venerdì 19 dicembre 2014

Dammi delle risposte

Ci sono alcune domande a cui non si è mai pronti a rispondere, se ci pensate bene.
E non mi riferisco all'imbarazzo che tanti di noi subiranno tra pochi giorni (MA IL FIDANZATO CE L'HAI? MA TI SPOSI? MA ALLA FINE CHE LAVORO FAI? MA TI PARE IL CASO DI METTERTI ANCORA LE SCARPE DA GINNASTICA? e avanti così benissimo, condiamo le calorie con il malessere), bensì sto pensando a quelle domande la cui risposta sarebbe così semplice da non aver nemmeno bisogno di essere formulata, dovrebbe uscirebbe con naturalezza e spontaneità ma se il contesto in cui viene posta è estraneo o inaspettato beh... L'imbarazzo è assicurato!

A me è successo durante un colloquio, giusto lunedì.
No, non mi hanno chiesto prestazioni sessuali, cosa che peraltro pare non passare mai di moda, non mi hanno chiesto la capitale dello Zambia, tanto meno l'esatto Pantone della faccia di Carlo Conti.
Ad un certo punto del colloquio, con sincero interesse e curiosità, mi è stato chiesto E tu che altro fai nella vita a parte il lavoro? Passioni, sport, musica?.

...Come prego?
Vuoto. Panico. Occhi strabuzzati che raggiungono le dimensioni di un piattino da caffè.
Cos'è che faccio io in effetti quando non sono impegnata a far finta di lavorare?, sorge spontanea la domanda.
E giù a boffonchiare di giri in bicicletta, di camminate e corse al parco, e niente il resto è nebbia, eppure la risposta è lì, è facile, non siamo al gioco della ghigliottina del sopracitato Carlo Conti che devo capire quale parola accomuna idrante, cipolla, toporagno e dentiera.

Come sempre poi succede in queste situazioni, pensandoci e ripensandoci con più calma una volta terminato il colloquio, eccole lì le risposte che mi avrebbero fatto sembrare una persona dotata sì di cultura ampia e multiforme, di plurimi, variegati e intellettuali interessi ma anche di esilarante humor, di travolgente goliardia, di incontenibile fascino che SCARLETT JOHANSSON CHI SEI, ma soprattutto di umiltà e senso della misura, pur senza mai fare finta di non essere la pirla quale sono:

- Nel tempo libero guardo una quantità esagerata di film: "Ehi, lo ammetto, Wes Anderson è bravissimissimo, delle riprese pazzesche poi figurati io che adoro le simmetrie, scelte sempre perfette di personaggi, interpreti e ambientazioni, e la gamma cromatica non delude mai, equilibrata e fedele, viene voglia di indossare una cuffia rossa, una fascetta da tennista, di rispolverare l'ombretto azzurro. Giuro lo so che è un genio MA MI ANNOIA A MORTE, occhei??? A mia discolpa voglio però farmi portavoce di quanto siano sottovalutate e troppo poco conosciute alcune commedie agrodolci italiane, prima fra tutte (ahimé scoperta così in ritardo che non so darmi pace) Ovosodo, seguita da Non pensarci con un Valerio Mastrandrea che passerà alla storia del cinema come l'emblema del disagio di quelli come me, sempre perennemente un po' fuori posto, un po' poetici, un po' stronzi".

- Nel tempo libero leggo una quantità esagerata di riviste: "Io vorrei essere una di quelle persone coscienziose che fanno l'abbonamento a Internazionale, che si interessano di musica e attualità con Rolling Stone e Wired, che sfogliano la mattina durante la colazione il Corriere delle Sera sul tablet  ma no, io il Corriere lo compro solo al sabato perché contiene come inserto la mia rivista preferita, Io Donna, l'abbonamento l'ho fatto a Geo perché mi interessano i viaggi e in edicola compro solo Elle Italia e Elle Francia e meno male perché è grazie alle loro pagine che io stasera mi presento a testa alta all'aperitivo natalizio con le ex colleghe nonostante la mitraglietta di domande scomode (vedi inizio post) che so già essere pronte al via, giusto il tempo di varcare la soglia del locale. E in un impeto di bontà natalizia, io condividerò con voi la mia infinita sapienza: non importa quanto siate palline da flipper impazzite indecise sul vostro futuro, non importa se gli unici corteggiatori che avete a farvi la serenata sotto il balcone siano peggio di Donato Bilancia, l'UNICA COSA CHE CONTA DAVVERO è essere i meglio vestiti della serata, i meglio pettinati, pregni di quella sicumera che solo la bellezza dell'involucro sa dare. D'altronde dai pacchi di Natale c'è solo da imparare: se la tua anima è un cubetto di polistirolo, l'unico modo per reggere il confronto è essere ricoperto dalla più abbagliante e luccicante carta regalo mai vista, senza dimenticare nastri e brillantini q.b.".

- Nel tempo libero scrivo su un blog: "Un blog in cui mai mi sono permessa di censurare quanto sono profondamente cretina. Ed è incredibile che esistano persone che mi leggono, mi commentano, mi apprezzano e abbiano voglia di seguirmi nonostante io sia una pirla qualunque il cui unico merito è conoscere la grammatica italiana e saper mettere insieme qualche frase sapientemente ironica".

E dopo questa ultima sviolinata, posso solo cogliere l'occasione per dirvi grazie per i commenti, per avermi reso partecipe ed aver partecipato e riso a gioie e sventure di un'allegra precaria mai troppo seria e...



Ah, se non ci sentiamo più BUON NATALE.

venerdì 5 dicembre 2014

Caro Babbo Natale 2014 edition

Ridiamo scherziamo e non ci pensiamo ma lo sbattimento del Natale è dietro l'angolo, le lucine ci assediano e tra noi è ripiombata quella tipica mestizia di chi vorrebbe, vorrebbe proprio, gioire di tutti questi festosi preparativi ma no, non ce la facciamo.
Per noi cronici malinconici carlini dal muso schiacciato è iniziato il periodo dell'anno in cui sentiamo forte il bisogno di:
- usare un linguaggio scurrile e blasfemo
- guardare continuamente film di Woody Allen
- iniziare a cibarsi esclusivamente di pizza, birra e panettone con le gocce di cioccolato
- morire, dormire, nulla più.

E quindi, puntuale come il brufolo che compare sul mento un attimo prima del colloquio della vita, ecco qui la mia letterina di Natale, che anche se ai miracoli non ci credo più, il vero miracolo è quanto mi faccia bene scrivere che ai miracoli ci credo ancora. Per poco.

Caro Babbo Natale,
è vero che sogno carriolate di borse, scarpe, cappotti e soffici maglioni in cachemire. Ma no, non è quello che voglio.
Quest'anno non ho capricci da esaudire, non mi aspetto luccicanti pacchetti da aprire, nemmeno un nuovo fidanzato con le fattezze di Lannick Gautry.

Io questa volta voglio esagerare, ti chiedo di impegnare tutta la tua magica potenza e di farla confluire per infondermi tutta la saggezza che mi è mancata nel 2014.
Babbo Natale, pliiiis:

- fammi capire cosa voglio fare da grande, illuminami la via
- fammi capire come impiegare al meglio la mia frizzante intelligenza e la mia inesauribile creatività
- fammi capire come si fa a far diventare la frittata spessa
- fammi fare le scelte giuste 
- fammi imparare a parcheggiare a S a sinistra
- fammi smettere con questa impulsività violenta
- fammi diventare un'adulta che ha trovato il posto nel mondo
- fammi diventare un'adulta senza sindrome premestruale
- fammi dire basta alla mia eterna e perenne inquietudine 
- fammi dire basta alle figure di merda
- fammi dire basta anche agli uomini che vanno bene solo per essere ridicolizzati su questo blog.

Grazie Babbino, al resto ci penso io.


mercoledì 19 novembre 2014

Sempre un po' a disagio

Io sono quella che viene selezionata per un bando fotografico senza ricordarsi di aver partecipato.

Io sono quella che aveva venduto l'attrezzatura in preda all'ira.

Sono quella che non aveva letto il regolamento.

Sono quella che parte alle 5.30 ma riesce ad arrivare tardi dopo essersi persa nella campagna piemontese.

Quella che non riesce a calzare il casco anti infortunistico per troppi capelli e troppo spettinati ottenendo solo una piega imbarazzante delle orecchie.

Quella che gli altri finalisti zainoni pieni di attrezzature degne di astronauti, io una tracolla con due obiettivi, un flash, una batteria di ricambio, le Chilly, le forcine e il burrocacao.

Gli altri come immagine di copertina di Facebook paesaggi evocativi, architetture illuminate, citazioni di fotografi illustri.
Io questa:


lunedì 10 novembre 2014

Mi chiamo Alessandra, non ho tempismo

E quando penso che sia finita, 
è proprio allora che comincia la salita. 

Ultimamente ho sintetizzato un nuovo approccio a questa fantastica storia che è la vita: non più affrontarla di giorno in giorno, bensì di ora in ora.
Per non smentirsi, il 2014 mi ha regalato un ottobre che credo ricorderò finché ictus mi colga (e se andiamo avanti così, credo che dovrò aspettare ancora poco): un lavoro in bilico perenne, un trasloco sofferto, due trasferte, l'alluvione della mia città, i continui spostamenti per raggiungere Milano, le lezioni, un progetto da sviluppare da sola dopo la partenza improvvisa della compagna a cui ero affiancata, il tempo che scappa dalle mani e, da ultimo, un lutto che ha avuto l'effetto di una doccia gelata.
Ma va bene, va tutto avanti al grido di CE LA FACCIO CE LA FACCIO TUTTO OK TRANQUI come è giusto che sia.

