sabato 31 agosto 2013

30 giorni di libri: Il libro che ti fa fuggire dal mondo

Non voglio dir balle e sproloquiare di quanto mi piaccia rileggere infinite volte le opere somme di Platone o l'Ulysses in lingua originale.
I libri che non mi stancherò mai di rileggere sono, a mio avviso, degli autentici capolavori di umorismo britannico usciti dalla penna di Stefania Bertola. Un'italiana, sì. Torinese.
Anche quest'estate li ho riletti tutti da capo, divertendomi a ogni riga, stupendomi di come, a ogni rilettura, sia sempre possibile scoprire dettagli ignorati le volte precendenti.
A neve ferma parla di amore, di dolci, di rassegnazione, di cotte adolescenziali, di promiscuità e di coinquiline e lo fa con impagabile ironia.
Come quasi tutti i romanzi della Bertola, anche questo è ambientato a Torino, città in cui vorrei abitare senza se e senza ma: vuoi per l'ordine sabaudo, vuoi per il Lungo Po, vuoi per la Littizzetto, vuoi per i musei: Torni è una città a misura di chi ama la cultura, la buona tavola e l'aria aperta.

mercoledì 28 agosto 2013

30 giorni di libri: Il libro che non volevo leggere

Tempesta secondo Wikipedia: un qualunque stato disturbato dell'atmosfera; implica condizioni meteorologiche severe.
Tempesta secondo gli stereotipi cinematografici e televisivi: condizioni meteorologiche durante le quali accadono immancabilmente omicidi/invasioni di alieni/tradimenti/trombate generiche che altrimenti mai sarebbero accadute. La giustificazione a queste ultime, il mattino seguente, è sempre la stessa: avevamo paura, per consolarci abbiamo bevuto vino davanti al camino caldo caldo, è stato quel che è stato. Dimentichiamocene. 
Non sarebbe quindi più appropriato definirle "tempeste ormonali"?
Chi, ripeto chi, almeno una volta nella vita non è stato vittima di una tempesta ormonale?
E finalmente, grazie a questo spunto, ho l'occasione perfetta per commentare lui, il libro che ha battuto perfino Twilight, sia in vendite che in cretineria. 
Lui, incoronato dai tabloid inglesi re delle vendite dell'ultimo decennio. 
Lui, uno dei libri che più ha massacrato le fantasie sessuali di un'ampia fetta di pubblico femminile.
Ebbene sì, di nuovo
Cinquanta sfumature di eccetera è arrivato dopo più di un anno anche sul mio comodino.
L'anno scorso mi ero ripromessa di comprarlo solamente quando e se fosse arrivato negli scaffali a non più di quattro euro e novantanove, beandomi nel frattempo di essere una delle poche superstiti al contagio di questa lettura pseudo erotica. Da vera tempesta ormonale, a sentire le testimonianze. 
La scorsa estate non c'è stato quotidiano che non ne abbia parlato, periodico che non gli abbia dedicato articoloni, interviste e copertine, programmi televisivi che non abbiano chiamato esperti ad analizzarlo, sviscerandolo riga dopo riga. Per non parlare di Studio Aperto.
Dopo più di un anno non ho comunque avuto il coraggio nemmeno di infilarlo nel carrello di Amazon, figurarsi farmi vedere con quello in cassa in una qualunque libreria del centro storico. Ma una mia amica sì e durante una cena me lo ha indicato tra le sue mensole, nascosto in modo tale che nessuno lo potesse riconoscere. 
"Te lo presto? Io a metà non ho più avuto la forza di andare avanti. Non capisco perché la gente si sia agitata tanto".
Non sono riuscita a dire no. L'ho portato a casa, non senza un certo imbarazzo, e l'ho iniziato il pomeriggio seguente. 
Già la prima pagina preannuncia cazzate: la coinquilina della protagonista, tale Kate, a quanto pare è una promettentissima giornalista che, dopo aver pianificato un'intervista per, attenzione, nove mesi, si ammala e manda la sua amica a fare il servizio al posto suo. No dico. Eh? Un giornalista con un minimo di dignità sarebbe andato anche se si fosse svegliato con i tentacoli al posto del naso.
Comunque, tutto ciò chiaramente è solo un pessimo pretesto per arrivare al fulcro della vicenda. La vergine stupidella in piena tempesta ormonale, smaniosa di esplorare la propria sessualità, deve per forza conoscere quel bel balengo di un improbabile VENTISETTENNE MULTIMILIARDARIO STALKER ed ecco che, saltando tutta la ancor più noiosa parte di convenevoli iniziali, loro due iniziano a fare quello che devono e... E cosa? 
Un susseguirsi senza capo né coda di trombate inversosimili (lei perde la propria innocenza e ha contemporaneamente il suo primo orgasmAHAHA), dialoghi surreali (Christian Grey si sente in dovere di specificare ad Anastasia, protagonista e voce narrante: Ora ti sculaccerò e poi ti fotterò senza pietà. Ma taci, cretino, e togli l'audio quando guardi i porno che sei già sufficientemente scemo) e, chiaramente, pratiche sessuali di, diciamo, vedute molto ampie.
Lo so, forse pecco di fantasia, ma a me leggere di una che viene sculacciata a sangue, che poi piange da sola perché si sente molto svilita, che poi riceve e risponde a mail per chiarire la sua opinione in merito alle suddette sculacciate, non provoca affatto tempeste ormonali. Mi provoca tempeste di perplessità e tristezza che neanche la Corrida ai tempi di Corrado.
Rimane per me un mistero senza soluzione il fatto che queste righe scritte e tradotte male siano diventate per così tante motivo di turbamento emotivo e sogni erotici a tutto spiano.


