martedì 24 aprile 2012

14) Il libro che sto leggendo in questo periodo

Sì, rieccola, dopo tanto tempo, la fantagigabulosa rubrica 30 giorni di libri in tutto il suo splendore.
Cade proprio a FAGIUOLO, peraltro: il libro che sto (ri)leggendo in questo periodo ha il compito di infondermi ispirazione per l'imminente viaggio a Perugia in occasione del Festival del Giornalismo.
Essì, tra poche ore mi aspetta un treno e, in effetti, credo che dopo questo post mi prenderò una pausa di almeno una settimana, salvo tentare di aggiornare questo blog, creato tramite la piattaforma di Tumblr e con lo scopo raccontare il secondo anno di questa esperienza.


Tredici giornalisti quasi perfetti è un'opera del già citato David Randall, il quale ha deciso di raccontare anche le storie di tredici giornalisti che, in base ai suoi canoni e preferenze, sono collocati sul piedistallo più alto del giornalismo.
Randall ha selezionato quelli che, a suo parere, sono i migliori cronisti di tutti i tempi, ognuno contraddistinto da diverse qualità tra cui comunque sempre spiccano tenacia, intelligenza, infaticabile curiosità e dedizione al proprio mestiere.
Tra i personaggi da lui proposti sono due quelli che preferisco in assoluto: Edna Buchanan, definita dall'autore Il miglior cronista di nera mai esistito, premio Pulitzer 1986, e Meyer "Mike" Berger, ovvero Il cronista del cronista e premio Pulitzer 1950.
Quest'ultimo è, a dire il vero, il mio preferito, se proprio dovessi scegliere: un uomo di un'umiltà assoluta il cui primo articolo fu un servizio di cinque righe pubblicato nell’ottobre del 1911: parlava di un uomo che al mercato di Brooklyn aveva offerto a un fruttivendolo venticinque centesimi di dollaro per poter mangiare tutte le mele che riusciva. Il fruttivendolo accettò l'offerta e a metà mattina, dunque, l’uomo iniziò a mangiare, ed era quasi sera quando, circondato ormai da una folla di curiosi, finì la sua duecentocinquantasettesima e ultima mela. Il giorno seguente, quando il minuscolo pezzo uscì sul New York World, Meyer Berger aveva tredici anni, non andava già più a scuola e da allora non avrebbe più smesso di perlustrare New York alla ricerca di quel genere di storie che in America sono dette human interest: un senzatetto che era stato primo violino di una grande orchestra, un allevamento di mantidi religiose in piena città, la compagnia di trasporti che fa la spola tra il centro e l’ippodromo e i cui autobus vengono puliti da scommettitori in miseria. Meyer Berger divenne per New York una sorta di orecchio assoluto, infinitamente sensibile alle variazioni della metropoli ed è per questo motivo che venne definito a reporters’ reporter: un giornalista che può essere apprezzato nella sua grandezza specialmente da chi conosce il giornalismo.
Ecco, il dilemma che da giorni mi angoscia è questo: nell'ultimo giorno di Festival è programmato un incontro volto a reclutare nuovi collaboratori per L'Espresso. Ogni aspirante giornalaio deve alzarsi davanti a tutti (stiamo parlando di circa 300 persone) e al cospetto di Alessandro Gilioli e Bruno Manfellotto, direttore de L'Espresso, presentarsi e spiegare (in 5 minuti) perché dovrebbe essere scelto.
Ammesso e non concesso che io abbia coraggio e velocità tali da potermi sottoporre a questa barbara iniziativa, ma comunque al solo pensiero di essere lì in piedi come un'emerita cretina balbuziente mi sento già la faccia paonazza, le gambe molli e la lingua felpata.

