martedì 28 maggio 2013

Meno male con me ci sono io

Mi hanno detto che il mio lavoro è solo raccontare e non discutere.
«Ascolta chi ha trent’anni di esperienza alle spalle. Con questa gente è impossibile parlare. Guarda cosa succede e raccontalo; se ti danno fastidio, fai finta che non esistano».
Ma loro sono lì e mi danno fastidio eccome. Danno fastidio a me, ai miei colleghi, alla mia città.
Il mio lavoro è quello del giornalista e, come tale, ho deciso di seguire la manifestazione che il gruppo chiamato “gli antagonisti” ha deciso di tenere a Parma sabato 25 maggio, sotto un cielo che faceva dimenticare di essere prossimi all’estate.
Eravamo tanti, noi giornalisti, tutti amici, tutti divertiti, tutti a spalleggiarci senza mai considerare che, almeno un po’, siamo avversari.
Io, però, sono stata l’unica che ha pensato di andare in mezzo agli antagonisti per capire cosa li spingesse a muoversi non contro il sovraffollamento, non a favore di un percorso riabilitativo per i detenuti, bensì contro il regime carcerario più duro che ci sia in Italia, inflitto a mafiosi del calibro di Bernardo Provenzano.
«Perché manifestate?»
«Tempo sprecato quello passato a parlare con loro».
Che scema che sono, ho subito pensato. Sono proprio una pivellina, chi mi credo di essere, cosa spero di ottenere. Che figura.
E poi, piano piano, è tornata a galla un’altra consapevolezza. Che no, il mio lavoro non è limitarmi a raccontare. Magari quello è il TUO lavoro.
Il mio è CAPIRE e, poi, raccontare. Non è presentare il fatto concluso, bensì dare la possibilità a chi legge di vedere ciò che è accaduto anche da un punto di vista più ravvicinato.
Il mio lavoro è capire e raccontare, mannaggia a te, giornalista navigato con il sigaro tra i denti.

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