E ce la farò anche a novembre, iniziato finalmente con la soddisfazione del concerto di di quel figo da 50 special che aspettavo da maggio, e con una notizia in bilico tra l'euforia e la cocente disperazione: mesi fa avevo mandato la candidatura a un bando fotografico a cui potevano partecipare gli under 35 delle province di Parma, Piacenza, Reggio Emilia e Torino. Secondo il regolamento, i dieci finalisti scelti in base ai portfolio allegati avrebbero avuto accesso alla seconda fase del concorso che prevede lo shooting di soggetti, luoghi e ambientazioni decisi dalla giuria.
Sì, sono tra quei dieci. 
Inspiegabilmente e inaspettatamente, non per finta modestia ma perché mi ero veramente dimenticata di aver mandato la candidatura.
Sono stata colta alla sprovvista da una notizia che mi riempie di meraviglia e orgoglio in un momento in cui, ebbene sì, presa da rabbia, ansia, sfiducia, delusioni e stravolgimenti di vita, ho da poco venduto tutta l'attrezzatura fotografica perché ero (sono, sarei...) intenzionata a non usarla mai più.

Ho sempre fatto molta fatica a spiegare cosa sia per me la fotografia, non è un argomento che affronto volentieri e se ho deciso di farlo è soprattutto per aiutare me stessa.
Abbiate pazienza.

Ho sempre avuto molta più dimestichezza con le parole, che siano scritte, parlate o recitate: tuttora subisco il fascino delle decine di sfumature della lingua italiana che cerco di rispettare in modo quasi maniacale. Con le parole, ho instaurato un rapporto che si è evoluto di pari passo con la mia crescita personale e si è consolidato fino a diventare uno strumento di lavoro, creta tra le mani, quasi una conoscenza disinvolta che non ha più bisogno di formalità.

Non lo so quando la fotografia da esigenza è diventata passione.
L'ho sempre osservata e amata come spettatrice incantata nei reportage di Diane Arbus e Robert Capa, nella poesia di Robert Doisneau, nella Parigi di Brassaï, negli attimi di Henri Cartier Bresson, nell'architettura dell'immenso Gabriele Basilico, nell'evanescenza di Luigi Ghirri.
La fotografia è entrata nella mia vita solamente come effetto collaterale, semplicemente perché all'inizio della mia esperienza come giornalista e per tanti anni a venire ho dovuto accompagnare gli articoli da foto. E queste foto dovevo farle da sola.

Non ho mai amato dovermi alzare davanti a tutti durante la conferenza di Pinco Pallino per immortalare un'immagine esaustiva della situazione. Non amavo la ricerca spasmodica del dettaglio quando ero inviata sul luogo di un incidente, non amavo non riuscirmi a concentrare sulle parole di chi intervistavo perché già vivevo con ansia il momento in cui avrei dovuto rincorrere una fotografia che traducesse quello che avrei poi scritto.
Non amavo, e non amo tuttora, essere osservata mentre sto dietro l'obiettivo, non amo chi si accorge di me e si mette in posa, non amo nemmeno il rumore del click.
Mi sento terribilmente goffa e impacciata, ho sempre la sensazione di dover chiedere permesso.

Non ho mai chiesto a nessuno, né credo che mai lo farò, cosa si vede nelle mie foto al di là del soggetto ritratto, al di là del mero giudizio soggettivo è bella/non è bella/mi piace/non mi piace.
Io, in ognuna di loro, vedo una parte di me senza nessuno di quei filtri che è invece possibile applicare alle parole. È come se ogni immagine svelasse tutta la mia fragilità, la mia inquietudine: giusto l'attimo di un click ed eccomi lì, esposta e vulnerabile.
Eppure, fotografare per me rimane un momento di isolamento, di pura libertà, di entusiasmo. Come una lunga apnea sott'acqua al termine della quale ad aspettarmi c'è il cielo più terso e luminoso che si possa immaginare. Vedere sullo schermo la foto proprio come volevo che fosse è la stessa sensazione dell'aria nei polmoni dopo una lenta risalita dal fondale del mare, quel sorriso inevitabile quando sulla testa non hai più la pressione dell'acqua ma solo il vento, il cielo, il sole e ti puoi finalmente abbandonare a galleggiare a pancia in su.

Ecco, spero sia la sensazione di chi guarda attentamente le mie foto. Galleggiare a pancia in su.


PS: in caso di incontenibile curiosità: qualcosafotografo

Let's do it.




lunedì 3 novembre 2014

domenica 19 ottobre 2014

Macerie e resti

È passata quasi una settimana da quel pomeriggio, un pomeriggio che ha cambiato per sempre la vita della mia città.

"Ma voi in Emilia siete un popolo forte" mi sono sentita dire.
Sì, lo siamo, e questa volta ho potuto verificare sulla mia pelle fino a che punto la forza riesca a prendere il sopravvento sulla rabbia, sullo sconforto, sulla delusione per un vero e proprio disastro che si poteva evitare.

È banale ma, davanti al telegiornale, si pensa sempre che certe cose succedano agli altri, lontano dalla sicurezza delle proprie mura domestiche, più per un innato istinto di ricerca della tranquillità che per reale presunzione. Certe cose le vivi solo attraverso i racconti dei nonni, rabbrividisci ma pensi "Non succederà più".
E invece no, succede, in un attimo, un battito di ciglia e le vie così conosciute e percorse migliaia di volte diventano irriconoscibili sotto la coltre di acqua e fango che le ricopre.

E quindi succede, succede di privarsi di ogni indumento utile che hai in casa per donarlo a chi non ha nemmeno l'elettricità, succede di svuotare la dispensa per portare ogni aiuto possibile a chi ha dovuto buttare il tavolo attorno al quale si riuniva tutte le sere.
Succede di non odiare quella città e quel fiume, succede di amarli ancora di più, di provare un senso di appartenenza così forte che non ci sono parole per descrivere quanto faccia male vedere i danni, la normalità stravolta. Un senso di appartenenza violento e travolgente che non esiste essere chiamati angeli del fango, è quasi un insulto, una violazione di un innato senso del dovere, di ciò che è giusto, di non poter proprio stare a casa a guardare. Gli angeli sono creature mitologiche che vanno bene per le chiese, noi siamo fatti di carne e ossa e ci sta bene affondare le mani nel fango, sbadilarlo e spazzarlo via.

PS: grazie tutti coloro che mi hanno scritto un incoraggiamento, che mi hanno mandato un abbraccio a distanza o per sincerarsi delle condizioni mie e della mia città.

mercoledì 8 ottobre 2014

L'acchiappatrice di brutte situazioni

Recentemente ho guardato un documentario incentrato sullo scrittore J.D. Salinger.
Tralasciando l'impostazione molto americana di questa indagine biografica in cui vengono, come è loro abitudine, sempre esagerati e scavati in modo maniacale i risvolti umani e le piccolezze di uno scrittore che spesso si dimentica essere una persona, Salinger - Il mistero del giovane Holden è un buon modo per scoprire qualcosa di più a proposito di colui che ha messo al mondo, nonostante l'enorme fatica e i continui rifiuti, il mio libro preferito (di cui odio la traduzione italiana): The catcher in the rye, ovvero Il giovane Holden, appunto.

Era tanto geniale quanto determinato sia nel voler pubblicare (in età giovanile) sul New Yorker sia (dopo l'uscita nel 1951 della sua opera più famosa) nel voler fuggire la fama che letteralmente lo travolse a causa del successo immediato del suo romanzo di formazione in cui tutti riuscivano ad identificarsi. Quasi a voler chiedere scusa alle frotte di ammiratori che si accanivano nel considerarlo un mentore, un saggio, una figura paterna e superiore a cui rivolgersi per sottoporre i propri drammi e ottenere risposte risolutive, lui esasperato rispondeva: Sono solo uno scrittore che scrive di quello che sa. 

Uno scrittore scrive di ciò che sa, no? Altrimenti perché lo dovrebbe fare?
È incredibile come una frase così estremamente semplice sia anche così efficace: se ci si ferma a riflettere appena un minuto in più del necessario, davanti agli occhi iniziano a sfilare come soldatini di piombo tutti gli scrittori, scribacchini e presunti tali passati e presenti che hanno riversato su carta un mucchio di BAGGIANATE e i cui sforzi vengono in un attimo annientati dalla verità disarmante di questa frase.
E io qui potrei iniziare un elenco senza fine in cui riversare bile e sputare sentenze di morte contro palloni gonfiati mezzi analfabeti che meritano il titolo di scrittore tanto quanto io merito quello di miss, a partire da Alessandro Baricco che io detesto più dell'odore dei mandarini.
MA non lo faccio. Mi metto per il momento al riparo da commenti sprezzanti nei confronti dei miei gusti letterari per onorare invece quello che suggerisce quel caro squilibrato di Jerry Salinger: scrivere di qualcosa che so.
E dopo tutta questa serietà di introduzione, dopo tutta 'sta manfrina di cultura che sprizzo da tutti i pori, che cosa mai potrei scrivere per stare al passo con il tono tenuto finora? Dei lavori in corso sulla Bologna Milano che ormai potrei percorrere a occhi chiusi? Della mia iscrizione a BlaBlaCar? Della mia caotica situazione immobiliare? Della ricrescita che per fortuna va di moda altrimenti avrei dei capelli peggio dei rom?
Ma non scherziamo.
Io oggi son qui per motivi seri. SERISSIMI.
Parliamo di appuntamenti di merda.