mercoledì 18 aprile 2012

Quello che rimane

Genova non mi è mai piaciuta. Non me ne voglia l'amico Marco, ma trovo che sia una città labirintica, poco pulita e vi aleggi un odore salmastro e sgradevole. Varie volte l'ho visitata per ragioni molto diverse tra loro e, ogni volta, mi sono ripromessa di non metterci mai più piede.
Dopo la visione del film Diaz, credo che questo proposito andrà a farsi benedire.
Può un giornalista negarsi la conoscenza approfondita di un fatto tanto sanguinoso, quanto ignorato?
Senza questo film, il massacro ad opera della polizia avvenuto nella scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 sarebbe caduto nel dimenticatoio: la mia generazione e, ovviamente, quelle successive non hanno memoria storica di quei giorni, a mala pena ci si ricorda dell'uccisione di Carlo Giuliani che, credo, sia solo la punta dell'iceberg di quanto accaduto.
Già dalle prime scene, si capisce che c'è qualcosa che non va: ragazzi da ogni parte del mondo che devastano e calpestano la città senza un valido motivo, mentre altri manifestano pacificamente e mentre gli alti dirigenti delle forze dell'ordine già concentrano la propria attenzione su come sfogare la tensione che si sta accumulando tra i poliziotti.
Le scene che seguono fanno presagire l'imminente catastrofe ma è davvero impossibile immaginare il vero orrore di quella notte.
Il sottotitolo del film, "Don't clean up this blood" è tratto da un cartellone realmente affisso il mattino seguente dentro la palestra della scuola Diaz, dove erano accampate per la notte 93 persone tra cui, la maggior parte, non aventi a che fare con i famigerati Black Block: sono stati massacrati oltre ogni immaginazione, con una violenza che definire inaudita sarebbe l'eufemismo dell'anno.
Il film si spinge oltre, mostrando le torture perpetuate in caserma e perfino all'ospedale, dove i poliziotti fecero irruzione, picchiando anche persone ricoverate che non avevano nulla a che vedere con la manifestazione (esemplare il caso del ragazzino che si era fratturato la gamba il giorno prima, trascinato giù dal proprio letto).
Sono uscita dalla sala cinematografica tremando, in lacrime, confusa e disillusa. Io, che ho sempre creduto nel mio Paese, che ho sempre creduto che l'Italia fosse in grado di ottenere il meritato riscatto. Il mattino seguente alla visione del film, ho esternato il mio stato d'animo su Facebook: so che non serve a molto ma ormai è un'abitudine piuttosto consolidata e volevo condividere lo sgomento che, credo, molti abbiano provato vedendo il film.
Al mio "Dopo aver guardato Diaz, rimane solo la vergogna di avere sulla carta d'identità la nazionalità italiana.", una ragazza ha replicato di non capire cosa possa c'entrare l'atto di un gruppo isolato di persone, seppur facenti parte di un corpo dello Stato, con gli italiani. «Ormai è prassi leggere qualsiasi azione come se manifestasse la volontà e/o il pensiero di un intero popolo - dice - e non ci si accorge più che, per fortuna, ciascuno di noi ha un'identità individuale che sta sopra al sentirsi parte di una comunità ed è questo senso di presa distanza che permette di agire secondo la propria etica morale. Perché tu dovresti sentirti così coinvolta da vergognarti?»
Ecco. Dapprima sono rimasta basita di fronte a un simile commento, avrei voluto prodigarmi in insulti. Poi la diplomazia ha preso il sopravvento, ho riflettuto su come fosse meglio replicare e ho spiegato alla gentil donzella che  la vergogna nasce perché, purtroppo, spesso (o, meglio, quasi sempre) all'estero veniamo identificati con le azioni commesse dallo Stato e, in questo caso, le forze dell'ordine hanno massacrato ingiustificatamente 93 persone quando la situazione era risolvibile in tutt'altra maniera. Mi sono vergognata di essere italiana perché nessuno di quei poliziotti è stato sospeso dal servizio, perché in Italia non esiste il reato di tortura e perché molti dei crimini commessi sono caduti in prescrizione, grazie alla legge italiana. Mi vergogno perché prima dell'uscita in sala, il Ministero dell'Interno ha divulgato una circolare per gli agenti di polizia indicando espressamente di non parlare del film. Mi vergogno perché troppe persone ancora danno ragione alla polizia, perché poche persone si interessano realmente alla storia del Paese in cui vivono, perché è proprio il qualunquismo dell'identità individuale al di sopra della comunità che sta portando allo sfacelo l'Italia.



