giorno fa.»
«Ah! La giornalista! Prego prego, si accomodi.»
«Grazie.»
«Allora, cosa vuole sapere?»
«Bé, a dire il vero è lei che mi deve raccontare un po' in cosa consiste la sua attività...»
«Giusto giusto. Immagino si sarà già informata.»
«...S...Sì, certo.»
«Quindi sa che il mio è uno studio di Rinascita Interiore nato dall'incontro fra persone interiormente unite dall'ideale di facilitare il cammino per l’evoluzione dell’uomo e la crescita verso la realizzazione.»
«AH. Sì, certo... Lo sapevo. Mi spieghi pure.»




Il giornalismo non è tutto inchieste, reportage, cronaca nera; i giornalisti non sono solo quelli che stanno appostati giorni e notti davanti alle case dove avvengono le tragedie che scuotono l'intero Paese.
O, al contrario, non tutti i giornalisti sono come Philippe Daverio, sempre immersi nell'arte (e nella gastronomia), paladini dell'italica cultura, difensori della civilizzazione e diffusori di somma sapienza.
Esiste una sottile linea grigia di giornalismo "marchettaro": in tempi di crisi, l'editoria deve pur trovare il modo di sopravvivere. E, di solito, è la pubblicità l'unico canale che consente questa sopravvivenza.
Chi è che trova le pubblicità? Sono loro a trovare noi? Eh no, non sempre. Esiste una bizzarra figura professionale chiamata agente commerciale, la quale si suddivide in chi resta in redazione a reggere i sottili equilibri tra contatti, uffici, pubblicazioni, prezzi e spazi pubblicitari e chi invece ha il sacrosanto compito di andare a rompere le palle, a sua discrezione, trovando gente che voglia consenzientemente elargire euri.
Purtroppo, il nostro commerciale itinerante ha la particolare abilità di saper snidare quelli che io chiamo casi umani: naturopati, riequilibratori bioenergetici, associazioni di rinascite interiori, professionisti di terapie alternative, ciarlatani vari ed eventuali ed io, essendo l'ultima arrivata nella redazione presso cui collaboro, sono ovviamente spesso il tramite con gli inserzionisti i quali, pagando per la pagina pubblicitaria, hanno a volte anche diritto a un cosiddetto "pubbliredazionale", ovvero un articolo che si contraddistingue dagli altri perché, innanzitutto, ha un bel bollino indicativo e, in secondo luogo, perché parla in toni entusiastici di qualsivoglia argomento. Come è facilmente immaginabile, spesso e volentieri i casi umani mettono a dura prova l'autocontrollo, la diplomazia e il paraculismo di cui sono abbondantemente dotata.
La mia responsabile editoriale, oberata di lavoro, mi ha per l'ennesima volta mollato in mano i molteplici contratti pubblicitari, dicendo semplicemente «Vai».
Va bene, vado.
Si comincia cercando di capire chi siano gli inserzionisti, cosa facciano nella vita, nonché quanto spazio dare in base alla cifra pattuita. Triste da ammettere, ma si sa che il denaro è il motore dell'universo.
Si prosegue contattando gli stessi e accordandosi per un incontro.
Al momento dell'intervista, ci sono alcune linee guida che ogni giornalista dotato di buon senso si crea man mano che l'esperienza aumenta. Personalmente, cerco sempre di iniziare sorridendo come se in quel momento non desiderassi altro che trovarmi proprio lì e, in fase di conversazione, annuisco incoraggiante e impassibile. Qualsiasi sia l'argomento trattato, anche la boiata più disumana, ho imparato a non dare mai visibilità a quello che penso davvero. A volte mi scappano degli "AH!" e degli "UHMHM" un pochino più striduli del normale ma pare che nessuno se ne accorga.





lunedì 19 marzo 2012

Pochi grammi di coraggio

C'è una canzone che proprio non riesco a togliermi dalla testa, in questi giorni in cui, citando Un karma pesante di Daria Bignardi, "Mi sento estranea, ridicola, superiore e inferiore a tutti, completamente fuori posto e in maschera. Ma al tempo stesso, so che quel che sto facendo in qualche modo misterioso servirà, è una sorta di sogno che devo pagare, una via crucis penosa ma necessaria per arrivare al mio obiettivo".
Grazie a Chiara, il mio mini pony che racconta le memorie di un pastel de nata

