mercoledì 31 luglio 2013

Eternal Asshole of the Spotless Mind

È estate, fa caldo, non ho l'aria condizionata, mentre gli altri sono in ferie io mi sto imbarcando nell'inedita nonché titanica impresa di svolgere QUATTRO lavori contemporaneamente. Inoltre, spendo troppi soldi contro la mia volontà: 30 euro di riparazione pantaloni quando per averli ne sborsati esattamente la metà (ciao saldi di Zara ciao. Ringrazia che non so costruire bombe carta in casa), 30 euro di riparazione bicicletta, quando ne ho pagati 40 al momento dell'acquisto, più altri 10 dopo una settimana perché avevo già forato. Tutto questo è francamente troppo per chiedermi di stare calma. Sono isterica, più del solito, e si vede.
Lo stesso vale per una collega, rimasta anch'ella per ora in città a patire afa, umidità, stanchezza e felicità altrui. Ci siamo dette, una cena tipica parmigiana a base di risotto e osi buchi (lei) e petti di pollo alla francese (io) è troppo pesante con una temperatura media esterna di 32 gradi fino a mezzanotte? Noooo MAVAAA!
Garçon! E portaci pure una caraffa di vino bianco fermo già che ci siamo, grazie.

Comunque, essendo le malignità sulle vite altrui il principale argomento di conversazione, siamo inevitabilmente arrivate a parlare di corna, cornuti, cornetti e cornificatori.
Ho quindi scoperto, in tremendo ritardo rispetto al resto del mondo, che Jovanotti fu tradito.
Ma come, santamiseria?! Tradito lui, che è dagli anni '80 che ce la mena che ama un casino quella gran figheira di sua moglie, che è bella come il sole e lo fa impazzire e sono così innamorati che gli altri non possono capire?
Possono sbagliare tutti, ci mancherebbe, però converrai, Jovanotti mai diar, che 'sto amore romantico senza confini lo vedevi solo te e i cretini che ti ascoltano.
Ma poi, dico, 'sta gran tiritera d'amore urlato a suon di dischi, concerti e compagnia bella e con chi ti va a tradire???
Con chi????
CON CRUCIANI. Con G I U S E P P E C R U C I A N I, presente? La Zanzara? Radio 24? Il giornalista italiano, a prescindere dal talento o dalla credibilità, più cinico, spietato, stronzo, misogino, pervertito?? Lui.
No dico. LUI.
Jovanotti, ma ce l'hai presente Cruciani? Come minimo su tua moglie ha sperimentato una ad una le 50 sfumature di scudisciate.
Io non lo so se si tratta di una trovata commerciale, dubito seriamente che qualcuno ne trarrebbe reale guadagno, ma ci rendiamo conto che questo è il classico stereotipo della cenerentola che s'è trovata il principe azzurro e, nella notte, quatta quatta preferisce scendere ai piani bassi e farsi sbattere dallo stalliere, per non dire peggio?
E tu, razza di un minorato che non sei altro, la perdoni e persisti a cantarle canzoni d'amore. Brutte, oltretutto. Insopportabili. 
Allora sei coglione tu. Non le donne che non sanno mai cosa vogliono. Lo sanno eccome.

