venerdì 16 agosto 2013

Son sempre bisbetica

Non è un consiglio, non è una polemica, non è una recensione. Sono dati di fatto.

Cosa succede se una notte di mezza estate i colleghi, amanti della vita in quanto tale, si mettono d'accordo per un aperitivo + cena + riunione di gruppo e ti coinvolgono, a tua insaputa, dando per scontato che anche tu sia assolutamente elettrizzata all'idea di una grandiosa serata tutti insieme a discutere dei massimi sistemi dell'universo? E se tra loro c'è una specie di ex che vorresti vedere sbranato da tanti squali bianchi molto affamati?
Succede che in nemmeno un'ora hai volo, albergo e parcheggio di Orio al Serio prenotati pur di avere una valida ragione per mancare all'appuntamento di fine estate.
Un viaggio. Da sola.
Di pochi giorni, è vero, ma da sola. Nessuno nemmeno ad aspettarmi all'arrivo.
Oddio.
Tempo fa mi sono fatta suggestionare da un articolo di Zingarate.com, dove tra le 30 cose da fare prima dei 30 anni c'era segnalato, appunto, il viaggio in solitaria.
Quale migliore occasione, mi sono detta, per spuntare un'altra casellina nella mia personalissima lista, visto che ho meno di 4 anni ancora a disposizione?
Ecco.
Un viaggio. Da sola. A Porto.
Entusiasmo, convinzione e autocontrollo da tutti i pori: "Io viaggio da sola". Ebbene sì. Io sono indipendente, mi sono detta. E anche avventurosa, toh.
Fino a quando la newsletter di Tripadvisor ha ben pensato di segnalarmi i migliori posti dove mangiare proprio in quel di Porto.
Ho vacillato, lo ammetto.
Il pensiero di MANGIARE DA SOLA mi ha fatto scendere una mestizia che neanche la nebbia agli irti colli.
Lasciamo stare poi che tutti i ristoranti segnalati, almeno dalle foto, mi sono sembrati quanto mai romantici e dotati di quell'atmosfera che è indispensabile essere in due per apprezzare.
Ho subito pensato agli sguardi di compassione degli altri avventori, a me nascosta tra le pagine di un giornale portoghese di cui non capisco una sola sillaba, eccezion fatta per "boa sorte". Boa sorte un corno.
Ho pensato di dover rinunciare a quei locali così suggestivi ma inadatti ad una donna (o quasi tale) non accompagnata neanche da uno straccio di amica.
Ho pensato a me come Mattia Pascal, dolente mentre passeggio sul ponte Dom Luis, fissando il mio triste riflesso nell'acqua scura, lo stesso posto dove stavano finendo tutti i miei propositi di indipendenza.
Ed è stato lì che ho ripensato a un libro che, per ragioni ancora da chiarire, non ho mai finito di leggere e che devo assolutamente riprendere in mano: Io viaggio da sola, di Maria Perosino.
«Viaggiare da sole non significa affatto essere sole. Significa che vi dovete arrangiare a portare la valigia» tranquillizza l'autrice.
Ma io so farlo, arrangiarmi con la valigia, so arrangiarmi con mezzi, trasporti, lingua, senso dell'orientamento, organizzazione, pianificazione. Tutto. Tranne gli imprevisti, il groppo in gola che ti coglie alla domanda "Come sarebbe se ci fossi venuta con...?".
Il fatto è che io, in questo preciso momento della mia vita, non ho un nome con cui riempire il vuoto di quei puntini di sospensione. Nessuno con cui vorrei condividere tempo, energie, emozioni. E, sorpresa, sto bene.
E allora perché mi sto preoccupando? Perché quella foto di un tavolo apparecchiato per due con un muro di sassi a vista sullo sfondo e luci soffuse a fare da contorno mi spaventa così tanto?
E' colpa, ne sono convinta, di tutti gli stramaledetti film e telefilm sdolcinati e a lieto fine made in USA che mi hanno propinato fin dalla più tenera infanzia. E' colpa loro e io DEVO emanciparmi. DOBBIAMO emanciparci.
Già che ci sono, potrei trucidare tutti i reggiseni del mio cassetto e farne un falò sul balcone. Ma anche no.
Quello che devo fare è:
-Trovare il libro e ricominciarlo da dove l'ho lasciato.
- E poi smettere di avere paura di quelle foto. Ho ancora un mese di tempo.



2 commenti:

  1. Forse, la paura di viaggiare da sole, non è dovuta soltanto ai falsi miti della televisione. Ha radici più profonde,è perchè socialmente siamo viste e ci vediamo,come essere più fragili e più in pericolo rispetto agli uomini. Siamo troppo impegnate ad ammazzarci sulle misure dei nostri culi, piuttosto che apportare dei cambiamenti sociali e culturali nelle nostre vite.
    Sì, potremmo fare cataste di reggiseni sacrificati. :))

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    1. Lo so, hai pienamente ragione. Io però, nonostante tutto, non sono e nemmeno voglio dare l'impressione di essere fragile. Perciò... Mi carico di libri, macchina fotografica e tanta buona volontà e parto! Verso l'infinito e oltre ;)

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