Una canzone che mi ha conquistata per semplicità e perché capace di rispecchiare certe complessità e contraddizioni di persone che, come me, meditano, rimuginano troppo e sentono ciclicamente il bisogno di scappare.
Il viaggio (Pochi grammi di coraggio) è una canzone di Daniele Silvestri dal sapore un po' retrò, dal suono che invita ad essere accompagnato alla risacca del mare, all'arancione prepotente dei tramonti estivi e a quel vento "sempre fresco, che s'insinua malizioso e disonesto".

Resterò seduto ad aspettare
Non mi importa delle ore
Non mi importa di sembrare un deficiente
Io che, fondamentalmente, non ho forse mai aspettato niente
Fuggo dal bisogno di scappare, resto qui e ci voglio stare
Non mi importa del dolore questa volta
Se per caso fosse amore me lo voglio meditare


Strano come spesso basti un viaggio, pochi grammi di coraggio
Un vestito un po’ piu corto e poi lo sguardo di uno che era di passaggio
Strano ma non credo che sia peggio
Non credo che sia peggio


Ci voleva lei che ti portasse fino a qui
Perché fossi come sei perché fossi così
Ci voleva sì
Ci voleva lui perché ritrovassi me
Perché forse in fondo è vero che per essere capaci di vedere cosa siamo
Dobbiamo allontanarci e poi guardarci da lontano


Ci sono isole che andrebbero evitate soprattutto quando è estate
Pochi passi sul pontile è già finire intrappolato come un pesce nella rete e condividerne la sete
Certe isole col sole al posto giusto con un vento sempre fresco
Che s’insinua malizioso e disonesto
E piano piano si confonde nel rumore fastidioso e sempre uguale delle onde


Ci voleva lei che ti portasse fino a qui perché fossi come sei perché fossi così
Ci voleva sì
Ci voleva lui perché ritrovassi me
Perché forse in fondo è vero che per essere capaci di vedere cosa siamo
Dobbiamo allontanarci e poi guardarci da lontano


Strano come spesso basti un viaggio pochi grammi di coraggio
Un vestito un po’ più corto e poi lo sguardo di uno che era di passaggio
Strano ma non credo che sia peggio
Non credo che sia peggio


Resterò seduto ad aspettare 
Non mi importa delle ore 
Non mi importa di sembrare un deficiente
Io fondamentalmente non ho forse mai aspettato niente
Fuggo dal bisogno di scappare resto qui e ci voglio stare
Non importa del dolore
Questa volta se per caso fosse amore me lo voglio meritare.

domenica 18 marzo 2012

11) Un libro che prima amavo e ora odio

Sono rimasta un po' indietro con i 30 giorni di libri, purtroppo... Mi arrabatto al meglio per cercare di recuperare.