Eccoci qui. L'avevo promesso a La Folle e credo sia ora di mantenere la promessa: nonostante il blog sia costellato da episodi buttati qua e là, ecco a gran richiesta il primo capitolo degli appuntamenti che mi hanno fatto esclamare MEGLIO MORIRE DA SOLA DIVORATA DAI GATTI.

Di quella volta che forse Almodovar dovrebbe farci un film.

Era una piacevole domenica di maggio, mi aggiravo per la città, felice di poter utilizzare la mia adorata bicicletta rosa, quando il telefono squillò.
Il mittente della chiamata già mi fece strabuzzare gli occhi e provocò ondate di turbamento causate dal recente ricordo di quanto insieme non fossimo peggnente ben assortiti.

Ciao! disse entusiasta lui.
Ciao risposi titubante io.
Sei a Parma?
...sì E dove vuoi che sia?
Bene! Sono in autostrada. Arrivo da te tra meno di un'ora!
... E ADESSO?!?
Ci sei?
... Certo, sono solo stata colpita da un paio di infarti.

Ambientazione: giardino di una nota enoteca del centro, edera rampicante, lume di candela, vino, calici.
Nel momento stesso in cui stavo per darmi della scema da sola per aver giudicato fallimentare a priori la serata, al momento di pagare, attenzione, lui esce per rispondere al telefono mollandomi in mano una banconota da euro 50. E io vengo lasciata in cassa. DA SOLA.
Io aspetto.
E aspetto.
E aspetto ancora, sotto lo sguardo pietoso degli astanti.
Lui non torna.
Dunque, ricapitoliamo, TU ti presenti sotto casa mia senza invito, TU mi chiedi di portarti in un bel posto tipico e sempre TU ordini bottiglie di vino, primo, secondo, dolce e contorno e poi metti ME in condizione di pagare il conto???
TU
SEI
MORTO.
Oltre che pezzente.

E visto che secondo la Legge di Murphy, giustamente, se qualcosa può andar male allora stai pur certo che lo farà, mentre porgo tremante il mio esiguo bancomat già pensando a come giustificare a mio padre il fatto che da lì a pochi giorni sarò decisamente costretta a chiedere l'elemosina, il titolare/oste/vinaiolo, nonché parecchio dipendente da certe sostanze stupefacenti,  mi fissa, si sporge oltre il bancone e mi soffia in faccia un io una come te non la lascerei mai da sola. Segue racconto straziante delle sue disavventure amorose.

In tutto questo, Gulliver (soprannominato così dalla mia coinquilina grazie all'altezza un filino superiore alla media), persisteva nella sua condizione di desaparecido.
Raccolgo i miei averi e il brandello di dignità rimasto, imbocco l'uscita sapendo che non potrò permettermi un taxi e che mi attende una scarpinata fino a casa con addosso dei sandali di brillantini.
Ma va bene, figuriamoci. Non ho bisogno del principe azzurro, IO.
Ma eccolo rispuntare magicamente appena varcata la soglia, trattenuto da conversazioni lunghe quanto un paio di rogiti.
E come se non io non aspettassi altro, eccolo che tenta la famosa mossa di ingrugnamento al muro.
Driblo con una destrezza che Chuck Morris levati e, mentre il suo sguardo tradiva la virilità appena mortalmente ferita, faccio un sorriso così falso e un ciao ciao con la manina che Sua Maestà sarebbe stata fiera di me.
Scusa ma non dormo da te?


mercoledì 24 settembre 2014

Oh mia bella Madunìna cap. II

E dai, diciamolo che ho cominciato a fare la pendolare da Milano. Diciamolo pure.

In questo 2014 che gli astri promettevano sfavillante per il segno dei Gemelli, e che invece si è rivelato decisamente più instabile di ogni altro vissuto prima, ho deciso di ricominciare a studiare.
E quindi eccomi qua, due volte a settimana, a partire dalla mia adorata Pianura Padana per approdare nel traffico milanese, una città verso cui ho sempre provato sentimenti contrastanti ma che in questo momento mi sta facendo vedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel.
Amo Parma con tutta me stessa, pregi e difetti, girarla in bicicletta è una delle cose che preferisco in assoluto fare qualsiasi sia la stagione o il meteo e non ho mai contemplato l'ipotesi di passare la mia vita in una città dove non fosse possibile fregarsene delle macchine perché tanto ogni distanza è percorribile sulle due ruote, basta allenare gambe e polmoni.

Ma è successo, sta succedendo. Mi sto facendo sedurre da una città caotica e cosmopolita, la città degli stereotipi del manager, della nebbia, dei locali notturni, della moda che detta legge, la città dei palazzoni che sembrano giganteschi alveari. Io, figlia del Liberty, della cucina d'eccellenza, del placido Po. Sempre perennemente un po' fuori posto, un po' spaesata, un po' Babe va in città, con questa erre esageratamente francese così comune a casa e così estranea in una classe di sole 15 persone dove vengo ancora guardata come la furastera.
Ma la novità è che, a differenza dei tempi del liceo e dell'università, non sono assolutamente afflitta dall'ansia di volermi amalgamare a tutti i costi: l'età, forse, l'esperienza, un caratteraccio che negli anni ha preso il sopravvento, ora hanno fatto di me una persona adulta che non sente l'esigenza di cambiare o di nascondersi per fare "parte del gruppo". Improvvisamente mi sono resa conto di avere dalla mia un bagaglio culturale unico, frutto anche del territorio in cui sono cresciuta. E pazienza se devo ancora imparare le direzioni della metropolitana, se non so quali sono le vie più cool o non posso vantare serate passate all'ombra della Madunìna più di quante ce ne stiano in una mano. Imparerò, recupererò.
Sono ancora ben lontana dall'essere una persona sicura di se stessa, ma la buona notizia è che, nonostante tutte le paranoie che mi affollano la mente, non ho più paura.
Ho preso una situazione di disagio che stava letteralmente tracimando e trascinandomi a fondo e ho mollato tutto, ho ricominciato da capo e solo ora mi rendo conto che fosse davvero l'unica soluzione possibile.

Quindi, come posso concludere dopo questa pubblicità progresso?


Va bene Tina, allora ciao.

martedì 9 settembre 2014

Non accendere quel Kindle

La poca credibilità che mi era rimasta la perderò senz'altro nelle righe che seguono.

Perché va bene che a 27 anni ancora non ho un lavoro serio, non ho un marito, non ho un mutuo e non ho nemmeno la più vaga idea di cosa comporti essere stabili, va bene che corro facendomi lanciare addosso della polvere colorata, va bene che ho un debole per le commedie francesi e i teen movie anni '80, però quello che sto per rivelare va oltre ogni ammissione di deficienza mai raggiunta prima.

Quest'estate ho letto veramente una carriolata di libri e per questo dovrei solo congratularmi con me stessa (ma prima di far partire le pacche sulle spalle aspettate di arrivare in fondo a questo post).
Merito soprattutto del Kindle, questo meraviglioso dispositivo tecnologico che permette di acquistare libri standosene comodamente con il culo a letto/sul divano/in spiaggia/sul water. Basta avere una connessione wi-fi decente e una prepagata con qualche euro disponibile (o, se siete ricchi, una carta di credito a disponibilità illimitata).
Io sono una fanatica del Kindle. Per quanto ami profondamente le librerie, l'odore della carta e la stessa consistenza solida e flessibile dei libri fisici, non riesco proprio a celare l'entusiasmo per la rivoluzione digitale che ti consente di avere in pochissimo spazio (e a minor prezzo) tutti i testi su cui il tuo ditino clicca ACQUISTA.
Ma c'è anche un altro valido motivo per cui vale la pena farsi un Kindle per amico: la privacy.
Mi spiego: eccezione fatta per le custodie che ognuno compra a seconda del proprio gusto, il Kindle è uguale per tutti. E dietro questo anonimato è possibile nascondere le peggio nefandezze che le case editrici italiane mettono in commercio.
Una sorta di deepweb della produzione letteraria: a meno che qualcuno non abbia libero accesso ai vostri cloud, nessuno mai potrà sapere qual è la lettura che vi tiene avvinghiati allo schermo.

E quindi, se la scorsa estate mi sono avventurata nella lettura del libro proibito giurando a me stessa che mai e poi mai avrei buttato altro tempo prezioso in simili cazzate, non era pressoché inevitabile che l'estate 2014 fosse consacrata a loro, la collana letteraria più longeva di sempre, quella che non conosce crisi e, anzi, non ha fatto che crescere dagli anni '70 a oggi, quella che ha dato origine a tutti i mali del pianeta? Sì, quei libri che tutti fissano e nessuno ha il coraggio di comprare, quelli che TUTTE, e anzi dico TUTTI, hanno la curiosità di sapere cosa celino dietro quella grafica di copertina che più allusiva non si può.

Sì.
Loro.
GLI HARMONY


Avete sentito bene invece.
L'ho fatto. 
Ero lì, in Versilia, con il mare di un colore diametralmente opposto all'azzurro e pochissimi euri residui sulla postepay e allora DAI, compriamolo 'sto Harmony serie passion a 1 euro e 99 centesimi che mi tolgo la curiosità una volta per tutte. 
EBBENE:

1) Gli Harmony sono boiate. Tutti. Sono assurdi. 