giovedì 25 luglio 2013

L'annoso problema dei vicini di casa

Non sono fortunata, con i vicini di casa.
Mai avuto la fortuna di intrecciare quei simpaticissimi rapporti di amicizia che fanno subito telefilm di qualsivoglia nazionalità. No.
Venendo ad abitare in un mini condominio interamente abitato da studenti e giovani coppie, ero convinta che quest'estate ci aspettassero entusiasmanti grigliate in cortile, cene, birre, pizzate.
No.
In compenso, non avendo più la televisione, colmo la brama di telefilm con quotidiani episodi di violenti litigi nella casa di fronte: la finestra della mia camera affaccia sul cortile di una bifamigliare abitata da nonni, figli e nipoti PERENNEMENTE IN LOTTA TRA LORO. Un Games of Throne che ogni giorno scatena minuti di pura angoscia in un tranquillo quartiere residenziale della Pianura Padana, degli Olindi e Rose Bazzi in erba (ahahahahah la smetto).
I motivi ancora non li ho capiti ma i momenti più esilaranti vengono raggiunti quando la figlia adolescente impazzisce e puntualmente minaccia di scappare di casa.
Ma è a casa dei miei che, tra passato e presente, posso annoverare soprattutto cinque casi da evitare quando ci si sobbarca la responsabilità di cambiare casa:
1) Mia nonna, che è il demonio. Mia nonna è nata nello stesso anno della regina Elisabetta: stessa tempra, stesso amorevole sorriso rassicurante, stesso affetto nei confronti dei congiunti acquisiti e non. E, se potesse, assumerebbe un nugolo di guardie a difendere la sua parte di giardino dalle insistenti attenzioni dei gatti che ancora non hanno fiutato il pericolo di venir messi in padella.
2) Da qualche anno l'appartamento sopra quello dei miei è abitato da un tamarro di proporzioni epiche: alto come un nano da giardino, emulo di Bono Vox, amante della canzone neo melodica, colleziona fidanzate provenienti da remoti stati dell'Est Europa e relativa prole, generata da lui o da altri che son passati prima.
Al momento, con lui vive una povera disgraziata attirata con l'inganno grazie a qualche chat di dubbio gusto. Hanno generato la bambina più carina e fastidiosa di tutto il quartiere.
3) Dirimpettaio famoso fino a non molto tempo fa fu invece un aitante 70enne con il vizio di fumare sul balcone nudo, mettendo in mostra ogni cosa che la natura avvizzisce.
4) Altro dirimpettaio è un tizio di cui non è dato sapere il vero nome. E' però soprannominato Spongebob grazie alla collezione di T-shirt che è solito indossare in estate. Finge di essere zoppo, suona i citofoni altrui in cerca di prestiti e fa l'autostop venendo regolarmente ignorato.
5) The last but not the least: lei, un evergreen di qualunque strada, vicolo, borgo che si rispetti. La temutissima PETTEGOLA. Quella che SA SEMPRE quello che stai facendo. Controlla gli orari di tutti, assimila le abitudini, apprende parentele, amicizie, relazioni e tradimenti e LO DICE AGLI ALTRI.
Ecco, a indirizzo di costei, ho prodotto tanti di quei diti medi da averne perso il conto. Eppure continua a salutarmi garrula sventolando il cotechino inanellato che ha al posto delle mani.

PS: Mentre scrivo, uno dei figli adolescenti della bifamigliare viene gentilmente invitato da un congiunto a passare il resto dell'estate a cagare sulle ortiche. Devo utilizzare più spesso anch'io questo invito.