Comunque, come già ho detto in precedenza, non c'è nessun libro che io possa dire di odiare. Certo però ce ne sono alcuni che un tempo mi sono piaciuti UNA CIFRA (come sono gggiovane) e che ora mi fanno storcere un po' il naso.
E' il caso della trilogia Alexandros, i romanzi storici incentrati sulla figura Alessandro Magno, di Valerio Massimo Manfredi.
Li comprai da ragazzina in una piccolissima libreria del mio paese, gestita da due anziani che spesso non hanno idea dei tesori sepolti tra i loro polverosi scaffali.
Non nego che ne rimasi affascinata: da sempre la figura di Alessandro Magno mi ha incuriosito e indotto a ricerche approfondite (anche perché è a lui che devo il mio nome) e questi libri tingono di romanzo la vita del celebre condottiero macedone.
Forse un po' troppo, ecco.
Quando, con gli anni, ho poi studiato da un punto di vista prettamente storico la vita di Alessandro di Macedonia, ho capito che nei romanzi, come d'altronde è giusto che sia, sono stati eccessivamente fantasticati certi risvolti della sua vita privata: mentre le battaglie e le pianificazioni militari sono descritte da Manfredi con indubitabile verosimiglianza, sono i risvolti umani del giovane principe e poi re a far arricciare un po' il naso... Alessandro è stato un condottiero di valore smisurato, le sue gesta e il suo carattere indomabile saranno per sempre oggetto di studi ed appassioneranno tantissime generazioni future (almeno me lo auguro), però nel leggere queste pagine bisogna fare attenzione ai risvolti alla Beautiful. Esempio lampante: lui che sente il cuore esplodere in petto mentre osserva la terza moglie venirgli incontro sul suo cavallo bianco, fulgido esempio della purezza e della forza che Roxane, appunto, porta seco.
Ma quando mai, eh? L'aveva sposata per convenienza, non facciamoci troppe illusioni d'amore.
Ecco, comunque non sono libri da odiare, sia ben chiaro.
Lo stile, peraltro, è assolutamente avvincente e la lettura risulta piacevole e suggestiva.
Ideale per le prossime pause ombrellone, direi.
E anche se i libri non saranno di vostro gradimento, sarà impossibile non chiedersi "Che fine ha fatto la tomba di Alessandro?", uno dei grandi misteri che ancora imperversa tra storici, archeologi e giornalisti. Appunto.

sabato 17 marzo 2012

Cronaca di un venerdì sera pensionabile

Dopo una settimana passata quasi esclusivamente a scrivere, ho pensato bene di passare il venerdì sera post aperitivo-cena a leggere o, quanto meno, sfogliando i giornali che ho comprato stamattina.
Mentre mi pregustavo l'inizio della lettura di Le voci di Istanbul, non ho potuto fare a meno di prestare un orecchio al programma che mia madre stava guardando in tv nella stanza affianco o, meglio, al programma davanti al quale mia madre già ronfava alla grande (ha una passione smodata per tutte quelle discutibilissime serie di Fox Crime, il resto è noia. Mio padre, dal canto suo, non è affatto concorde in questa sua predilezione perché convintissimo che siano programmi scatenatori di incubi notturni e paranoie varie. Ma questa è un'altra storia...).
Io, comunque, i comici di Zelig non li sopporto. NON FATE RIDERE, OK?
Sono solo io ad avere un senso dell'umorismo completamente anomalo o la maggior parte di quei pagliacci fa venir tristezza, più che ilarità?

Come al solito, faccio la figura della cinica stronza perennemente polemica e incontentabile.
Però dai!
Come si fa a ridere ogni settimana con gli stessi identici siparietti?? Spiegatemelo, vi supplico. Magari così smetto di provare un'attrazione irresistibile per i programmi trash di MTV, le commedie inglesi e i blog sgrammaticati.

giovedì 15 marzo 2012

Impara l'italiano o...

E' da un po' che non scrivo, lo so... Purtroppo sono stata risucchiata da lavoro, ricerche, interviste e qualunque cosa vortichi attorno a una redazione  in pieno fermento da "stiamo-rivoluzionando-il-giornale".
Questo è il sintetico ma efficace commento che dedico a tutti coloro che mi hanno fatto (e mi faranno) venire gli incubi, roba da far inorridire anche il correttore di bozze più impassibile.
Lo dedico anche al gentiluomo che ha avuto la premura di definire un mio articolo OSCENO, invitandomi poi ad aggiungere le dovute correZZioni e chiarendo la propria disponibilità a mettere seicento puntini di sospensione alla fine di ogni frase, oltre a SPECIRFCICARE che la sua attività è la MILIORE CHE LA GENTE PUò VOLERE.
Ciao.