2) Gli Harmony sono scritti male, con una trama che segue perennemente le stesse dinamiche senza uno straccio di variazione o colpo di scena, con un linguaggio ridondante e personaggi più cretini di tutti i seguaci di Scientology messi insieme.

3) Gli Harmony contengono paragrafi come questo:
"...Janet meritava una razione extra di tenerezze, che fosse pronta ad ammetterlo o no. 
(Aspetta. Cosa?)
E Gage avrebbe tanto voluto essere lui a farsene carico. Se solo avesse potuto.
Se solo lei fosse stata davvero la sua donna l'avrebbe coccolata con bagni caldi la sera (Chi cazzo la pulisce poi la vasca, cretino?), strofinandole delicatamente la pelle tra le bollicine con un buon sapone profumato (Per gli uomini ha un buon profumo anche il Pino Silvestre quindi butta un occhio al bagnoschiuma prima che sia troppo tardi, cara Janet, giusto per accertarti di non uscire dalla vasca al gusto di adolescente all'autoscontro nel dì di festa). 
Poi l'avrebbe asciugata dolcemente con una salvietta tiepida (Ma intiepidita dove e soprattutto come? Io una volta ho provato ad asciugare una maglietta ancora umida in microonde ma ti posso assicurare che non è stata una buona idea), e le avrebbe cosparso il corpo di crema (Dai eh. Che gli uomini hanno la stessa reazione di fronte alle creme di un gatto lanciato in acqua).
L'avrebbe sorpresa ogni giorno con un piccolo dono (Se abbassi la tavoletta è già un grande dono), un mazzo di fiori di campo (Di quale campo santa miseria che il libro è ambientato a HOUSTON TEXAS???), un biglietto infilato nella sua ventiquattrore, o un cioccolatino sul cuscino (E intanto ancora nessuno ha detto chi laverà la vasca).
Se avesse preso l'influenza si sarebbe preso cura di lei, le avrebbe preparato il brodo e le avrebbe sistemato i cuscini dietro la schiena (Così vi scambierete i germi e sarà l'inizio della fine. Perché sappiamo tutte che un uomo è meraviglioso finché non si ammala e ha il potere di trasformare Candy Candy in Renata Cianciulli). Le avrebbe fatto succhiare dei cubetti di ghiaccio (Questa è fin troppo facile, mi astengo) per calmarle la febbre, avrebbe comprato lo sciroppo più dolce (Basta una tachipirina, vai tranqui) e i fazzoletti più morbidi. Le avrebbe massaggiato i piedi dopo una dura giornata di lavoro e l'avrebbe aiutata a cucinare, oppure sarebbe uscito per comprarle i suoi manicaretti preferiti (Stiamo degenerando e sfociando inesorabilmente nel genere fantasy).

4) Gli Harmony creano dipendenza.

Io ho dovuto smettere solo perché le mie amiche si sono dichiarate preoccupate per la mia salute mentale ma se ora mi dite che non siete curiosi di sapere come va a finire la vicenda urlo allo scandalo e al vilipendio.


domenica 7 settembre 2014

The happiest 5k on the Planet

Ci credete che ho corso per 5 chilometri? No? E infatti fate bene.
Più che altro sono tornata all'asilo.



Ho corso, sì, ma solo in alcuni punti e, nello specifico, in corrispondenza dei rettilinei di arrivo a ogni "stazione di colore": ogni chilometro della Color Run è contrassegnato da un bagno di vernice (naturale, atossica, in polvere, state tranquilli tutti) sotto il quale ballare, saltare, cantare.



Io ve lo dico e ve lo ripeto a mezzo di qualunque social network: fatela perché non è un caso se la chiamano i cinque chilometri più felici del pianeta.
Non è una maratona, è una festa che dura cinque chilometri e qualche ora e io la consiglio con tutto il cuore almeno una volta nella vita a chiunque non abbia paura di sporcarsi, sudare, ballare e saltare e, sì, anche a chi ha bisogno di passare un pomeriggio facendo qualcosa che metta di buon umore.
Astenersi solo chi è privo di senso dell'umorismo e chi rifugge ogni tipo di divertimento trash.
Astenersi anche chi la musica da discoteca proprio non la può soffrire.

Per tutti gli altri: tenete d'occhio le prossime date!

Prima e Dopo: da Richie Tenenbaum agli hippie disperati.

domenica 31 agosto 2014

Colorate(mi)!


Questa è la felicissima faccia di chi ieri ha vinto i biglietti per la Color Run di Milano con l'immaginifico Premio Fedeltà di Radio Deejay
Ora, io non so quanti di voi siano fan sfegatati di questa radio ma EHI, ne avete una di fronte. Dai tempi in cui la Panicucci faceva un programma la domenica mattina durante il quale riceveva segnalazioni disperate da gente che la sera prima in discoteca aveva incrociato lo sguardo con il presunto amore della propria vita ma non aveva avuto modo di presentarsi. E allora partivano le indagini via frequenza radio. Non so se mi spiego.

E quindi sabato 6 settembre mi troverete nei dintorni del villaggio Color Run di piazzale Moratti per, udite udite, il riscaldamento muscolare, fino al momento della partenza, prevista a partire dalle 16.30 allo start in via Achille (nei pressi di San Siro). Avrete 5 km a disposizione per: 
- Prendervi giustamente gioco di me e della mia atleticità
- Vedermi sudare come un husky paracadutato in Congo
- Cantarmi canzoncine di incoraggiamento e fare la ola
-Tirarmi vernice colorata, frutta, verdura e biancheria
- Vedermi passare il traguardo al rallenty felice, soddisfatta e in condizioni pietose

DAJE.

lunedì 25 agosto 2014

Waiting for Terza puntata

Sarebbe tempo di proseguire il paradossale racconto della mia tremenda esperienza lavorativa fuori porta e di far conoscere al mondo intero come una fighetta parmigiana, che non mangia il coniglio perché come fai con quel pelo e quelle orecchie e quel naso, che non si avvicina nemmeno alle uova di quaglia perché mangiatele voi delle uova a pois se avete così tanta voglia di avventura, che schifa il fritto e non tollera che qualcuno possa davvero mangiare formati di pasta diversi da spaghetti, fusilli, penne e tortiglioni, si trovò nel piatto un pesce DI FIUME ancora dotato di PELLE, LISCHE, TESTA e CODA. Lo so, potreste farmi un sacco di menate sul non essere schizzinosa e via dicendo e sticazzi ma se mi conosceste di persona capireste che i miei gusti alimentari sono uno dei problemi più trascurabili in confronto al resto.

E invece.
E invece voglio parlavi di cose serie.

Potrei parlare di questo mio agosto sabbatico che inaugura giusto oggi l'ultima settimana di cazzeggio.
Ma no.
Potrei dirvi che ho scoperto l'ammorbidente Coccolino rosa e se non lo provate non siete nessuno.
Ma no.
Potrei parlarvi di come il mio colon si sia preso la libertà di scioperare senza nemmeno garantire l'indispensabile servizio viaggiatori.
E, in effetti, il fatto che io sia stitica come un bambolotto è lo spunto necessario per parlarvi del libro che più mi ha entusiasmato in questa estate 2014.
Archiviato l'indimenticabile successo 2013, da cui tutti i lettori non smetteranno mai di sentirsi un po' orfani, c'è un altro libro grazie al quale sentirsi ingiustamente abbandonati una volta raggiunta l'inevitabile parola FINE, che arriva, si sa, sempre troppo presto quando ci si diverte.

Il titolo è già di per sé un valido motivo per andare oltre la copertina, L'audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache.
Lui, l'autore, è Marco Marsullo, beffardo giovane napoletano già noto per il romanzo d'esordio Atletico Minaccia Football Club.
La trama è di quelle che tutti noi gerontofili bramiamo, un passo oltre Amici miei: quattro anziani amici residenti presso la casa di riposo Villa Betulle decidono di scappare dalla visita guidata a Roma per occupare abusivamente il canale Rete Maria e, nello specifico, sbarazzarsi di Padre Anselmo da Procida, colpevole di recitare il rosario delle diciotto con una fastidiosissima zeppola.
È solo il punto di partenza per un corollario di bravate che fanno ridere e, sì, anche commuovere, nonostante il protagonista e voce narrante odi suscitare tenerezza nei giovani, gli stessi che quando leggeranno di un limone duro (avete letto bene) sulle scale del Vittoriano non potranno fare proprio a meno di rimuovere dagli occhi l'immagine effettivamente troppo estrema di due ultra settantenni che vanno di lingua.
Un libro carico di umorismo e fantasia che non si può non adorare fin dalle prime battute:

 Ho settantaquattro anni, un solo rene, la prostata grande come la Danimarca e un'insana, rischiosa passione per i pistacchi. Odio i giovani, com'è giusto. Ma odio anche i vecchi, sono lenti e insopportabili. Odio quei tipi che quando ti guardano sorridono come se avessero visto un cucciolo di labrador. Che cazzo ci avete da sorridere? Sono vecchio, cosa c'è di tenero? Se contate fino a trenta, forse muoio pure.  Odio i preti, i gatti persiani, le feste comandate, i telequiz che ci mettono due mesi per dirti se il concorrente ha indovinato la densità della popolazione di Tripoli. Odio un sacco di altre cose. (...)
Ho tre amici. Sono le uniche tre cose che non odio troppo al mondo. 
Uno è Guttalax, lo chiamiamo così perché è più stitico di un bambolotto.