sabato 17 agosto 2013

Cos'è per me Golden Brown

C'è un'intervista a cui da sempre sogno di rispondere: sono le cinque domande rivolte ai contributors del settimanale Io Donna, inserto del sabato del Corriere della Sera che leggo ogni settimana da più di dieci anni.
Film culto
Canzone preferita
Profumo di un luogo
Piatto preferito
Un oggetto
Ogni settimana, controllo se gli intervistati di turno hanno dato o meno le risposte che darei io, mentre mentalmente ripasso le mie cinque preferenze, sempre invariate.
La musica è un terreno alquanto inedito per me ma vorrei cominciare a raccontare proprio lei, la mia canzone preferita: Golden Brown degli Stranglers
A dire la verità, avevo chiesto a qualcuno più preparato e capace di me di raccontarmi il significato di questa canzone ma è passato tanto tempo, non lo ha mai fatto, e ho provveduto da sola, anche se molto probabilmente il risultato non è lo stesso. 
Golden Brown è apparsa esattamente sei anni prima che io nascessi ed è diventata in pochissimo tempo una delle canzoni più ascoltate a livello planetario, e non solo negli anni 80. 
Il motivo per un successo così travolgente, nonostante solo poche e criptiche righe di testo, è uno solo: la melodia è simile a un valzer leggero e scacciapensieri, è coinvolgente, rassicurante e carezzevole. 
Il testo poi, ancora a trentadue anni di distanza, rimane un mistero irrisolto: è un calderone di frasi suggestive senza senso e senza connessione logica l'una all'altra. Golden Brown (tradotto letteralmente come Marrone Dorato) può riferirsi all'eroina, di cui i componenti della band facevano probabilmente largo uso; può riferirsi, come spiegarono in seguito, anche al colore dei capelli di  una ragazza da cui il cantante e autore Hugh Cornwell era ossessionato o, ipotizzarono, anche alla Marmite, la marmellata dal gusto quanto mai discutibile tanto in voga nei paesi anglosassoni.
Come già ha scritto il giornalista Davide Agazzi, "Golden Brown è la risposta musicale al test di Rorschac, dove ognuno può sentire quello vuole, guardando al di là di una parola e pensando al proprio Marrone Dorato". 
Per me, Golden Brown è inscindibile dal suo video, un puro colpo di genio ambientato nell'Egitto degli anni '20 circa che vede la band impegnata nei panni sia di esploratori delle antiche tombe faraoniche, sia di cantanti in abiti da sera durante una performance live per Radio Cairo, all'interno di quello che sembra essere un nostalgico hotel a tema. Le immagini che me lo hanno reso più caro sono quelle che ritraggono il tramonto dietro le piramidi, insieme alle umili barche a vela sul Nilo.
Il video della mia canzone preferita è ambientato a Il Cairo e finché avrò vita non potrò mai più associare le stesse immagini a quella città.




venerdì 16 agosto 2013

Son sempre bisbetica

Non è un consiglio, non è una polemica, non è una recensione. Sono dati di fatto.