.

giovedì 8 marzo 2012

10) Un libro del mio autore preferito

Questa volta non ho dubbi, non ho tentennamenti e avrei anche da sproloquiare per giorni.
Fiesta, di Ernest Hemingway, o anche conosciuto con il titolo The sun also rises, che trovo decisamente più suggestivo, è un libro che, semplicemente, va letto. Punto. 
Perché? Perché, innanzitutto, l'ha scritto Hemingway e questo sarebbe un motivo più che sufficiente.
Perché racconta la vita dissoluta e seducente di un gruppo di espatriati internazionali che si muove in Europa, subendo il fascino del vecchio continente, vivendo tra sbornie clamorose, discussioni, litigi, burrascose relazioni e infinite inquietudini. 
I dialoghi sono pura poesia o pontificazioni sul nulla, la famigerata "generazione perduta" (definizione avanzata per la prima volta dalla sapiente Gertrude Stein) emerge prepotente e fa desiderare di vivere almeno un giorno tra di loro, di poter dire alla propria allegra combricola "Ehi, andiamo a Pamplona" mentre si sorseggia champagne al Crillon.
Incisivo ed elegante, Hemingway si distingue dai suoi contemporanei per un talento insolito, una visione brillante e tuttavia del tutto disincantata del tempo che sta vivendo: tratteggia personaggi vivi che non svelano mai la propria anima né i propri sentimenti. 
Fiesta è un romanzo duro, cinico e straordinariamente fedele alla vita, la trama è praticamente inesistente ma emoziona e coinvolge, impossibile rimanere indifferenti.

mercoledì 7 marzo 2012

9) Un libro che mi ha fatto crescere

Carlo Cassola è un italico talento che avrebbe meritato, e meriterebbe tuttora, molto più riconoscimento.
Come autore, lo scoprii in terza media grazie ad una lettura inserita nel sussidiario di italiano e ne rimasi molto colpita. Amo lo stile di scrittura di Cassola, fluido, essenziale, secco, senza fronzoli né forzature.
L'amore scoppiò grazie a un breve libro per ragazzi dal titolo Tempi memorabili che oggi è quasi introvabile e non è nemmeno menzionato tra la bibliografia essenziale dell'autore ma è un vero condensato di tutta la sua arte.
Poi fu La ragazza di Bube, un classico intramontabile della letteratura italiana che racconta uno squarcio del secondo dopoguerra grazie a una storia verosimile e pungente, vista attraverso gli occhi di una ragazza che si trova a vivere una situazione scomoda, assieme a momenti di tenerezza e autenticità.
Sebbene tutti i suoi libri rappresentino ancora oggi un continuo spunto di crescita, è Un cuore arido quello che mi ha maggiormente segnato.
Il nome della protagonista è Anna, un nome a cui Cassola è particolarmente legato e che ricorre spesso nei suoi romanzi, così come l'ambientazione toscana. Anna ha diciotto anni, è ritrosa, schiva, caparbia , non ha ancora amato nessuno e, anzi, respinge con disprezzo i corteggiamenti di un compaesano. E nonostante questa durezza, Anna è incredibilmente viva, quasi sfacciata e deliziosamente femminile: pungenti e incredibilmente attenti i suoi occhi verdi che uniti alla sua voce roca, quasi maschile, affascinano e metteno in soggezione gli uomini, suscitando invidie nelle coetanee. Non immune a questo particolare fascino è Mario, fidanzato della sorella Bice, di cui la ragazza si innamora, ricambiata, ma, come spesso accade nella vita reale, senza lieto fine.
Diventa, in un secondo momento, l'amante di un ricco ragazzo di città e, dopo averlo improvvisamente lasciato, Anna sceglie di non avere paura del futuro: decidendo di tornare al suo piccolo paese di origine, è consapevole della reputazione che le aleggia attorno ed è altrettanto consapevole che difficilmente potrà "trovare marito".
«E non invidiava nessuno... "Io non ho bisogno di sistemarmi - pensava Anna - Posso continuare a vivere come vivo". ...Ora, la stessa passione per Mario la lasciava indifferente. E Marcello, aveva contato sempre così poco per lei... "Com'ero sciocca a temere che la mia vita ne fosse sconvolta". Niente, niente avrebbe potuto sconvolgere la sua vita... perché la vita, l'essenza vera della vita, era qualcosa di intangibile. Niente poteva intaccarla: e i fatti, quei fatti di cui si parla tanto, ...erano in realtà senza importanza, senza significato».
Questa protagonista di rara forza non perde mai il fuoco che da sempre la anima: non ha desideri né rimpianti, resta fedele a se stessa, vince le limitazioni e non rinuncia a vivere a testa alta.
Ecco il libro che più mi ha fatto crescere.

