lunedì 28 maggio 2012

I brutti regali e le cattive azioni che ne sono derivate

In occasione del mio appena trascorso anniversario di nascita, le mie amiche hanno avuto la sensibilità di ricordarmi gran parte delle pessime azioni che ho commesso.
Per riderci su, chiaramente, però alcuni episodi che avevo rimosso mi hanno provocato un certo sgomento. So essere una persona veramente orribile.
Tra le cattive azioni che, dantescamente parlando, mi porterebbero dritta dritta al cospetto dei cancelli degli Inferi, saltando perfino il passaggio offerto da Caronte, molte sono riconducibili alle reazioni scaturite da regali che, con un eufemismo, definirò sgraditi.
Gli sgraditi sono omaggi inappropriati, perlopiù frutto della (scarsa) fantasia di uomini con cui mi sono accompagnata per certi periodi della mia, ancora breve, esistenza.
Il più eclatante fu un episodio passato alla storia: ancora ventenne, avevo avuto la malaugurata idea di cedere alle lusinghe di un tizio conosciuto sul posto di lavoro durante un Capodanno (che io odio, vedi io odio capodanno) passato a lavorare in un grande albergo della mia città.
Costui, la sera dell'Epifania (ricorrenza meglio conosciuta con lo stronzissimo appellativo di Befana) mi regalò una sciarpa, adducendo come motivazione: Così non hai freddo quando vai sulla scopa.
Ora. Qual è la donna dotata di materia cerebrale funzionante che, dopo un'affermazione del genere, sarebbe ben disposta a concedere un altro tipo di scopa a tale ominide?
Non pago della propria cretinità, il soggetto aveva dato fondo al cattivo gusto: sciarpa 100% acrilico che avrebbe preso fuoco al sole di marzo, colori sui toni dei fiori da carro funebre un mese dopo che la cerimonia è stata officiata. E pure TRAFORATA.
Non so come riuscii a trattenere gli insulti e lo sdegno, so solo che quella fu l'ultima uscita e la sciarpa fu utilizzata per... fissare mio nonno alla sedia a rotelle.
Non avendo molta dimestichezza con lo strumento, avevo paura che cadesse e non mi pareva appropriato usare lo spago. Almeno ha avuto un nobile scopo, l'orrida sciarpa, ma ne persi notizia molto presto.

Il primo fidanzatino, per un compleanno di tanti anni fa, mi regalò invece una maglietta.
Che c'è di male in una maglietta? C'è di male che io non sono di gusti (troppo) difficili ma se c'è una cosa che odio sono le magliette piene di scritte e i tessuti elasticizzati.
Facile immaginare, a questo punto, quali fossero i requisiti fondamentali della maglietta.
Aggiungo che era pure troppo piccola e produceva l'effetto insaccato.
La relazione era agli sgoccioli, io ero già giornalista e il Male si stava sempre più impossessando di me: la maglietta finì, pochi giorni dopo, nei bidoni gialli della Caritas e al tizio dissi che la mettevo poco perché non volevo consumarla.

Recentemente, invece, un ragazzo, con cui stavo da un periodo tale che si presume sia sufficiente per conoscere i gusti del partner, mi ha regalato, di ritorno da un viaggio in, nota bene, Austria (AUSTRIA, ok?!): un pesce di vetro e un calendario magnetico raffigurante una pin up che beve dal cartone del latte.
Bisogna essere molto stronzi, molto ritardati o sotto l'effetto di sostanze molto stupefacenti (o tutte le cose assieme) per portare simili souvenir alla tua ragazza.
Il pesce fu lanciato per sbaglio per terra e i cocci svanirono nei meandri dell'aspirapolvere, mentre il calendario tuttora segna inutilmente la data in cantina.


sabato 26 maggio 2012

La femmina Omega

Un esilarante post del blogger, nonché autore, sessuomane e cinico Il Banale, ha ispirato la riflessione che segue.
Lui descrive minuziosamente il tipico comportamento della Femmina Alfa:
La Femmina Alfa generalmente, è una ragazza di fascia medio alta come voto, è curata e pulitissima: mani e unghie impeccabili, profumo alla moda che ti si infila su per le narici provocando esplosioni nucleari di libidine, scarpe col tacco eleganti e non volgari (o anche volgari a volte, tanto il risultato è lo stesso), vestiti impeccabili e molto provocanti, fisichino pauroso, si muove ancheggiando, quando ti parla ride cordiale e ti fa sentire a tuo agio.