Cosa succede se una notte di mezza estate i colleghi, amanti della vita in quanto tale, si mettono d'accordo per un aperitivo + cena + riunione di gruppo e ti coinvolgono, a tua insaputa, dando per scontato che anche tu sia assolutamente elettrizzata all'idea di una grandiosa serata tutti insieme a discutere dei massimi sistemi dell'universo? E se tra loro c'è una specie di ex che vorresti vedere sbranato da tanti squali bianchi molto affamati?
Succede che in nemmeno un'ora hai volo, albergo e parcheggio di Orio al Serio prenotati pur di avere una valida ragione per mancare all'appuntamento di fine estate.
Un viaggio. Da sola.
Di pochi giorni, è vero, ma da sola. Nessuno nemmeno ad aspettarmi all'arrivo.
Oddio.
Tempo fa mi sono fatta suggestionare da un articolo di Zingarate.com, dove tra le 30 cose da fare prima dei 30 anni c'era segnalato, appunto, il viaggio in solitaria.
Quale migliore occasione, mi sono detta, per spuntare un'altra casellina nella mia personalissima lista, visto che ho meno di 4 anni ancora a disposizione?
Ecco.
Un viaggio. Da sola. A Porto.
Entusiasmo, convinzione e autocontrollo da tutti i pori: "Io viaggio da sola". Ebbene sì. Io sono indipendente, mi sono detta. E anche avventurosa, toh.
Fino a quando la newsletter di Tripadvisor ha ben pensato di segnalarmi i migliori posti dove mangiare proprio in quel di Porto.
Ho vacillato, lo ammetto.
Il pensiero di MANGIARE DA SOLA mi ha fatto scendere una mestizia che neanche la nebbia agli irti colli.
Lasciamo stare poi che tutti i ristoranti segnalati, almeno dalle foto, mi sono sembrati quanto mai romantici e dotati di quell'atmosfera che è indispensabile essere in due per apprezzare.
Ho subito pensato agli sguardi di compassione degli altri avventori, a me nascosta tra le pagine di un giornale portoghese di cui non capisco una sola sillaba, eccezion fatta per "boa sorte". Boa sorte un corno.
Ho pensato di dover rinunciare a quei locali così suggestivi ma inadatti ad una donna (o quasi tale) non accompagnata neanche da uno straccio di amica.
Ho pensato a me come Mattia Pascal, dolente mentre passeggio sul ponte Dom Luis, fissando il mio triste riflesso nell'acqua scura, lo stesso posto dove stavano finendo tutti i miei propositi di indipendenza.
Ed è stato lì che ho ripensato a un libro che, per ragioni ancora da chiarire, non ho mai finito di leggere e che devo assolutamente riprendere in mano: Io viaggio da sola, di Maria Perosino.
«Viaggiare da sole non significa affatto essere sole. Significa che vi dovete arrangiare a portare la valigia» tranquillizza l'autrice.
Ma io so farlo, arrangiarmi con la valigia, so arrangiarmi con mezzi, trasporti, lingua, senso dell'orientamento, organizzazione, pianificazione. Tutto. Tranne gli imprevisti, il groppo in gola che ti coglie alla domanda "Come sarebbe se ci fossi venuta con...?".
Il fatto è che io, in questo preciso momento della mia vita, non ho un nome con cui riempire il vuoto di quei puntini di sospensione. Nessuno con cui vorrei condividere tempo, energie, emozioni. E, sorpresa, sto bene.
E allora perché mi sto preoccupando? Perché quella foto di un tavolo apparecchiato per due con un muro di sassi a vista sullo sfondo e luci soffuse a fare da contorno mi spaventa così tanto?
E' colpa, ne sono convinta, di tutti gli stramaledetti film e telefilm sdolcinati e a lieto fine made in USA che mi hanno propinato fin dalla più tenera infanzia. E' colpa loro e io DEVO emanciparmi. DOBBIAMO emanciparci.
Già che ci sono, potrei trucidare tutti i reggiseni del mio cassetto e farne un falò sul balcone. Ma anche no.
Quello che devo fare è:
-Trovare il libro e ricominciarlo da dove l'ho lasciato.
- E poi smettere di avere paura di quelle foto. Ho ancora un mese di tempo.