martedì 6 marzo 2012

Le dieci cose che mi fanno stare bene


Raccolgo la "sfida" del blogger Zucchero Sintattico e mi metto a elencare le dieci cose che mi fanno stare bene, tanto sono in redazione a trascrivere interviste poco avvincenti e ad affannarmi per scegliere il libro del giorno 9 (Un libro che mi ha fatto crescere).

10 - L'ibuprofene da 600 quando ho mal di testa. Sono un po' farmacomane, e allora?
9 - Dormire. Quando riesco a farlo, è una cosa che mi dà molto benessere. Il mio lettone, poi, è una vera delizia.
8 - Una telefonata, sia attesa a lungo che inaspettata, purché sia piacevole.
7 - I film di Woody Allen.
6 - Il the caldo con miele e limone/il caffè.
5 - Cantare in macchina.
4 - I cappelletti in brodo di mia madre che mi attendono al ritorno da ogni viaggio, il pollo al curry, il prosciutto crudo di Parma. Anche la crostata alla Nutella, và.
3 - Ridere con le mie amiche. Sono poche ma buonissime. E le adoro.
2 - Viaggiare.
1 - Leggere e Scrivere.

(ok, nell'ultimo punto ho barato ma, ripeto, I GIORNALISTI SONO PERSONE ORRIBILI!)

lunedì 5 marzo 2012

8) Un libro che consiglierei

Consigliare un libro è un'azione molto delicata: bisogna tenere in considerazione soprattutto i gusti dell'interlocutore, quello che potrebbe interessarlo, quello che potrebbe rappresentare un valido punto di incontro e dialogo. O, perchè no, uno spunto di crescita. Dev'essere un consiglio a ragion veduta, via. Fondamentalmente, non si può proporre a chiunque Il giornalista quasi perfetto, di David Randall: un manuale di assistenza per giovani (ma non solo) giornalisti, a metà tra il serio e il faceto, che io tengo sempre a portata di mano. Sono certa che a mia madre non freghi proprio nulla delle 5 W, né di quale sia il modo migliore per prepararsi all'intervista con un ergastolano.
Allo stesso modo, non credo sia opportuno scomodare un'opera di Stefano Benni per chi non capisce l'ironia emiliana o consigliare I love shopping ai collezionisti di Harley Davidson.
Potrei anche sbagliarmi ma per un consiglio letterario a valenza universale io mi avvalgo non di uno scrittore, ma di un uomo che si è improvvisato tale per dar sfogo a un dramma poco conosciuto e difficilmente curabile: la sindrome denominata locked-in, ovvero la malattia tale per cui la mente è lucidissima e attiva, mentre il corpo è completamente immobilizzato.
Lo scafandro e la farfalla è il libro che racconta la commovente e intensa storia di Jean Dominique Bauby e la racconta in prima persona, grazie al battito ripetuto della palpebra sinistra, l'unica porzione di corpo ancora mobile che, a poco a poco, riesce a dettare lettere, frasi, pagine.
Bauby riesce a far volare la farfalla leggera del suo animo dall'interno di un rigido scafandro, dando sfogo a un mondo nemmeno immaginabile, sbattendo una volta la palpebra per dire sì, due volte per dire no. Sempre con il battito di ciglia, egli ferma l'interlocutore su una lettera dell'alfabeto che gli viene recitato secondo l'ordine di frequenza della lingua francese (E, S, A, R, I, N, T...) e, grazie all'aiuto di una redattrice del suo editore, Jean Dominique riesce a scrivere il libro: pagine disincantate, malinconiche, a tratti sarcastiche e struggenti ma mai di commiserazione.
"C'è tanto da fare. Si può volare nello spazio e nel tempo, partire per la Terra del Fuoco o per la corte di re Mida. Si può fare visita alla donna amata, scivolarle vicino e accarezzarle il viso ancora addormentato. Si possono costruire castelli in Spagna, conquistare il Vello d'oro, scoprire Atlantide, realizzare i sogni di bambino e le speranze di adulto. Fine delle divagazioni. Bisogna che inizi a comporre i diari di questo viaggio immobile, per essere pronto quando l'inviato del mio editore verrà a raccogliere il mio dettato, lettera per lettera. Nella mente mescolo dieci volte ogni frase, tolgo una parola, aggiungo un aggettivo e imparo il testo a memoria, paragrafo dopo paragrafo".
Bauby è stato redattore della rivista francese Elle, è stato un giornalista che ha contribuito a mantenere alto il tenore dei servizi proposti da un mensile femminile, in modo tale da renderlo leggibile anche da un pubblico più ampio.
Il fatto è che un giornalista, quello con la febbre dell'inchiostro, non smette mai di esserlo, nemmeno se rinchiuso dentro una rigida armatura da palombaro: vorrà sempre raccontare quello che sta vivendo, vorrà sempre rendere "gli altri" partecipi, a costo di comunicare con un solo occhio. E' una vocazione, l'ho già detto, no?