Capito ora perché vi ho parlato del mio colon? 



martedì 12 agosto 2014

Seconda puntata

Lo avete chiesto, io eseguo i vostri desideri. E che desideri.
Avete chiesto più dettagli sulla mia traumatica esperienza di babysitter in trasferta e allora ok, proseguiamo pure ma non prima di aver fatto una noiosissima quanto doverosa premessa per pararmi il culo in caso di future incursioni su queste pagine da parte di chi potrebbe riconoscersi: la sfiga è sempre dietro l'angolo e io non me la sento di escludere nulla a priori, dal momento che laffuori di gente scemastronza ce n'è per tutti i gusti.
Quando dico che per me sono stati giorni infernali, dico la verità ma dico la verità anche quando ammetto di far di tutto un dramma e di andare in paranoia per un soffio di brezza, di essere suscettibile e molto nervosa.

Quello che più mi ha messo in difficoltà è stato adattarmi a un nucleo famigliare estraneo e non poter far altro che accettare abitudini estranee, pur non essendo in nessun modo conformi a me e al mio modo di concepire la vita.
Essere un'estranea in casa d'altri vuol dire adeguarsi a dinamiche famigliari che ai propri occhi appaiono ridicole e assurde, vuol dire assistere con imbarazzo ai litigi, muoversi con perenne cautela e tensione, non potersi mai permettere un'osservazione personale nel timore che possa cozzare con il pensiero di chi si ha di fronte. Sono stata "reclutata" da persone gentili e perbene, che mi hanno trattato con rispetto e onestà, questo voglio sia chiaro. Ho vissuto male questa esperienza perché sono stata per 10 giorni, 24 ore su 24, una figura estranea catapultata nella routine di persone con cui non ho altro rapporto se non quello lavorativo. Lo sapevo, ne ero consapevole già prima di cominciare. Ma non ero pronta ad affrontare quello che poi è stato, non è il mio lavoro, non sono qualificata, non ho la pazienza e la diplomazia necessarie per fare al meglio questo mestiere.

Una volta pensavo che la cosa peggiore che potesse succedere nella vita fosse rimanere solo, ma non è così.
La cosa peggiore è finire con persone che ti fanno sentire solo.
(Robin Williams)
Ho apprezzato Robin Williams come attore in ogni suo ruolo e forse ancora di più come essere umano: ogni volta che ho avvertito disagio e necessità di cambiamento, questa sua frase mi ha sempre accompagnata. E continuerà a farlo, indipendentemente dal fatto che chi l'ha detta ha scelto di non calcare più le scene.
Ecco, in effetti, mai frase fu più consona a descrivere la situazione che ho vissuto.
Questo blog, comunque, come in tante altre occasioni in passato, è la valvola di sfogo per sdrammatizzare. No per sputtanare. Ok?

Bene, detto questo posso condividere con voi tutto il mio sgomento nell'apprendere i prezzi dei tipici vestiti tirolesi:

E voi, giustamente, vi starete chiedendo nell'ordine:
Cosa facevi tu in un negozio di vestiti tirolesi?
Come sei sopravvissuta in presenza di vestiti tirolesi nel tuo perimetro vitale?
Non hai avuto l'istinto di cavarti gli occhi e scappare urlando?
MA SOPRATTUTTO. Chi cazzo li compra.
Ovviamente la family li compra. Coordinati.
La vergogna che ho provato nel portare in giro una bambina vestita meno sobriamente degli indiani non è paragonabile nemmeno a quella volta in cui sono rovinosamente caduta dai tacchi all'entrata di una famosa discoteca della riviera romagnola. Con i poteri paranormali che mi sono improvvisamente convinta di avere, cercavo di comunicare a tutti gli estranei che mi fissavano increduli che quella non era figlia mia. 
La Poison, partecipe al mio dolore, mi ha suggerito un'idea di business che sto seriamente prendendo in considerazione: magliette con la scritta I'M NOT THE MOTHER. E sul retro: I'M THE BABYSITTER.
Eh? Secondo me si può fare. Sicuro l'avrei indossata quel giorno. 




martedì 5 agosto 2014

Logico, sì, è logico per tutti ma non per me

Sono sopravvissuta.
Nessuno lo credeva possibile ma, sì, HO TRIONFATO sul male.
Ho avuto un attimo di cedimento proprio nel momento in cui ero convinta che nulla più mi avrebbe scalfita, quando sul treno del ritorno il mio scompartimento è stato invaso da una decina di scout (che poi si sono rivelati appartenenti al MSC, non la compagnia di navi da crociera bensì Movimento Studentesco Cattolico) che si sono messi a intonare canzoni dedicate a colui che non posso nominare, battendo il ritmo sui tubi delle Pringles. A quel punto, dopo 10 giorni di vita vissuta ai margini della società civile, in un paese senza Zara e senza McDonald, a stretto contatto con una famiglia bisognosa di un immediato TSO di gruppo, l'istinto è stato quello di gettarmi dal mezzo in corsa.
E invece no. Stoica. Ho estratto un Okitask e le cuffie per smarthphone et VOILÀ. Ho raggiunto Bologna e poi Parma quasi indenne. Quasi. Euforica ma con una gran voglia di riempirmi lo stomaco di birra e la faccia di crema antibiotica.
Avete presente tutti quei fastidiosi sintomi con cui, in caso di stress o disagio psicologico, reagisce il corpo umano? C'è chi suda, chi arrossisce, chi soffre di ulcera, chi di cefalea a grappolo. Io in dieci giorni sono diventata un'enciclopedia medica.
Benissimo, uniamoci tutti nella speranza che la mia faccia torni presto ad avere i consueti tratti umani e non più quelli di un rettile e nella speranza che l'evoluzione della specie presto elimini la possibilità per alcune persone di riprodursi.

Giorno uno: decido di portare la pargola a me affidata al parco giochi. La madre estrae dal cassetto della bambina una felpa. La felpa ha un pezzo di pane nella tasca. La madre si giustifica con EH GUARDA PROBABILMENTE L'HO MESSA IN LAVATRICE E L'HO LAVATA CON IL PANE ANCORA IN TASCA. Senti bella, posso esprimere con certezza che almeno le leggi della fisica siano uguali per tutti. Non mi raccontare balle che non sono nata ieri.
La suddetta, inoltre, mi lascia una merendina da somministrare alla bambina alle consuete ore 16 circa.
Scaduta a marzo. Eravamo a luglio.
Giorno due: mi alzo prima di tutti per poter fare colazione, il mio pasto preferito, in silenzio e solitudine. Prendo il mio yogurt, cerco il miele. Lo trovo in frigorifero. Strano posto per conservare il miele, mi dico. Memore del giorno prima, controllo la data di scadenza. Risale a dicembre 2012.
Giorno tre: ormai vittima della paranoia da avvelenamento da prodotti deperiti, controllo compulsivamente OGNI etichetta di OGNI prodotto che trovo. Scopro di essermi condita i pomodori con un olio scaduto nel 2011. Il mio lato ipocondriaco prende il sopravvento.
Giorno quattro: la madre a tavola sostiene che con il relitto della Concordia bisognerebbe proprio fare un museo. Avanti così.
Giorno cinque: la bambina chiede spiegazioni in merito alla statua di un tizio piazzata al centro di una rotonda stradale. La madre risponde, e giuro che non me lo sto inventando, che "un signore era lì, è passato l'angioletto e l'ha trasformato".
Vado avanti?

mercoledì 30 luglio 2014

50 sfumature di viola

Se potessi avere a disposizione un piccolo esercito per, diciamo, 24 ore, la prima cosa che farei è ordinare di portarmi gli scalpi di chi ha predetto che il 2014 sarebbe stato l'anno del riscatto del segno dei Gemelli.
Io lo so quel che si dice di questo segno, sono perfettamente consapevole della brutta reputazione che abbiamo: perennemente insoddisfatti e tormentati, impazienti, irrequieti, nervosi, presuntuosi, amorali, inaffidabili, poco concreti. Sì, è vero, zodiaco oppure no forse è vero che non siamo proprio le persone migliori su questo pianeta e che forse tendiamo leggermente a far di tutto un dramma ma CRIBBIO credetemi se oggi vi dico che sono enormemente esasperata.

Sappiamo che con lo stipendio da collaboratrice per un quotidiano di provincia al massimo ci si prende birra, panino e cinema un paio di volte al mese e quindi, da poco meno di un anno, un migliaio di altri lavori si sono avvicendati.
Gli ultimi, in ordine di tempo: segretaria part time assolutamente incompetente, web content per aziende di dubbia reputazione, fotografa di eventi e compleanni di neo 18enni (diomio), bella belinda assistente dei top gun con occhiale specchiato e quattro ruote e, ora adesso proprio in questo momento, COSA MAI LA MIA TESTOLINA RIPIENA DI STRACCI HA ACCETTATO DI FARE PER RIMPINGUARE UN CONTO CORRENTE ALLO STREMO DELLE FORZE, COSA?
Ma è ovvio.
LA B A B Y S I T T E R, quel buco nero in cui vengono risucchiate almeno una volta nella vita tutte le giovani donne nel periodo 18-30. Quel baratro, quell'infima convinzione che porta a pensare MA TANTO COSA VUOI CHE SIA.