sabato 20 luglio 2013

Non ti scordar di

Guardò l’orologio con impazienza, mancava poco più di mezz’ora alla pausa pranzo. Esattamente trentadue minuti.
Ricominciò a battere furiosamente sulla tastiera, sperando che, mettendo insolito fervore, il tempo scorresse più velocemente. Ma si fermò, già esausto.
Si tolse la giacca e si arrotolò le maniche.
No, non amava proprio quel lavoro. Non si era mai illuso che potesse portargli  alcuna soddisfazione personale.
Le soddisfazioni  erano fuori da quelle quattro mura. E, una di queste, stava aspettando.
Mancavano solo ventotto minuti.
Si abbandonò contro lo schienale della poltrona, incrociò le mani dietro la nuca, chiuse gli occhi e ripercorse tutti i dettagli di quella storia così romanticamente moderna.
Il caso, il destino, la provvidenza. Dargli un nome non ha importanza, è importante che da un gesto quasi banale fosse nato qualcosa di bellissimo.
Era passato più di un anno da quando, saltando qua e là tra i soliti blog che si trovano in rete, ne aveva trovato uno nato da poco che l’aveva fatto istintivamente sorridere. Raccontava con insolita ironia una situazione in cui si era trovato anche lui pochi giorni prima: essere sbronzi a Capodanno con largo anticipo dalla mezzanotte.
Lasciò un commento amichevole e se ne dimenticò.
Lei gli rispose a distanza di qualche giorno, lui commentò nuovamente, lei gli mandò un’email privata.
Una, due, tre, dieci, venti, ogni giorno. Cominciarono uno scambio epistolare degno dell’amore ai tempi di hotmail: niente foto, niente social network, niente tag. Solo parole, ogni giorno.
Parole che si trasformarono in conversazioni, come se si trovassero a chiacchierare davanti al bancone di un bar, talvolta di fronte allo scaffale di una libreria del centro storico o sotto il pergolato di un ristorante di campagna.
Alla corrispondenza, dopo qualche settimana si aggiunsero le telefonate: amarono da subito le voci di chiunque ci fosse all’altro capo.
E ora, dopo un anno, due mesi e sei giorni, Lui stava finalmente per vedere Lei: si erano accordati per un incontro informale durante la pausa pranzo nel parco del centro città, complice il sole che finalmente si era imposto contro il grigiore invernale.
Lui aveva preparato due dei suoi fantasiosi panini primavera, Lei gli aveva detto che avrebbe portato acqua, frutta e, perché no, una bottiglia di vino bianco.
Guardò di nuovo l’orologio, solo sette minuti all’uscita.
Lo assalì nuovamente l’impazienza, mista a nervosismo. E se fosse stata diversa da come l’aveva sempre immaginata? Se non l’avesse riconosciuta? Se avesse avuto i denti storti?
Non importa, Lei è lì. Sta aspettando.
La sirena suonò e lo colse mentre era ancora sovrappensiero, si sistemò in fretta, si pettinò con le mani e scese le scale saltando i gradini a due.
Impossibile sbagliarsi, appena la vide non ebbe dubbi. Rimase a fissarla senza che Lei se ne accorgesse, poi andò a sfiorarle il gomito.
E fu allora che si ricordò di aver dimenticato i panini primavera sulla metropolitana.

giovedì 18 luglio 2013

Coriandoli a Natale

E invece lo dico, che la vita ti prende soltanto alle spalle.
Dico che il male che fa può anche essere inutile ma è lì, e non si sposta.
Ti prende in un giorno qualunque e ti trasforma in un essere qualunque, inutile e annaspante.
Ti acceca dal dolore, ti attanaglia, ti mozza il fiato, non ti lascia reagire.
Dico che basta un attimo.

A Marco Federici. A Chiara e Anna.
Quell'andatura concentrata, il sorriso sbieco.
E, dopo una sgridata epica perché ho rischiato di farla grossa, "Ora non ti preoccupare, ci penso io".
Sei stato una delle migliori figure di riferimento che un apprendista giornalista possa chiedere.
E lì, ora, c'è una scrivania vuota che non riesco nemmeno a guardare.

giovedì 11 luglio 2013

Dieci motivi per leggere ora vi dico cosa

Vi ricordate quel giochino che lo scorso inverno aveva monopolizzato l'attenzione di molti utenti Facebook?
Era il "30 giorni di..." e quotidianamente bisognava inserire il riferimento a quel qualcosa.
Io avevo scelto 30 giorni di libri ma, come spesso mi succede, lo avevo piantato a metà per noia/mancanza di idee/briga.
Ieri, grazie anche alla preziosa collaborazione di un killer (che, secondo me, in questi giorni farebbe meglio a stare un po' all'ombra), ho deciso di riprendere le fila del tag 30 giorni di libri a cominciare da: 21) Un libro che ti ha consigliato una persona importante per te ma potrebbe anche essere 27) Un libro che vorresti aver scritto e, perché no, anche 30) Un libro che ti ha commosso e sicuramente 24) Il libro che ti ha fatto fuggire dal mondo.

Mentre decido a quale esatta categoria appartenga questo libro, posso almeno svelare titolo e autore: il giovanissimo Joël Dicker sta, giustamente, scalando le vette di tutte le classifiche mondiali con il suo La verità sul caso Harry Quebert.
Non basta, mi rendo conto, sbraitare ai quattro venti LEGGETELO e, purtroppo, non mi posso mettere in piazza Garibaldi a scuotere la gente intimando l'acquisto e/o la lettura di questo volume che, nonostante la stazza, va giù che è una bellezza. Meglio di uno spritz al tramonto.
Quello che posso fare, in effetti, è scegliere solo dieci motivi per cui vale la pena privarsi di quasi 20 euro e qualche ora di tempo libero.