domenica 4 marzo 2012

7) Il libro che mi descrive

Azz... Questa è difficile.
Cosa significa esattamente "Il libro che ti descrive"? Voglio dire: il libro che, per pura coincidenza del destino, è la descrizione involontaria della mia realtà/vita? Oppure, magari, il libro che ha al suo interno un personaggio che mi assomiglia terribilmente, non per descrizione fisica, ma per affinità, attitudini, hobby, modo di fare? Perché, in entrambi i casi, non credo che esista o, comunque, non l'ho ancora letto.
Ho chiesto consiglio e mi è stato detto "pensa al libro che, dopo averlo letto, ti ha regalato la più grossa fetta di te". Una frase del genere mi incasina ancora di più la vita! Tutti i libri sono una fetta di me, solo che non so valutarne le dimensioni perché dipende dai periodi...
Ok, riflettendoci attentamente, forse un'illuminazione l'ho avuta. Non si tratta di un libro di narrativa, non è un romanzo ed è una faccenda in continua evoluzione, come me e come qualsiasi essere umano, nel bene e nel male.
Prendete un qualsiasi manuale di storia, anche uno di quelli che si usano al liceo, quei tomi indigeribili che spezzano le spalle agli studenti per 5 anni di scuole superiori: ecco, sono io. Non solo perché, effettivamente, è una materia che ho sempre affrontato con inesauribile interesse e che ho scelto di continuare a studiare insieme a letteratura, ma soprattutto perché è "il libro" che spiega (più o meno) i passaggi, gli accadimenti, i motivi che hanno portato alla realtà attuale e, indirettamente, a me e all'ambiente in cui sono immersa.
Studiare e interessarsi alla storia è un tessera fondamentale che compone il mio mosaico e cerco di spendere ogni giorno per farne parte in modo attivo ed esserne coinvolta. D'altronde, il mio filosofo preferito è Gianbattista Vico, il quale aveva ipotizzato che la storia fosse fatta di corsi e ricorsi e, quindi, di età che si ripetono ciclicamente. Ecco, questo è quanto ha partorito la mia mente insana nell'ennesima domenica lavorativa passata per lo più a rincretinirmi davanti all'on demand di Mtv.