sabato 14 aprile 2012

Peli non superflui

Ricevuto lo stipendio, per quanto effettivamente non mi consenta lussi a volontà, ho deciso di investire in "manutenzione straordinaria".
Sì perché esistono due tipi di manutenzione della propria persona: ordinaria e straordinaria.
Dicesi ordinaria manutenzione quelle cure quotidiane di cui non si può fare a meno: doccia, capelli puliti e non assomiglianti a un covone di paglia, colluttorio, crema per le mani e quel filo di trucco mattutino che tenga insieme la faccia. Insomma, quei semplici gesti di ordine e pulizia che tutti dovrebbero osservare, soprattutto se si fa uso di mezzi pubblici.
Dicesi invece straordinaria manutenzione le particolari attenzioni che concernono prevalentemente gli universi di parrucchiere ed estetista. 
Ecco, io a causa di queste due figure professionali mi sono messa a piangere. Ma a piangere davvero, non a frignare facendo finta di avere il mescolo. 
Nell'arco di poche ore mi sono ritrovata contro la mia volontà: frangia troppo corta con effetto zig zag che la rende orribilmente spelacchiata e sopracciglia dannatamente mutilate che mi donano un sensualissimo sguardo da rana.
Forse ho avuto una reazione lievemente sproporzionata rispetto al problema ma, sì, ho pianto ininterrottamente e inconsolabilmente, con tanto di singhiozzi e lacrimoni grossi come acini d'uva, per almeno 45 minuti.
Tutto è cominciato al mattino, quando sono andata dalla parrucchiera che, per quanto riguarda la colorazione che desidero, ha tutta la mia stima e fiducia, non altrettanto però posso dire della sua abilità con le forbici. Ho infatti rinunciato a farmeli tagliare da lei dopo l'ultima maialata che m'aveva combinato. Però... Avevo la frangia troppo lunga e già che c'ero... «Potresti accorciarmela un pochino? Non esagerare eh!» E come no.
Avviandomi verso casa, avvertivo un lieve senso di angoscia ma mi ha rassicurato la certezza che almeno i capelli sono soliti ricrescermi piuttosto velocemente.
Nel pomeriggio, poco prima di passare a prendere un'amica per andare a depredare H&M e videoteca universitaria, sono passata invece a farmi sistemare le sopracciglia. E qui è avvenuta la CATASTROFE.
La tizia (o, meglio, STUPIDA CRETINA INCAPACE) mi ha spalmato un'abbondante quantità di cera per tutta la faccia, comprese, lo giuro, le cavità nasali: ha proprio preso quel cazzo di stecchino che serve a distribuire la rosea sostanza appiccicosa e me lo ha girato ben bene su per il naso e, prima che io potessi reagire in qualche (violento) modo, ha strappato tutto. T-U-T-T-O. «Adesso respira meglio, ah?» chiede con somma soddisfazione e con spiccato accento russo. Manco dal naso mi stesse uscendo un mocio vileda!
Delle mie sopracciglia c'è poco da dire... Una ora ha addirittura un buco nel mezzo.
È stato solo quando sono risalita in macchina che, rimirandomi nello specchietto retrovisore e non potendo sfuggire allo scempio, ho cominciato a singhiozzare senza soluzione di continuità.
L'amica che mi ha accolto in lacrime dapprima non credeva che fossi realmente disperata ma quando mi ha vista bene in faccia ha capito che era il caso di farmi un infuso di Lexotan.
Ho pensato di indossare la cuffia fino a rinascita dei peli non superflui o, nel caso non ricrescano mai più, credo che me le tatuerò, inizierò a indossare capi dalle tonalità fosforescenti, dotati di paillettes e brillantini e comincerò anche a frequentare le balere della mia città.

mercoledì 11 aprile 2012

La vera zitella impenitente si riconosce da...


La gente arriva al mio blog digitando su Google "donna incontentabile". Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro, per oggi.


domenica 8 aprile 2012

Un giorno capirai

Oddio mi manca Casablanca.
No, non la città del Marocco occidentale o, meglio, non proprio. Nonostante sia tra le mete che mi sono prefissa di visitare nel futuro prossimo venturo, quello che intendo è Casablanca il film.
Ebbene sì, confesso: Casablanca è il mio film preferitissimo e, come le vere poveracce che millantano di non avere un cuore, mi emoziono sempre a ogni fottutissima scena di quel film colmo di stereotipi provenienti dall'immaginario collettivo, eppure eterno, amaro e nostalgico, mai banale.
Bé, fatto sta che fino a poco tempo fa ero fiera e felice posseditrice del dvd di Casablanca, acquistato su Amazon per un'inezia, e ormai consunto al punto da sapere a memoria quasi ogni battuta.
Però, in un impeto di affetto l'ho affidato a un amico, partito da un paio di settimane per fare il corrispondente da Teheran, con la raccomandazione "Abbi cura di te stesso e del dvd, riporta entrambi in patria sani e salvi".


Stasera avevo proprio voglia di sciogliermi in lacrime alla scena finale, davanti ai languidi, disperati e rassegnati sguardi di addio tra Rick e Ilsa... Ma, povera me, cercandolo mi sono improvvisamente rimembrata di non essere più la fiera e felice posseditrice di una volta.
E quindi? E quindi niente... Mi consolo con Youtube e, nel frattempo, ne ho appena ordinata un'altra copia su Amazon.

Ilsa, le cose da eroe non mi piacciono. Ma tu sai bene che i problemi di tre piccole persone come noi non contano in questa immensa tragedia. Un giorno capirai... Buona fortuna bambina.