Tipici esemplari di femmina Alfa nel loro habitat naturale
Ovvero l'esemplare femminile che, grazie ad un corollario di abbigliamento ridottissimo, spalmato su un corpo altrettanto ridotto nei punti giusti ma abbondante in altri, un certo tipo di atteggiamento misto tra frivolezza, carineria, mancanza di materia cerebrale e la giusta dose di savoir faire, rappresenta:

- PER I MASCHI, prede assai appetitose che, alla sola vista, provocano pensieri impuri. O, citando Il BanalePer molti uomini essa rappresenta La Sfida, il palo in culo da togliersi o volendo anche la suprema sottomissione di una mente maschile ad una femminile.


- PER LE FEMMINE. Ecco, qui comincia il cruccio.
A seconda della categoria femminile a cui si appartiene, la Femmina Alfa diventa:
un esempio da imitare e adorare come una divinità, una compagna d'avventure, la suprema essenza dell'amica e della femminilità
o
il nulla cosmico.

Tipica attività ricreativa della donna Omega
Ho definito la categoria che, come me, si rispecchia nel vedere il nulla cosmico dietro la fotocopietta delle troniste di Maria, La Femmina Omega perché, in termini di alfabeto greco, l'Omega equivale alla Zeta, l'opposto dell'Alfa.
Intendiamoci: tacchi tirati fuori dalla naftalina solo in occasioni moltissimo eccezionali, zero ammiccamenti, capelli molto spettinati, vestiti provocanti come la tuta dell'apicoltore. Cose così.

Che poi: ci tengo a precisare che la Femmina Omega non si trascura e non se ne vada in giro olezzando, con tanto di scarpe bucate e leggins in pieno effetto "camel toe".
La Femmina Omega ha cura di se stessa, solo che per certe cose proprio non ce la fa.

Essendo una delle più qualificate rappresentanti della categoria, ho il diritto e dovere di fregiarmi del titolo di Donna-che-non-sa.
Non sa cosa?
Semplice: in materia di approccio e abbordaggio con l'altro sesso, la Femmina Omega non sa.
La Femmina Omega ignora quei concetti basilari su cui si fonda l'attrazione di un uomo verso una donna. O, meglio, ha deciso di ignorarli, preferendo impiegare le proprie energie in attività poco sexy ma molto produttive, tipo leggere i bugiardini degli shampii e dei balsami, imparare i componenti e le controindicazioni dei medicinali, fantasticare su quale sarebbe il migliore superpotere con cui svegliarsi un mattino. Personalmente, vorrei il teletrasporto o la capacità di apprendere i libri per semplice osmosi.
La femmina Omega è spettinata e mangia.
E beve, soprattutto.

La Donna-che-non-sa è inadeguata ai canoni maschili ma non se preoccupa, guarda la Femmina Alfa con la stessa curiosità riservata agli animali dello zoo e prosegue per la sua strada in uno svolazzo di capelli arruffati, scarpe slacciate e patta aperta.
Sì, succede anche quello.
Io una volta sono stata fermata da una passante che, impietosita, mi ha gentilmente fatto notare che avevo la gonna arricciata nelle mutande e me ne stavo allegramente andando in giro col cul de fora.


La Femmina Omega sta alla Femmina Alfa come Il Corriere della Sera sta al gazzettino della parrocchia; come il budino al cioccolato sta alle gallette di riso; come Ernest Hemingway sta a Fabio Volo.
Che poi, per carità, i gusti non sono disputabili, come dissero i nostri antenati.
Sono solo due mondi agli antipodi.


Tipo: ieri sera son tornata a casa con un elevato tasso alcolico nel sangue e stamattina ho dormito fino all'ultimo momento possibile, nonostante dovessi essere al lavoro alle 9.30? No problem, mi infilo tuta e ballerine (ebbene sì, con sommo orrore di tutti i maschi leggenti, sono quel tipo), canotta e abito-felpa oversize, non mi trucco perché costa troppo tempo (e fatica), faccio colazione con Pavesini e Estathe mentre guido, sbriciolandomi addosso senza ritegno.

Essere una donna Omega è faticoso. 
Ho il corso di aggiornamento organizzato dall'Ordine Dei Giornalisti in un importante centro conferenze? Ma io mica lo so che il centro conferenze in questione è importante, mica mi sono premurata di informarmi prima. Io mi presento con camicia di jeans e Converse, in mezzo a stimati colleghi e professionisti in giacca e cravatta.