Questo però non lo scrivo su facebook, altrimenti è la volta buona che vengo definitivamente etichettata come nerd senza possibilità di salvezza e mi gioco le misere opportunità che mi sono rimaste per essere socialmente riconosciuta non-troppo-disadattata.

sabato 3 marzo 2012

6) Il libro più corto

Lo so, era ieri il giorno 6.
MA: ho approfittato del sole splendido splendente che in questi giorni sta regalando emozioni di primavera in anticipo, sono uscita dalla mia tana e mi sono messa con un libro all'aria aperta (il libro in questione è Non avevo capito niente, di Diego de Silva). Il tutto mentre avrei dovuto "lavorare" alla Casa Natale di Giuseppe Verdi, ma a lui non è dispiaciuto vegliarmi mentre usavo la poltrona da ufficio come sdraio improvvisata proprio sotto il suo mezzo busto.
Poi, una volta tornata a casa ho avuto giusto un paio d'ore di tempo per lavarmi, rivestirmi e, nel frattempo, infornare una quintalata circa di pasta al forno da portare alla festa-di-arrivederci per la mia meraviglia d'amichetta che se ne va 47 giorni tra Thailandia, Cambogia, Cina e Giappone. E ok che è un semplice assemblaggio di pasta, besciamella pronta, cubetti di cotto confezionati ma vedrai, Paola, che al giorno 46 IMPLORERAI addirittura per una manciata della mia pasta al forno. Vedrai.
Comunque, se stasera la mia vita sociale non avrà un altro slancio di vitalità recupererò adeguatamente anche il giorno 7.

Detto questo, che non frega a nessuno, il libro più corto che io abbia mai letto penso sia Una storia semplice, di Leonardo Sciascia: 66 pagine per un breve romanzo poliziesco ambientato in Sicilia, come la maggior parte di opere dell'autore, ispirato a un vero fatto di cronaca.
Il libro si apre con una telefonata fatta da tale Giorgio Roccella a un'ipotetica stazione di polizia: Roccella chiede educatamente di poter parlare con il questore per una faccenda urgente, il quale è però assente. La chiamata viene passata all'ufficio del commissario, risponde il brigadiere che prende nota delle generalità del chiamante e riaggancia in modo sbrigativo. Dopo un breve resoconto, il commissario ordina al brigadiere di effettuare il controllo richiesto il giorno successivo, ma chiarisce di non voler essere disturbato perché desidera festeggiare con un amico la tradizionale festa di San Giuseppe. Come concordato, l'indomani il brigadiere si reca sul luogo accompagnato da alcuni colleghi  e qui trova il Roccella ormai cadavere, riverso sulla sua scrivania sulla quale sta un foglio con la scritta "ho trovato". Da qui lo snodo per una vicenda in realtà complicatissima, contraddicendo il titolo dell'opera.
Leonardo Sciascia concepisce una storia dalla trama complessa che riesce a denunciare i numerosi problemi legati alla criminalità che persistono in Sicilia. Il libro rimanda agli innumerevoli casi insabbiati, ai contatti della criminalità con le amministrazioni e, nel personaggio del brigadiere, alla voglia di alcune persone di far cambiare le cose ma i cui ideali finiscono per essere schiacciati dalla negligenza delle istituzioni o dalla gente che non vuole cambiare.

Mi è venuta voglia di rileggerlo...

giovedì 1 marzo 2012

5) Il libro più lungo

Dopo un controllo incrociato, ho potuto appurare che il libro più lungo che io abbia mai letto è La cattedrale del mare, di Ildefonso Falcones.
I degni avversari per questa insolita sfida erano La papessa, di Donna Woolfolk Cross e I promessi sposi, di (non ce ne sarebbe bisogno ma per correttezza di forma...) Alessandro Manzoni.

Il libro è una lunga epopea ambientata a Barcellona nel XIV secolo: inizia con lo stupro che causa (forse) il concepimento di quello che, successivamente, sarà il protagonista, Arnau Estanyol, un servo della gleba fuggito, ancora bambino, dalla propria condizione assieme al padre. Grazie a impegno e molta forza di volontà, Arnau riesce a scalare la piramide sociale, passando attraverso amori, colpi di scena, grandi responsabilità, scandali, tradimenti, giungendo persino ad ottenere il titolo di Barone e di Console del Mare. Questa evoluzione, vissuta fra mille vicissitudini personali e storiche, ha sempre come sfondo la chiesa di Santa María del Mar, cui il protagonista è indissolubilmente legato, inizialmente come semplice trasportatore di pietre, ed infine come ricco banchiere che contribuisce al finanziamento dell'importantissimo luogo di culto. Il romanzo si conclude con la cerimonia di inaugurazione della chiesa di Santa Maria del Mar, cui un Arnau sessantatreenne assiste assieme alla moglie e al figlio Bernat.
Sintetizzato così, il libro non pare proprio granché ma è il classico esempio di tomo (642 pagine, mica pizza e fichi) da volar via in pochi giorni: la storia è avvincente e mai mediocre, lo stile di scrittura fluido e accattivante.
Ricordo che La cattedrale del mare fu lo svago ideale durante un'influenza estiva: 10 giorni passati mangiando gelato e libri, immersa di tanto in tanto nella piscinetta di gomma di mio cugino per far calare la febbre, all'ombra della palma e della magnolia in giardino. Quasi quasi lo rifaccio...