Posso dirlo? STOCAZZO.
Io sto male. Mi è venuto pure l'herpes. Ho i capelli flosci. Gli occhi cerchiati da inedite sfumature di viola.
Ma gestire un pargolo che non sia sangue del tuo sangue non è la parte peggiore, oh no.
Cosa ho fatto, io che non sono furba mai nella vita mai mai mai?
Ho accettato di partire con family del caso e fare la babysitter in vacanza.
E figurati se mi hanno portata in un resort caraibico.
No, sono in un punto imprecisato dell'Alto Adige, ci sono in media tra i 15 e i 19 gradi, piove come tutti voi ben sapete, e la sto vivendo così bene che ieri sera, mentre ascoltavo l'ultima canzone che si dovrebbe ascoltare in caso di bieca disperazione (e non nella versione dei Tears For Fear), ho visto su Instagram una foto di maialini cuccioli e mi sono messa a piangere.
E adesso scusate ma devo andare a soffiarmi il naso.

lunedì 21 luglio 2014

Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno

L'unica cosa che differenzia oggi da qualunque altro giorno dell'anno è che 115 anni fa nasceva l'uomo che pronunciò questa frase.


Happy Birthday Papa!

sabato 21 giugno 2014

Summertime disagio

Sì, oggi è il primo giorno d'estate.
Sì, sono tornata. E anche da un po'.
Sì, ovviamente il disagio mi è ripiombato addosso non appena la pesantissima domanda  E adesso cosa faccio? è tornata a tormentarmi come l'allarme dei vicini che non hanno ancora imparato a memoria il codice di sblocco.

Avevo anche preso in considerazione l'idea di abbandonare questo blog, visto il rischio crescente che diventi solo un susseguirsi sterile di lamentele e banalità.
Ma poi ho pensato e mi sono detta che se DAVVERO nella vita quello che voglio fare è scrivere, dove spero di arrivare senza scrivere? Appunto.
Massimo Bottura non è arrivato a essere considerato il miglior chef del mondo senza aver fatto almeno due uova al tegamino tra le mura domestiche.

E quindi.

Niente, ho passato un mese annotando mentalmente ogni spunto da tradurre in parole, parole di cui non è rimasta traccia, quasi come se, disfando le valigie, avessi cacciato in lavatrice anche loro.
Le metafore mi vengono sempre molto bene, sì, ma non saprei come altro descrivere il vuoto che ha prodotto in me un ritorno che ho desiderato ma che non ho saputo affrontare.
E adesso cosa faccio? mi ha colto del tutto impreparata, inutile fare la figa dicendo che il mio destino si è dipanato davanti agli occhi mentre inghiottivo gli insulti da rivolgere a una collega, o a metà strada tra Montecarlo e Firenze, proprio su quel tratto di autostrada che chiamano "Del Sole" ma non perché ti faccia vedere la luce in fondo al tunnel.
No.
Non sono figa e non sono furba, proprio come un mese fa.
L'unica differenza è che ho vissuto un'esperienza di cui non mi pentirò mai, ho festeggiato il 27esimo compleanno a Montecarlo e, soprattutto, in ogni posto in cui io sia stata, ho abbondantemente foraggiato l'economia enogastronomica locale.
E pazienza se a Ginevra i crostini con il formaggio di capra mi hanno provocato contorcimenti di stomaco tali da farmi desiderare la morte istantanea, e pazienza se a Zurigo i ristoranti sembrano essere prerogativa di italiani e turchi e io sono andata a mangiare la pizza da un turco.
Non fotografo mai il cibo ma questo era più un'opera d'arte.
A Montecarlo (si sente tanto che me ne sono innamorata alla follia?) ho scoperto che le patatine con la composta di fragole e cipolle rosse sono semplicemente da orgasmo.
Ho scoperto che Zurigo, a dispetto della fama di centro finanziario internazionale, è anche una città incredibilmente cosmopolita, giovane, frizzante e... Truzza.
E con truzza intendo proprio lo stereotipo dell'uomo con la macchina ribassata, agghindata con led, alettoni, marmittoni e volante in pelo, braccio fuori dal finestrino e musica degna di un rave a cielo aperto. Donne, diciamo, non proprio in perfetta forma che, ben lontane dalle seghe mentali tipicamente italiche, esibiscono cosce strizzate in minigonne in latex, ombelichi piercingati, tette fasciate da bustini che in nessuna lingua potrebbero essere definiti sobri. Le ho viste divertirsi (e rimorchiare) molto più di quanto possano millantare tutte le fighe di legno di Parma e provincia. Me compresa.

Ah niente, volevo solo aggiungere che alla fine ce l'ho fatta.
A diventare bionda.




venerdì 6 giugno 2014

Io sono qui

Ritrovo il profumo dei tigli.
Ritrovo la luce arancione del tramonto riflessa non più sui fiumi che appartengono ad altri.
Ritrovo le persone che si riversano dall'ora d'oro fino ed oltre l'ora blu.
La bicicletta in maniche corte, i piedi liberi, i capelli raccolti come capita.
La Corale Verdi, il bicchiere, il piatto colmo.
Le finestre aperte, le chiacchiere, il tramestio delle stoviglie.

Torno e trovo che nella mia città è arrivata l'estate anche senza di me.

Come sei bella più bella stasera
Dimmi che illusione non è
Dimmi che sei tutta per me
Qui sul tuo cuor non soffro più
Parlami d'amore


martedì 27 maggio 2014

Quattro cose da sapere meanwhile

1. A Ginevra la polizia ti sta addosso. Sempre.
2. Zurigo è insospettabilmente la città più truzza d'Europa.
3. Le persone pesanti nascono ovunque ma l'Italia detiene il record assoluto.
4. Montecarlo durante il Gran Premio è il posto migliore in cui compiere ventisette anni.

PS: Credo che sposerò un australiano. Ho deciso che un australiano è quello che ci vuole.


sabato 10 maggio 2014

Goodbye for a while

Che io sia biecamente campanilista nei confronti della mia regione/provincia/città non è mai stato un mistero.
E che io lo sia anche e soprattutto per motivi legati alle nostre tradizioni culinarie lo è ancora meno, specialmente a scapito dei nostri vicini di casa lombardi che in questi giorni hanno ben altri problemi legati, sì, al magna magna ma non necessariamente in cucina.
Ebbene, dove mai potevo finire a lavorare per i quattro giorni di Cibus che hanno mobilitato Parma questa settimana se non allo stand di un salumificio lombardo?
Cioè.
Io. Emiliana. Parmigiana, please. Con una madre ristoratrice.
A lavorare.
Per un salumificio lombardo.
Really?
Così imparo a stare zitta.

Comunque, questo è solo un pessimo pretesto per iniziare un post che non sapevo come iniziare.
Non è un addio, perché ho ancora tantissime cazzate da mettere nero su bianco.
(E infatti spero di avere il tempo per onorare una promessa fatta alla Folle qualche tempo fa).

Vi ricordate il lavoro fichissimo che mi fece desistere dall'espatrio?
Ecco, in effetti sono loro a farmi espatriare ed è per merito loro che fino a giugno sarò in tour con i piloti tra Ginevra, Zurigo, Montecarlo e Firenze. 
Ero al Cibus quando ho ricevuto la comunicazione ufficiale della partenza, fissata per mercoledì. Alla fine, il salumificio lombardo mi ha portato fortuna. Ironia della sorte.
Non posso e non voglio nascondere il fatto che negli ultimi tempi la mia passione per il giornalismo stia vacillando, problema a cui si sono sommate alcune delusioni che rendono il futuro di una 26enne agli sgoccioli quanto mai incerto.
Non posso, non riesco, a nascondere di essere ora veramente felice ed euforica perché desideravo da tanto tempo un'occasione che mi portasse lontano dall'Italia e dalla mia città da cui, per quanto io la ami, ho bisogno di allontanarmi e poi tornare per amarla ancora di più.

Sono stata molto goffa, lo so, ma sono le uniche frasi che sono riuscita a mettere insieme per dire Arrivederci e Grazie.
Voi scrivete che io vi leggerò.
Poi tornerò a scrivere.


sabato 26 aprile 2014

Il lavoro, il precariato e la liberazione ai tempi del 2014

Allora, che dici? 25 aprile convegno MENSA e rane fritte?
È uno scherzo?
No veramente era un invito...

E questa è solo la conclusione di una settimana che è paragonabile solo a un girone infernale che Dante Alighieri, nonostante la sua saggezza, non poteva prevedere nemmeno se avesse continuato altri 10 anni con le metanfetamine medievali che gli hanno procurato il titolo di Sommo Poeta. Un girone infernale in cui giovani precari vengono continuamente inseguiti da incombenti scadenze di affitti per appartamenti condivisi e bollette esorbitanti, dai prodotti scaduti da mesi nel frigorifero ormai dotati di capacità di intendere e volere, e da caporedattori che chiamano alle 6.50 del mattino. Al contempo, il precario peccaminoso deve inseguire senza sosta improbabili lavori che hanno pochissima attitudine alle proprie competenze e titolari che ogni mese fanno fatica a programmare correttamente i dovuti bonifici, sempre attento però a schivare con destrezza gli impieghi a provvigione, gli inviti ad appuntamenti di cui sopra, le chiamate dei call center e dei genitori angosciati la cui unica preoccupazione pare essere diventata l'alimentazione varia, equilibrata, ma soprattutto abbondante del figlio che in realtà sta soccombendo sotto tonnellate di volantini dei cibi d'asporto e/o domicilio di città e provincia. 
Quando ero al liceo, la professoressa di lettere e latino ci aveva introdotto la lettura della Divina Commedia promettendo con entusiasmo che, finita l'opera, avremmo avuto l'impressione che Dante avesse fatto DAVVERO questo suo viaggio tra inferi e paradiso. Ci sono giorni in cui vorrei andare da questa professoressa, pigliarla per i capelli e dirle che per trovare l'inferno non è necessario affidarsi al Sommo Poeta, basta nascere nel secolo sbagliato e scegliere Lettere all'università. 