giovedì 5 aprile 2012

Dubbi mattutini

Dopo l'ennesima dichiarazione maschile di odio nei confronti degli ombrelli al grido di "È da sfigati", sono stata assalita da un dubbio esistenziale: perché gli uomini rifiutano questo utile strumento?? Avranno capito che serve per coprirsi dalla pioggia? O penseranno che sia stato inventato per altri scopi meno nobili?
Per quanto la mia esperienza con il sesso opposto non sia enciclopedica, non è il primo in cui mi imbatto che dichiara avversione nei confronti di quella che è, a mio parere, una delle poche invenzioni veramente geniali partorite dalla mente umana. Sicuramente è stata frutto di un'illuminata mente femminile, non ho dubbi in merito.
«Sono fradicio per tutta l'acqua che ho preso stamattina»
«Perché mai? Oltretutto sei ancora raffreddato!»
«Perché stamattina l'acqua vien giù a secchiate»
«Bé e l'ombrello? Un (come dice mia nonna) CAPPAUEI?»
«Ho il cappuccio della felpa»
«E sai quanto ti ripara!»
«È tutta natura»
Oppure (ebbene sì, queste conversazioni sono realmente avvenute):
«Toh, piove»
«Ho l'ombrello in macchina, non ti preoccupare»
...ed estraendo il mio ombrello a pois neri su sfondo bianco, l'espressione facciale che ne è derivata era più o meno quella del bambino che capisce di dover farsi estrarre tutti i denti senza anestesia: «Io lì sotto non ci vengo».
Oppure: «Il tuo ombrello mi sembra UN PO' TROPPO HARDCORE per i miei gusti, portalo lontano da me».
E allora non vi lamentate se poi siete fradici, oh stolti!

Vorrei lasciare uno spunto di riflessione per tutti gli adorabili maschietti che temono di veder intaccata la propria virilità usando l'ombrello: allora, so che può essere difficile da credere, ma quegli oggetti spesso colorati composti da un bastone di legno/plastica/alluminio e da un telo impermeabile non sono bandierine per dichiarare al mondo la vostra omosessualità latente, non sono perversi giocattoli sessuali, tanto meno sono strane forme di vita aliena, eh. Servono per, pensa un po', RIPARARSI - IN - CASO - DI - MALTEMPO.

martedì 3 aprile 2012

Moi non plus

Rullo di tamburi...
Dopo quasi 6 anni di attività, dopo un anno e un mese da quando ho presentato la richiesta corredata da pagamento di tasse, bolli, causali, documentazione di quanto svolto finora e quant'altro, da oggi sono ufficialmente iscritta all'Albo dei Giornalisti di Bologna.
Da oggi sono una giornalista, non più una giornalaia.
Lo ammetto, quando ho letto la mail che dichiarava la mia personalissima versione dell'Annunciazione, mi sono messa a piangere.

domenica 1 aprile 2012

13) Il libro che in questo momento ho sulla scrivania

Io, la classica scrivania da camera, non ce l'ho più. Un paio di anni fa, è stata sostituita da una cassettiera con specchio su cui appoggio/ripongo qualsiasi cosa in attesa di collocazione più precisa.
Per l'appunto, la cassettiera in questione al momento annovera:
- cestino contenente elastici, spille, spillette, cerchietti, spazzola, pettine e cose utili a domare la chioma ribelle.
- cassetti contenenti tutti gli orecchini che possiedo
- bustona trucchi
- lacca
- assortimento creme, cremine, profumi
La Fede, l'Arno, Ponte Vecchio 
- collane
- varie cartoline infilate nello specchio
- Una foto che ritrae me e Giulio, l'ultimo cugino nato nella nostra stramba famiglia
- Una foto della gita a Firenze con la Federica
- 4 cornici formato 13x18 ancora da riempire
- altre foto fatte stampare appositamente per le cornici sopra citate ma sbagliando il formato
- L'amore ai tempi del colera, Gabriel Garcia Marquez
- Ti ho sposato per allegria, Natalia Ginzburg
- Il mini dizionario italiano-spagnolo
- Biscotti e sospetti, Stefania Bertola
- Una decina di Moleskine tra usati e ancora intonsi
- Gli ultimi due numeri di Panorama Travel
- vari biglietti di cinema, musei, mostre sparsi qua e là
Basta? Credo di sì, anche se all'appello manca parecchia polvere che spesso decide di prendere residenza e tenermi compagnia per svariati giorni o addirittura settimane.

Ecco, invece sulla mia scrivania in redazione tengo un libro che a volte leggo, sfoglio o consulto durante la pausa pranzo: Argentina, guida rapida a usi, costumi e tradizioni, di Moira Pulino, traduttrice professionista nata a Buenos Aires da padre italiano e madre argentina che racconta il suo paese di origine, dando particolare risalto a tutte le peculiarità che caratterizzano uno stato ricco di bellezza, di storia e di tradizioni.
L'autrice illustra con autentica passione la cultura di un paese che, di primo acchito, sembra affine all'Italia ma che ancora è fonte di suggestione senza fine.
Questo libro staziona sulla mia scrivania perché rappresenta il viaggio che più desidero fare: biglietto di sola andata per Buenos Aires, la capitale e, a seguire, la discesa di tutta l'Argentina fino a Ushuaia, la punta estrema della Patagonia, la fin del mundo.

La mia Fufa 
E a proposito di viaggi raccontati in modo SUPERBO, consiglio la lettura di http://scusateiovado.com/.