4) Il libro che più ho odiato

Sarò breve perché sono esausta: gli ultimi 3 giorni sono stati un gioco al massacro tra la chiusura dei giornali, un treno di casi umani con cui ho dovuto forzatamente relazionarmi e ridottissimi orari dedicati al sonno.
Oltretutto, stasera sono tornata alla magione parentale e mia mamma aveva cucinato pollo al curry e crostata di Nutella: in questo momento sento di dover ringraziare un'entità divina non bene identificata se sono ancora tutta intera e non esplosa per il troppo cibo.

Comunque, partendo dal presupposto che tutti i libri hanno qualcosa da insegnare (tranne quelli di Fabio Volo), credo di non averne davvero odiato nessuno in particolare. Aggiungo che, a meno che non sia costretta, se un libro non mi piace, piuttosto di fare una lettura sofferta preferisco smettere di leggerlo e, magari, riprenderlo in un momento più appropriato.
Il libro che proprio mi è ogni volta risultato indigesto è stato La profezia di Celestino, un libro del 1993 di James Redfield che parla di... ancora non ho capito cosa, a dire il vero. Un antico manoscritto che contiene plurime verità sul destino dell'umanità, un solo uomo in grado di salvare tale prezioso reperto prima che cada nelle mani sbagliate e un'avventura che porta alla intramontabile conoscenza di se stessi, dell'universo, dell'amore e via dicendo. Quello di cui non mi capacito tuttora è come tale libro abbia potuto (e continui a) vendere milioni di copie, sia stato tradotto in 34 lingue, distribuito in tutto il mondo e sia considerato una pietra miliare della letteratura contemporanea.
Io cercai di leggerlo, invano, circa 4 anni fa perché ero profondamente (e senza speranza) invaghita di un mio compagno di università, uno di quei tipi che si aggirano per i polverosi e angusti corridoi di tutte le facoltà di Lettere con libri new age sottobraccio, ciuffo biondo e ribelle, occhio socchiuso e magnetico e l'andatura di chi detiene la verità suprema dell'universo, o almeno così io pensavo, giovane e stolta ventenne che non ero altro.
Ovviamente, il libro preferito del ragazzo era La profezia di Celestino e passammo un intero pomeriggio a discutere a più riprese di questo strano trattato, seduti sul bordo delle fioriere fuori dalla biblioteca e davanti a un ottimo cappuccino che non riuscii a gustarmi perché distratta dal fascino del mio compagno di studi e troppo intenta ad annuire senza criterio alle sue infervorate recensioni.
Tentai disperatamente di entusiasmarmi per La profezia di Celestino ma, già dalle prime righe, mi accorsi di arrancare nella comprensione della storia e, in generale, le intenzioni dell'autore mi erano quanto mai oscure. Ogni sforzo fu vano: su Youtube esiste addirittura il film che ne è stato tratto, suddiviso in dieci puntate, ma mi risultò ugualmente insostenibile.
Oggi, quel giovanotto è un antropologo, io sono una specie di scimpanzé addestrato a mettere insieme le lettere dell'alfabeto, ma siamo rimasti in buonissimi rapporti di amicizia e, ogni tanto, ancora discutiamo di libri seduti davanti a un cappuccino che, finalmente, riesco a gustarmi.