Come ho già accennato altre volte, la scelta del titolo del blog è stata il frutto di una frase detta in modo scherzoso e casuale e, se è diventata la porta per un mondo parallelo, è un anche un po' merito di un ex fidanzato che, nonostante fosse lievemente scemo, per primo mi incoraggiò ad aprire una sorta di diario che parlasse delle difficoltà di una relazione tra precari. La relazione naufragò in breve tempo, ma io decisi comunque di mantenere invariato il titolo, pur non avendo alcuna idea di quanto da lì a poco l'amore e il precariato avrebbero avuto nella mia vita implicazioni e intrecci comuni.
Sì perché pare che quanto più il mestiere per cui si è scelto di dedicare anima, corpo, sangue, lacrime e sudore sia in balìa della bufera, allora anche la vita sentimentale debba fare altrettanto.
Non ne abbiano a male quella manciata di maschietti che leggono queste pagine e non si sentano (troppo) perculati quelli che loro malgrado hanno incrociato la mia via e sono inconsapevolmente diventati fonte di ispirazione, ma lì fuori ci sono dei casi umani che LEVATEVI. CRIBBIO. 
Ma perché, ma cosa ti fa pensare che come primo appuntamento tu possa proporre UNA QUALUNQUE INIZIATIVA DEL MENSA e, in alternativa, RANE FRITTE!?
Per inciso, il MENSA è quell'associazione internazionale senza scopo di lucro di cui possono essere membri le persone che abbiano raggiunto o superato il 98º percentile del quoziente intellettivo. Per diventare un "Mensano" (mi asterrò dal creare rime anche se mi prudono le mani), bisogna rientrare in quel 2% di popolazione mondiale con il più alto QI. 
Apriamo una piccola parentesi su questo mirabolante mondo di super intelligenti: ovviamente, per conquistarne l'accesso bisogna superare determinati test. Il Mensa utilizza le Matrici di RavenEcco io guardo queste belle figurine e l'unica cosa che mi viene in mente è MA CHI È CHE PIASTRELLA ANCORA CASA CON 'STE FANTASIE OSCENE ANNI '70?!
Non voglio fingere falsa modestia, ma il fatto che io abbia una cultura variegata, sia indipendente e sappia mettere insieme le frasi, non fa di me un'intelligenza superiore. La verità è che sono un'acida svampita cretina che guarda ancora i film dei supereroi Marvel, che canta pedalando su una bicicletta ROSA e diffida da qualunque gusto di gelato che non sia fiordilatte. Mi ci vedo proprio a partecipare a una serata Mensa: tutti a parlare di fisica quantistica e filosofia del periodo assiale, io in un angolo a fissarmi le doppie punte.

Dalle scelte più importanti, come l'impegno per portare avanti un lavoro precario e rischioso a costo di passare giorni di vero inferno, alle banalità che sono solo delusioni passeggere, passando attraverso quelle rinunce che pesano come un macigno ma in fondo si sa che dire basta, non senza una dose di egoismo, è l'unico modo per salvarsi: il mio 25 aprile è finito così, con la liberazione che solo la consapevolezza di poter dire anche no a qualcosa che non fa al caso mio. 

E poi il mio 25 aprile è finito così, a cantare Bella Ciao al Coachella della Bassa Padana, ancora rossa come la Resistenza e come il Lambrusco.




venerdì 18 aprile 2014

Socchiuse una porta da cui entrava un mondo intero

Niente, cosa volete che vi dica? Che a me non piacciono i compianti collettivi sui social ma a lui devo qualcosa. Anzi, devo molto.
Prima di tutto, a lui devo ore e ore di piacevoli distrazioni, di viaggi inaspettati, di mondi suoi che sono diventati anche un po' miei.
E poi a lui devo quello che è diventato uno spazio tutto mio, un mondo tutto mio con i miei viaggi, le mie distrazioni e le mie parole. Che se esiste questo blog in cui io riverso tante delle cose senza senso della mia vita è un po' anche merito suo, che lo so che questo non gli rende maggiore onore, anzi, ma se lui non avesse scritto L'amore ai tempi del colera, io non l'avrei mai parafrasato inventandomi in quella notte d'estate 2011 L'amore ai tempi del precariato. E senza di lui io non avrei mai saputo che esiste DAVVERO qualcuno là fuori che ride, capisce, si diverte e apprezza ciò che scrivo.
Quindi, Gabriel, grazie.
Gabriel, facciamo così: ora che probabilmente mi vedi, ora che probabilmente sei conscio dello scempio che causo al buon nome della tua opera, perdonami. Ti prego.
Questa tua foto me la appendo sopra allo specchio in camera a titolo preventivo, che ne dici?

martedì 15 aprile 2014

Non sto discutendo, sto spiegando perché ho ragione

È il 15 aprile e io ho già mezza faccia più abbronzata dell'altra perché mi sono addormentata al sole nella stessa identica posizione in cui mi addormento a letto. Ovvero, a pancia in giù e con il lato destro del viso appoggiato al cuscino. Il risultato è ora una perfetta simmetria degna del biscotto Ringo.
Maldive? No, Solvay.
Ma, come al solito, m'importa proprio una sega: quel che conta davvero è che io sia tornata a respirare il profumo della salsedine e dei pini marittimi, a mangiar pesce come se non ci fosse un domani e a meravigliarmi ancora una volta di quanta pace sappiano darmi la risacca delle onde, il riflesso della luce sull'acqua, la sabbia calda sotto i piedi e tutte quelle cose gioiose che comportano le località di mare.
Ma non sono qui oggi a temporeggiare per far pubblicità a quella meravigliosa regione che è la Toscana, quel che davvero mi preme è cogliere al balzo l'occasione per combattere ancora una volta i rompicoglioni che popolano diffusamente tutto l'italico stivale, con una concentrazione che rasenta l'allarme epidemia nel centro-nord.
Perché io ne ho piene le palle di tutti quelli che Ma cosa ci vai a fare al mare, ma che noia il sole, ma che fastidio la sabbia, ma che schifo il pesce. Allora. Ti ho chiesto un'opinione? Mi vedi in faccia? Ti sembro una che ha voglia di ascoltare le tue menate? Come recita il logico principio pressoché applicabile a tutto l'umano scibile, se il mare non ti piace non vuol dire che valga la stessa cosa per gli altri cristiani che popolano questo pianeta, occhei??
Io penso che sia arrivato il momento di dire una scomoda verità a cui tutti pensiamo ma che pochi hanno il coraggio di esprimere ad alta voce: NON È VERO CHE MI INTERESSA L'OPINIONE DEL PROSSIMO. O, perlomeno, non quella di tutti.
Sono anni ormai che giornali e televisione tentano di convincerci dell'importanza del politically correct, che ci trastulliamo all'idea che, grazie a internet, social network e compagnia bella, la nostra opinione valga veramente la pena di essere presa in considerazione da chicchessia MA NON  È VERO.
Io, che di mestiere faccio quella che "fa la svampita in giro" (cit.), andrò mai dal giardiniere a dirgli la mia opinione su come si potano le siepi perché ho letto un articolo su Focus scritto da pincopallino che di mestiere fa lo psicologo della verdura? Se mi rimane un minimo di dignità, no.
Se a te piace ascoltare la musica neomelodica e per me i neomelodici dovrebbero tutti prendere il largo su una zattera infuocata in puro stile funerale vichingo, che senso ha comunque che io sprechi fiato per farti cambiare idea? N E S S U N O.
Se sei un uomo nel fiore della giovinezza e mi chiedi di uscire con un preciso scopo e durante la serata mi chiedi quali libri leggo, rispondendo con una una smorfia di disgusto al solo sentire pronunciare Hemingway, secondo te a fine serata te la do?? Perché mai dovrei, oh genio della lampada?
Ogni volta che ti prude la lingua ad pensiero di dire la tua,
CONTA FINO A DIECI E PENSA A QUESTE FACCE.