E così via.









mercoledì 23 maggio 2012

Questo è troppo

Ma... Ma veramente??
Questo è troppo, davvero.
C'è gente strana, laffuori. Ma ancora peggio sono i criteri di ricerca di Google.
Credo che mediterò soprattutto sull'attribuzione di DONNE SEXY RIDICOLE, in vista del mio 25° compleanno. Che sia questo il massimo riconoscimento a cui posso ambire?

domenica 20 maggio 2012

15) Apri il primo libro che ti capita tra le mani ad una pagina a caso e inserisci la prima frase che ti salta agli occhi

No Emmi, lei non è una qualunque. Se c'è una che non è una qualunque, quella è lei. Non per me. Lei è come una seconda voce dentro di me che mi accompagna durante la giornata. Ha trasformato il mio monologo interiore in dialogo. Arricchisce la mia vita interiore. Mette in discussione, insiste, parodia, entra in conflitto con me. Le sono grato per il suo umorismo, il fascino, la vitalità, sì persino per le sue "cose di cattivo gusto".

Ho aperto a caso il libro che sto tenendo in borsa in questo momento: si tratta di Le ho mai raccontato del vento del Nord, romanzo epistolare all'epoca di Internet, in cui tra due perfetti sconosciuti scatta la scintilla grazie ad un'email inviata all'indirizzo sbagliato.
Ne nasce un legame intenso, un'amicizia segnata dalla complicità, dall'ironia, da sentimenti che evolvono in qualcosa di inesplorato e profondo.
Ancora non so cosa mi stia riservando il finale, di sicuro la crescita della vicenda, riportata tramite le email che i due protagonisti si scambiano, è totalmente avulsa dai canoni dei romanzetti d'amore.
Emmi e Leo sono emotivi, a tratti nevrotici, timidi e distaccati, al contempo passionali e innamorati di quello che si sono costruiti in mesi di corrispondenza virtuale: una roccaforte in cui confidarsi, mollare i freni e lasciarsi cullare dalle parole dell'altro.
La scelta del libro è stata casuale, così come la nascita del rapporto descritto nel libro: mi ha colpito la copertina e il titolo che, senza quel punto interrogativo che parrebbe necessario, lascia aperti orizzonti di lettura inaspettata.
Memorabile ed emblematica un'altra frase, questa scelta non a caso ma perché riassume il filo conduttore di un amore che può, di primo acchito, sembrare un po' grottesco: Emmi, mi scriva. Scrivere è come baciare, solo senza labbra.

martedì 15 maggio 2012

Onora il padre e la madre

Durante una delle mie tante elucubrazioni mentali ho pensato al rapporto con i genitori. Con i miei, con quelli degli altri, quello degli altri con i propri.
Io sono sempre stata quella tale per cui se un'amica diceva (o dice) «Ma c'è anche l'Alle!», il genitore, guardando di sbieco la prole, trae un sommesso respirone dalle narici prima di dire «AH!», con al seguito un sospiro di sollievo e il tanto sperato «...Allora va bene».
E questo non accade(va) perché io fossi più brava o responsabile, ma più che altro perché ero molto sveglia, sempre educata e attenta. Ai genitori piace una ragazzina che si pulisce sempre le scarpe prima di entrare in casa, chiede permesso e si scusa per il disturbo. È come firmare un tacito accordo di equo scambio: a casa mia avrai sempre Estathe al limone freddo di frigo e torta di mele, in cambio occhio che a Riccione mia figlia non perda la verginità agli angoli delle strade.
Che poi magari la verginità se n'era già andata da un bel pezzo, ma tant'è. Io ero l'assicurazione. E, come Rambo, non ho mai fallito.
Merito dei miei, di genitori, che mi hanno allevata a metà tra una lady della borghesia inglese e a metà seguendo la massima "Vedrai che quando l'acqua ti tocca il culo impari a nuotare".
Ricordo che un ex, mentre mi raccontava di come avesse sfiorato l'arresto all'aeroporto di Gerusalemme mentre era lì come corrispondente per un'emittente italiana, mi disse «Mi hanno lasciato in quella stanza da solo per tre ore, scalzo, senza documenti e con il cellulare a pezzi. Ero già pronto a telefonare...».
E io, completando la sua frase mentalmente, immedesimandomi nella situazione, mi sono detta  «...a mio padre!» perché è quello che realmente avrei fatto. Se nel bel mezzo di una situazione critica come quella mi fosse stata concessa una sola telefonata, avrei chiamato mio babbo. Non sto scherzando. È stata veramente la prima cosa che ho pensato e che, senza dubbio, avrei fatto.
Invece la "risposta corretta" era: «...all'ambasciata!». Ah già, l'ambasciata.
Per come sono io in realtà, ben lontana dall'organizzazione e dall'affidabilità che si aspettano da me i genitori delle mie amiche, non mi sarei ricordata di segnarmi il numero dell'ambasciata nemmeno tra i possibili contatti d'emergenza sull'agenda, figuriamoci impararlo a memoria in caso in necessità.
Comunque, il problema è che hanno fatto talmente bene il proprio dovere che, affidandomi alla metafora della mela con l'albero, io sono caduta lontanissima dai rami su cui son nata. Eppure, cadendo, non mi sono spiaccicata al suolo, non mi sono spezzata a metà, non mi hanno mangiata, non sono diventata humus, non sono stata presa a calci. Un po' ammaccata, questo sì, ma loro non se ne preoccupano più di tanto, nemmeno quando mi scappa un mescolo.
Si sa, le mele lucide e perfette finiscono al supermercato, quelle ammaccate hanno qualche possibilità in più di cavarsela.




