venerdì 5 luglio 2013

Quella sindrome della Disney

Quando ero al secondo anno del liceo, la professoressa di Lettere volle che al ricevimento docenti-genitori fossi presente anch'io accanto a mia madre.
Strano, pensavo, cosa avrà mai di tanto grave da riferire? Lettere è l'unica materia in cui non sono mai scesa sotto il 7 e la stessa cosa vale per Storia. Sono le uniche materie che mi interessano e in cui mi impegno seriamente, dove ho sbagliato questa volta??
La professoressa, che io quasi idolatravo, si rivolse a me e alla mia rassegnata madre diagnosticandomi una sindrome di Peter Pan. Sì, ero brava, eccellente nella composizione, piena di fantasia, facevo uso correttissimo dei tempi verbali, della punteggiatura ma sì, ecco, purtroppo non volevo crescere.
Ma come, mi chiedevo, ma se ho cominciato a leggere Shakespeare a 13 anni? Ma se ho cominciato a viaggiare da sola (più o meno) a 6? Ma se non vedo l'ora di essere adulta? Ma se non vedo l'ora di essere (più o meno) indipendente e (più o meno) libera?
Ma come, mi sono chiesta anni dopo ripensando a quella conversazione, proprio a me, che mai ho guardato al passato con nostalgia ma solo con il terrore di quegli anni in cui non sapevo vestirmi, non sapevo truccarmi, non sapevo pettinarmi, non conoscevo tante imprecazioni, e non avevo ancora l'abilità di oggi nel sostenere una polemica come si deve?

Anno 2004, gita a Vienna.
Indovinate cosa avevo appena fatto.
La risposta a quella diagnosi arriva, inesorabile, quasi 10 anni dopo.

Nei complessi e variopinti insiemi e sottoinsiemi degli ex fidanzati, io ne posso contare ben due sposati, uno che convive, uno deciso ad avere quintali di figli.
Ma, mi dicevo, sono loro ad aver troppa fretta.
Figurati.
E invece.
E invece anche lui, l'unico con cui io sia rimasta in rapporti d'amicizia, lui che abita lontano e ogni tanto mi chiamava per scambiarci reciproche delusioni e sfighe. Lui. Che aveva grandi progetti di giornalismo, attento, puntiglioso, fin troppo.
Lui vuole gettare le basi per un futuro condiviso. Dopo quattro mesi con una mia omonima.
Ma e i tuoi sogni di giornalismo di ricerca?
Meglio un lavoro sicuro, sai, per gettare le basi per qualcosa.
Qualcosa. Qualcosa che a me manca.

È vero che sono uscita di casa, che ho sempre lavorato e non sono mai stata in rehab, ma mentre ragazzi della mia generazione si sposano, si riproducono, si convivono, io vivo in condivisione, ho il rigetto della pianificazione a lungo termine e mi ostino a fare un lavoro che non mi garantisce un futuro e nemmeno un presente.

«E tua figlia?» chiedono a mia madre le madri delle mie ex compagne di scuola.
Mia madre, serafica e rassegnata, si limita a «Continua a fare la giornalista».
Ciao Peter, ciao. Aspettami che mo ti raggiungo e vengo a fondare la Gazzetta dell'Isola che non C'è.

5 commenti:

  1. Avevi giusto giusto finito di vomitare, direi.

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    1. @marco: fuochino, ci sei quasi
      @princess: io sono brava nemmeno a sfornare torte!
      @black: mmmm... ;)
      @bi: anche tu sull'isola?

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  2. Beh non siamo mica fatti tutti per metter su famiglia e sfornare nani. No? :)

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  3. Io un'idea l'avrei, ma non so si può scrivere "canna" sul tuo blog :)

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  4. Giusto qualche giorno fa ho letto questo articolo
    http://www.dailymail.co.uk/news/article-2176281/Generation-refuse-grow-No-mortgage-No-marriage-No-children-No-career-plan-Like-30-somethings-Marianne-Power-admits-shes-.html
    nel quale mi sono ritrovata in pieno, ora pure tu con il tuo Peterpanpost...a quanto pare, siamo in tantissimi sulla stessa barca!

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