sabato 20 luglio 2013

Non ti scordar di

Guardò l’orologio con impazienza, mancava poco più di mezz’ora alla pausa pranzo. Esattamente trentadue minuti.
Ricominciò a battere furiosamente sulla tastiera, sperando che, mettendo insolito fervore, il tempo scorresse più velocemente. Ma si fermò, già esausto.
Si tolse la giacca e si arrotolò le maniche.
No, non amava proprio quel lavoro. Non si era mai illuso che potesse portargli  alcuna soddisfazione personale.
Le soddisfazioni  erano fuori da quelle quattro mura. E, una di queste, stava aspettando.
Mancavano solo ventotto minuti.
Si abbandonò contro lo schienale della poltrona, incrociò le mani dietro la nuca, chiuse gli occhi e ripercorse tutti i dettagli di quella storia così romanticamente moderna.
Il caso, il destino, la provvidenza. Dargli un nome non ha importanza, è importante che da un gesto quasi banale fosse nato qualcosa di bellissimo.
Era passato più di un anno da quando, saltando qua e là tra i soliti blog che si trovano in rete, ne aveva trovato uno nato da poco che l’aveva fatto istintivamente sorridere. Raccontava con insolita ironia una situazione in cui si era trovato anche lui pochi giorni prima: essere sbronzi a Capodanno con largo anticipo dalla mezzanotte.
Lasciò un commento amichevole e se ne dimenticò.
Lei gli rispose a distanza di qualche giorno, lui commentò nuovamente, lei gli mandò un’email privata.
Una, due, tre, dieci, venti, ogni giorno. Cominciarono uno scambio epistolare degno dell’amore ai tempi di hotmail: niente foto, niente social network, niente tag. Solo parole, ogni giorno.
Parole che si trasformarono in conversazioni, come se si trovassero a chiacchierare davanti al bancone di un bar, talvolta di fronte allo scaffale di una libreria del centro storico o sotto il pergolato di un ristorante di campagna.
Alla corrispondenza, dopo qualche settimana si aggiunsero le telefonate: amarono da subito le voci di chiunque ci fosse all’altro capo.
E ora, dopo un anno, due mesi e sei giorni, Lui stava finalmente per vedere Lei: si erano accordati per un incontro informale durante la pausa pranzo nel parco del centro città, complice il sole che finalmente si era imposto contro il grigiore invernale.
Lui aveva preparato due dei suoi fantasiosi panini primavera, Lei gli aveva detto che avrebbe portato acqua, frutta e, perché no, una bottiglia di vino bianco.
Guardò di nuovo l’orologio, solo sette minuti all’uscita.
Lo assalì nuovamente l’impazienza, mista a nervosismo. E se fosse stata diversa da come l’aveva sempre immaginata? Se non l’avesse riconosciuta? Se avesse avuto i denti storti?
Non importa, Lei è lì. Sta aspettando.
La sirena suonò e lo colse mentre era ancora sovrappensiero, si sistemò in fretta, si pettinò con le mani e scese le scale saltando i gradini a due.
Impossibile sbagliarsi, appena la vide non ebbe dubbi. Rimase a fissarla senza che Lei se ne accorgesse, poi andò a sfiorarle il gomito.
E fu allora che si ricordò di aver dimenticato i panini primavera sulla metropolitana.

1 commento:

  1. Mi ha fatto sorridere questo racconto....mi ha riportato alla mente alcuni ricordi :)

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