18) Il primo libro che ho letto

E' vero, ho saltato qualche giorno ma li recupererò. Promesso.
E' che sono malata, sono stata colpita da un'infausta influenza estiva che mi costringe a letto, con sforzi estremi riesco a trascinarmi fino in cucina e a malapena formulo frasi di senso compiuto.
Comunque, oggi questo ozio forzato mi ha portata a pensare alle mie prime volte e, tra quelle, c'era il mio primo libro. O, meglio, due: non so decidermi quale è da considerarsi il primo.
Come tutti i bambini, o quasi, ho imparato a leggere a 6 anni circa e ricordo che una sera mio padre mi portò a casa un volumetto dalla copertina rigida, sottile e enorme, con molte più figure piuttosto che scritte: era una storia aventi protagonisti Cip&Ciop, i due scoiattoli firmati Walt Disney, uno più sveglio e pieno di iniziativa, mentre l'altro tonto e imbranato.
La storia mi pare si svolgesse in inverno: la sopravvivenza dei due animaletti dipendeva dalla scorta di ghiande, messa in serio pericolo dal cattivone di turno che tentava disperatamente di appropriarsene.
Più che altro si trattava di enormi figure con apposti brevi dialoghi e didascalie, ma ricordo che lo lessi diverse volte e sempre con molta soddisfazione, soprattutto perché la mia abilità nella lettura migliorava e mi dava la speranza di poter primeggiare anch'io in qualcosa nella mia classe di allora, in cui c'era chi già contava A MENTE (senza quindi il supporto di dita o pallottoliere. A proposito, esiste ancora?), chi disegnava, colorava e ritagliava come l'erede di Keith Haring, chi nell'ora di ginnastica già batteva tutti nella staffetta.
E poi c'ero io, in un limbo indefinito in cui ero solo la più alta, anche dei maschi: un mini lampione della luce che però per prima imparò a declamare sonetti a memoria senza la vergogna del pubblico, nonché la prima che azzeccò, durante l'ora di scienze, la giusta ipotesi su che cosa differenziasse maschi e femmine. Ma questa è un'altra storia.

Ecco, poi un giorno mio padre tornò con una borsa di libri ereditati dalla vicina di mia nonna e fu lui a consigliarmi, quasi a impormi, la lettura de Le avventure di Tom Sawyer.
Il disegno della copertina si riferisce al celeberrimo episodio in cui Tom, deviando la punizione della zia che lo aveva obbligato a verniciare la steccata intorno a casa, convince gli amici e i ragazzini che lo attorniano che la sua temporanea occupazione è in realtà un divertimento unico, nonché riservato a pochi eletti. Riesce quindi a farsi pagare per cedere il proprio posto a turno agli astanti, nonostante fino a pochi istanti prima lo stessero sbeffeggiando.
Oh, quanto lo amai, quanto lo invidiai, quanto sognai di poter replicare le sue marachelle. E quanto ho desiderato essere Becky Thatcher, la sua fidanzatina.
Tom Sawyer è vivace, irrequieto, furbo e simpatico, esercita un fascino irraggiungibile per qualsiasi altro bambino della letteratura. Nemmeno Harry Potter sa tenergli il passo, e lo dice una che ha cominciato a leggere la saga della Rowling a 12 anni e ha smesso a 20.
Tom Sawyer è il bambino che tutti i bambini hanno desiderato essere, specie al fianco di un compagno fidato come Huckleberry Finn, ancora più scapestrato e insofferente alla vita conservatrice dell'amico che, nonostante i disastri e le peripezie a cui è abbonato, si guarda bene dal non tornare ogni volta a casa di Zia Polly.