DIECI MOTIVI PER CUI LEGGERE LA VERITÀ SUL CASO HARRY QUEBERT:

1) Perché è scritto bene e, dettaglio non trascurabile, è tradotto bene. Fluido, avvincente, tachicardico. Ti prende già alla prima pagina ed è fatta.
2) Perché è la perfetta fuga dalla realtà. Certo, una volta finito c'è la dolorosa sensazione di sentirsi perdutamente soli e abbandonati, ma è uno di quei rischi che il lettore di qualsiasi livello deve voler correre: nient'altro che un effetto collaterale che rende un libro indimenticabile.
3) Perché i personaggi sono umani, si svelano pagina dopo pagina e contribuiscono all'adrenalina della lettura. Pregi e difetti, forza e debolezza, sono delineati perfettamente nel carattere e nei comportamenti al punto da sembrare non solo reali, ma addirittura esistenti nella via dietro casa.
4) Perché il protagonista e voce narrante, Marcus Goldman, è il classico scapolo d'oro che fa pensare a tutte le galline del pianeta "Sono io quella giusta per te!". Toglietevelo dalla testa, sono io. Punto.
5) Perché l'avvocato Roth e l'editore regalano perle di cinismo che neanche Dr. House. Alcune, per chi ama il genere, suscitano risa incontrollabili.
6) Perché non è solo un giallo, è un gioco di scatole cinesi, di storie dentro la storia, di conferme e smentite che tengono incollati gli occhi al libro anche durante la pausa pipì.
7) Perché concentra in sé riferimenti ad alcuni capolavori della storia mondiale della letteratura, del cinema e della televisione: La macchia umana, I peccati di Peyton Place, Lolita, Twin Peaks, Scoprendo Forrester solo per citarne alcuni.
8) Perché  l'autore è giovane, bravo, figo e si merita di continuare a fare lo scrittore per il resto della vita: dategli da magnà.
9) Perché è di più. È una lezione di vita. È un'esortazione alla buona scrittura. Come resistere?
10) Perché perché perché... Ve lo dico io: leggere un buon libro non fa mai male.

Se invece volete 10 motivi per NON leggere La verità sul caso Harry Quebert, leggete QUI.



lunedì 8 luglio 2013

Tanti auguri ma non ti conosco

Questa non è solo la canzone che sarà a breve decretata tormentone dell'estate 2013, questa è la canzone della mia vita.
Ammettiamolo, nel caso non si fosse già intuito in quasi due anni di blog: non sono esattamente una party girl, amante delle feste, discotecara e socializzatrice.
E, mannaggia la miseria, soprattutto quando frequentavo l'università mi sarà capitato almeno 700 volte di trovarmi nella stessa situazione della protagonista del video (figa spaziale, peraltro): a casa di estranei che festeggiano per questo o per quell'altro motivo, relegata in un angolo a bere scadentissimi alcolici mischiati a fanta tarocca del Lidl. 
Quante cazzo di volte mi sono ripetuta che mai più, mai più, mi sarei fatta abbindolare dalle mie amiche studentesse fuori sede (un capitolo che prima o poi devo analizzare a parte, gli studenti fuori sede)?
Quante volte non sono riuscita a unirmi agli spropositati festeggiamenti intorno a me, provando solo un pesante senso di imbarazzo unito alla crescente sensazione di essere decisamente fuori posto?
Quante volte ho dovuto escogitare finte telefonate, impegni improvvisi, fidanzati immaginari giunti inaspettatamente in treno per farmi un sorpresa?? Bè, la risposta è ovvia.
Ricordo un'occasione in particolare dove ero stata invitata, giuro, a una festa di Pasquetta che si svolgeva all'interno di un negozio microscopico di elettrodomestici. Non i megastore che nascono come funghi dentro i centri commerciali, no, quei negozietti ancora artigianali dei piccoli paesi di provincia, di quelli che in un angolo impolverato hanno ancora un paio di macchine per il gelato risalente agli anni '80 e un arricciacapelli DI FERRO. 
Mi sono ritrovata a far conversazione alla luce di qualche torcia da campeggio, pasteggiando appoggiata a lavatrici e lavastoviglie.
Lo giuro, lo so che sembra fantascienza ma mi è successo veramente.