mercoledì 9 maggio 2012

Il 9 maggio

Il 9 maggio 1978 moriva Giuseppe Impastato, meglio noto come Peppino Impastato, un ragazzo che dedicò anima e corpo alla denuncia contro la mafia: l'essere nato all'interno di una radicata famiglia mafiosa rese la sua lotta ancora più ardua e clamorosa.
Lui è la dimostrazione che non si può scegliere la famiglia in cui nascere ma da che parte stare, quello sì che si può scegliere.
Questo è per non dimenticare, per urlare, perché non è troppo tardi.

mercoledì 2 maggio 2012

Non volevo

Sono tornata.
Ho incontrato non poche difficoltà a riprendere in mano la penna o, meglio, la tastiera, dopo aver passato una settimana a sfornare circa 3 recensioni, 2 interviste e 1 comunicato stampa al giorno, senza contare gli incontri, le conferenze, i corsi a cui presenziare, dormendo non più di 5 ore a notte.
Ma ne è valsa la pena, dal primo all'ultimo giorno, nonostante l'amarezza dell'inevitabile crisi dell'editoria che mi costringerà presto a emigrare.
Io che non volevo essere un cervello in fuga, io che volevo rimanere e amare il mio Paese.
Il Festival Internazionale del Giornalismo è l'occasione per ogni aspirante giornalista per essere stimolato, per venire a contatto con alcune tra le migliori firme del panorama nazionale, per trovare il giusto incoraggiamento e i giusti contatti, che male non fanno.
L'anno scorso, nonostante la crisi e nonostante le difficoltà che ben tutti conosciamo, il clima era comunque stato incoraggiante. Quest'anno sono stati gli stessi giornalisti affermati a dimostrare un certo sconforto, a suggerire di volare verso mete migliori o, addirittura, di cambiare mestiere.
Gli unici interventi entusiastici li ho sentiti pronunciare da persone che lavorano con o in Cina.
Da qui l'idea di emigrare, presto o tardi, ancora non lo so.
Certo, l'ipotesi mi affascina ma ammetto di non aver mai preso prima in considerazione l'opportunità di una carriera fuori dall'Europa, né avrei mai voluto prenderla in considerazione.
Ma questa esperienza mi ha fatto capire che non è un paese per giornalisti, non è un paese per giovani. Inutile sperare che con l'impegno e il sacrificio qualcosa si ottenga. Non è il momento, punto.
Una cosa in particolare mi ha colpito durante un panel dal titolo "Crisi e disoccupazione giovanile: verso una governance europea": "Investite in voi stessi, partite, buttatevi, imparate le lingue e tornate quando i tempi saranno migliori. Avrete un bagaglio di vita migliore".
Comunque, al di là del futuro nebuloso che si prospetta, il Festival si è nuovamente dimostrato un'esperienza estremamente istruttiva, sia dal punto di vista lavorativo che umano: ogni volta incontro e ritrovo persone che non pensavo potessero realmente esistere, ragazze e ragazzi che parlano la mia lingua e grazie a quali smetto di sentirmi una cretina disadattata e inadeguata.
Con alcuni di loro si è sviluppato un rapporto viscerale e fraterno, una collaborazione in cui uno sguardo è sufficiente, in cui le parole vengono seguite dai sorrisi, in cui la complicità passa attraverso le passioni comuni, il rispetto, la fiducia: menti tra le più colte e capaci costrette ad accontentarsi di 50 euro al mese pur di perseguire la propria passione, ragazzi giovani, brillanti, coraggiosi costretti in un Paese che li sta piegando.
Voglio essere una giornalista, su questo non ho dubbi anche se, per la prima volta da quando ho intrapreso questo percorso sempre più accidentato, mi sono chiesta perché, perché proprio a me fosse toccata una così ardua vocazione. Ma non qui, non ora.
Non volevo, ma ho cambiato idea.
Scusate, io vado (cit.).
Tutti, o quasi, i volontari che hanno partecipato con impegno e passione al IJF12.
Senza di voi, niente di quello che avviene in quei giorni sarebbe possibile. 
Grazie a Pietro per la foto.