Grazie Levante, mi sono sentita meno sola.
(PS: corre l'anno 2013, io ho in mano alcolici e niente più. Nessuna strofa di canzone, nessun verso di poesia, nessun proclamo politico, nessun opinionista ha mai saputo sintetizzare altrettanto bene la situazione di noi precari senza speranza)





venerdì 5 luglio 2013

Quella sindrome della Disney

Quando ero al secondo anno del liceo, la professoressa di Lettere volle che al ricevimento docenti-genitori fossi presente anch'io accanto a mia madre.
Strano, pensavo, cosa avrà mai di tanto grave da riferire? Lettere è l'unica materia in cui non sono mai scesa sotto il 7 e la stessa cosa vale per Storia. Sono le uniche materie che mi interessano e in cui mi impegno seriamente, dove ho sbagliato questa volta??
La professoressa, che io quasi idolatravo, si rivolse a me e alla mia rassegnata madre diagnosticandomi una sindrome di Peter Pan. Sì, ero brava, eccellente nella composizione, piena di fantasia, facevo uso correttissimo dei tempi verbali, della punteggiatura ma sì, ecco, purtroppo non volevo crescere.
Ma come, mi chiedevo, ma se ho cominciato a leggere Shakespeare a 13 anni? Ma se ho cominciato a viaggiare da sola (più o meno) a 6? Ma se non vedo l'ora di essere adulta? Ma se non vedo l'ora di essere (più o meno) indipendente e (più o meno) libera?
Ma come, mi sono chiesta anni dopo ripensando a quella conversazione, proprio a me, che mai ho guardato al passato con nostalgia ma solo con il terrore di quegli anni in cui non sapevo vestirmi, non sapevo truccarmi, non sapevo pettinarmi, non conoscevo tante imprecazioni, e non avevo ancora l'abilità di oggi nel sostenere una polemica come si deve?

Anno 2004, gita a Vienna.
Indovinate cosa avevo appena fatto.
La risposta a quella diagnosi arriva, inesorabile, quasi 10 anni dopo.

Nei complessi e variopinti insiemi e sottoinsiemi degli ex fidanzati, io ne posso contare ben due sposati, uno che convive, uno deciso ad avere quintali di figli.
Ma, mi dicevo, sono loro ad aver troppa fretta.
Figurati.
E invece.
E invece anche lui, l'unico con cui io sia rimasta in rapporti d'amicizia, lui che abita lontano e ogni tanto mi chiamava per scambiarci reciproche delusioni e sfighe. Lui. Che aveva grandi progetti di giornalismo, attento, puntiglioso, fin troppo.
Lui vuole gettare le basi per un futuro condiviso. Dopo quattro mesi con una mia omonima.
Ma e i tuoi sogni di giornalismo di ricerca?
Meglio un lavoro sicuro, sai, per gettare le basi per qualcosa.
Qualcosa. Qualcosa che a me manca.

È vero che sono uscita di casa, che ho sempre lavorato e non sono mai stata in rehab, ma mentre ragazzi della mia generazione si sposano, si riproducono, si convivono, io vivo in condivisione, ho il rigetto della pianificazione a lungo termine e mi ostino a fare un lavoro che non mi garantisce un futuro e nemmeno un presente.

«E tua figlia?» chiedono a mia madre le madri delle mie ex compagne di scuola.
Mia madre, serafica e rassegnata, si limita a «Continua a fare la giornalista».
Ciao Peter, ciao. Aspettami che mo ti raggiungo e vengo a fondare la Gazzetta dell'Isola che non C'è.