sabato 5 aprile 2014

Non toccate le isole che non ci sono

I film sono una delle poche cose per cui vale ancora la pena guardare la tv e capita che i canali più insospettabili ripropongano pellicole che hanno accompagnato l'infanzia di noi nati negli anni '80.
I Goonies, Ritorno al Futuro, Ragazze a Beverly Hills, Ghostbusters, E.T.: pietre miliari cinematografiche che hanno segnato intere generazioni ritrovate in un piovigginoso sabato pomeriggio, delle Madeleine di Proust per immagini che profumano di divano, pigiami puliti, torte di mele e The Infré.
Capita, in un piovigginoso sabato pomeriggio, di emozionarsi in età adulta (o presunta tale) per un film di cui si ha un ricordo meraviglioso, per un film di cui ci si era innamorati da bambini e di pensare "Ecco vedi? Tornare alla magione parentale non è poi così male".
Capita poi di trovarlo deludente, triste e grottesco questo film.
Oddeo rivedere Robin Williams nei panni di un vecchio e imbolsito Peter Pan avvocato, con le vertigini e le inferiate alle finestre è stato veramente come provare quell'imbarazzo profondo e ingiustificato tipico della Corrida, quella dei dilettanti allo sbaraglio. Eppure ne avevo un ricordo molto bello... Avrò perso anch'io l'incanto con cui i bambini guardano la realtà?
La verità è che, in letteratura e cinematografia, ci sono dei mostri sacri che mai e poi mai andrebbero profanati: no prequel, no sequel, no film, no spin off. Era il caso di ricavare un film da Amabili Resti? Era necessario fare i film di Sex and The City? Perché qualcuno si è permesso di cambiare la trama di Un giorno questo dolore ti sarà utile?
Il mondo è pieno di questi interrogativi che non otterranno mai giustizia ma c'è qualcuno che, intuendo la capacità di Hollywood di trasformare la carta stampata in merda, prima di andare a farsi pisolini sulle nuvole per l'eternità, ha mobilitato tutti gli avvocati e i notai americani: si tratta di Jerome David Salinger, autore del mio libro preferito, il feticcio della mia formazione: The Catcher in the Rye, Il Giovane Holden.
In tanti hanno tentato con ogni mezzo di persuasione, hanno supplicato, hanno sventolato carriole di banconote e assegni per fare il film del Giovane Holden, da Billy Wilder a Steven Spielberg, ma nessuno in sessant’anni ci è mai riuscito. Il previdente Salinger non ha mai voluto vendere al cinema i diritti del suo capolavoro, perché secondo lui era, giustamente, unactable: «Non può essere legittimamente separato dalla tecnica della prima persona che gli è propria», scriveva in una lettera del 19 luglio 1957 al produttore cinematografico Herbert.
E, di recente, l’agenzia che cura i diritti di Salinger all’ennesima richiesta del produttore di turno ha ribadito che no: il film de Il giovane Holden non sa da fare.


lunedì 24 marzo 2014

Maledetta primavera

DONNE!!!
NON è arrivato l'arrotino, MA arrivo IO.
A raccontarvi cosa questa volta, santa pazienza?
Tanto per cambiare, racconto cose da cialtrona, che alla fine è quello che mi riesce meglio, ma questa volta si tratta di storie di vita vera che normalmente sono restia ad esporre al pubblico, a partire da alcuni dati esplicativi, premessa pesante ma necessaria a quanto seguirà.
Brevemente, è piuttosto superfluo ribadire che, rispetto a quando arrivai al giornale con cui tuttora collaboro, con l'attività giornalistica arrivo a stento a coprire le spese d'affitto (grazie crisi dell'editoria, grazie tagli ai collaboratori e via dicendo). Mentre mi arrabattavo qua e là tra discutibili ruoli da segretaria, web content, fotografa ai convegni, revisore di bozze e santi genitori (ciao mamma e papà che mi leggete da quando avete scoperto Twitter), lasciavo decidere agli eventi se espatriare oppure rimanere.
Quando ormai avevo già la valigia pronta per raggiungere l'Irlanda, arrivò il colloquio per un lavoro part time a cui avevo risposto senza ben sapere di cosa si trattasse.
Bè, quel lavoro si è rivelato essere una figata pazzesca: a week end alterni, o periodi vari ed eventuali, lavoro come assistente nella gestione di un circuito automobilistico dove vengono organizzati corsi di guida Alfa Romeo, Abarth, Maserati e Ferrari. È vero, mi devo svegliare alle 6 del mattino, stare in piedi per non meno di dieci ore, senza stipendio fisso né monte ore ma, per quanto di macchine e motori me ne freghi l'equivalente dell'ennesima piantina che ho fatto morire sul balcone, mentirei se dicessi che vederle da vicino mi lascia indifferente.
Merito anche degli istruttori dei corsi di guida, ovvero I PILOTI.
TA DA DA DAAAAAAHHH!!!
Voi, donne e uomini a prescindere dall'orientamento sessuale, non avete idea alcuna di cosa voglia dire trovarsi al cospetto di un nugolo di manzi che bisogna darsi un paio di schiaffi per credere di averli davanti agli occhi tutti in una volta.
Dimenticatevi le caserme di pompieri, i marinai, i carabinieri, i calciatori, i rugbisti, i bagnini O WHATEVER per voi fosse la categoria lavorativa dei vostri sogni più sconci e focalizzate tutti gli sforzi di immaginazione su questi che alla voce segni particolari sulla carta d'identità dovrebbero avere ommioddio.
Dal più giovane al più vecchio, tutti fighi, tutti sprezzanti del pericolo, tutti con 'sti sorrisi luminescenti, le voci profonde e suadenti, lo sguardo affilato sotto le lenti da sole a specchio, la camminata elastica e slanciata che lascia impronte di testosterone sull'asfalto, le chiome vaporose e scompigliate, tutti con quest'alone di sicurezza e charme che ti dà solo vivere una vita al limite e inaccessibile. 
Vi ricordate Maverick e Ice Man in Top Gun prima che Scientology mangiasse il cervello a Tom Cruise e prima che Val Kilmer mangiasse se stesso? 
Ecco, togliete le ali e mettete un po' di Montecarlo.
Siamo ancora qui a discuterne? 

(PS: sacrificate un agnello per me perché sono ancora in prova!)


giovedì 20 marzo 2014

La moda passa, sono io che purtroppo resto

Non so voi, ma tra tutti i problemi che le donne devono affrontare quotidianamente, quelli relativi ai capelli mi gettano sempre nella più bieca paranoia.
Oddio si spezzano! Che faccio, taglio??? No, piuttosto muoio.
E' iniziata la primavera, che faccio? Prendo gli integratori o mi affido ai rimedi della nonna e inizio a cibarmi solo di miglio come fossi un canarino bulimico?
Ho già qualche filo bianco, santa la miseria e benedetta mia madre che mi ha concepita quando è scoppiata Chernobyl. Che faccio? Tingo, me ne frego, strappo??
Ma poi, soprattutto, la frangia la tengo o la faccio ricrescere???
Quesiti che non fanno dormire la notte e spingono a gesti estremi come farsi i cazzi degli altri su Instagram. Per ORE.
Ieri sera quindi, invece di mettermi in pari con il lavoro arretrato dato che ho indietro ben cinque pezzi da scrivere, stavo allegramente saltellando da un profilo all'altro quando, all'improvviso, mi sono sorpresa a pensare intensamente a quante fescion bloggherrr esistano.
Cristo ma quante siete? Di cosa vivete? Ma perchè? Ma soprattutto... NE ABBIAMO BISOGNO???
Io capisco che la tua passione sia la moda e che tu voglia fare della tua passione un mestiere, sono io la prima ad essere curiosa sulle nuove tendenze, ma questo non significa che mi debbano per forza piacere.
Cocca de zia, non è che se Zara per la nuova stagione ci propone, alla modica cifra di 70 euri, le stesse ciabatte che mia nonna usa per andare nell'orto tu devi sentirti in dovere di indossarle facendoci credere che ci starebbero veramente daddio, eh?
Forse mi sbaglio ma un tempo avevo il ragionevole dubbio che il "mestiere" della fashion blogger avesse un minimo di dignità e fosse quello di scrivere a proposito delle nuove tendenze, stili nazionali e internazionali, stilisti emergenti, capi originali, tessuti e via dicendo. QUESTO NON SIGNIFICA CHE DOVETE SPARARVI DEGLI AUTOSCATTI A OGNI ORA DEL GIORNO E DELLA NOTTE.
Scrivere di moda non è pubblicare foto di voi con in testa l'ennesima cuffietta in morbidissimo pelo di kiwi, appoggiate al muro dove il barboncino del piano di sopra ha appena segnato il territorio.
Non è nemmeno tentare di farmi credere che mangerete veramente quella crepes alla Nutella che fate finta di sbonconcellare giusto per mostrare il nuovo ombretto color va a ciapà i ratt.
Chi sei tu per farmi credere che la moda siano scarpe ortopediche multicolori solo perché quel deficiente del tuo fidanzato ti ha scattato una foto mentre salti sullo sfondo di un parchetto dimenticato alla periferia estrema di Milano?
E soprattutto smettetela di augurarci la buona notte con un primo piano scattato sotto al sole di mezzogiorno, fresche di trucco e parrucchiere, che le donne vere vanno a letto solo quando l'ultimo sforzo contemplabile è quello di reggere un libro.

martedì 11 marzo 2014

Non dire Knorr

Il nuovo millennio ha partorito tantissime nuove variabili umane più o meno fastidiose.
Stiamo tutti a scagliarci contro gli indie, gli hipster, le imitatrici di Zooey Deschanel, i club del tramezzino, gli inestinguibili tronisti di Maria, trascurando una categoria in costante e inesorabile aumento.
I GOURMET.
I gourmet, attenzione, non sono chef, non sono sommelier, non sono ristoratori e nemmeno food blogger: sono una categoria di individui non malvagi ma potenzialmente ingannevoli e sicuramente dei gran rompipalle.
Con loro è altamente sconsigliato intraprendere un dialogo che sia minimamente incentrato sul cibo, perfino la pizza da asporto diventa un pretesto per dare dell'ignorante al prossimo.
«Hai assaggiato la pizza completamente bio nel nuovo asporto di via dalla parte opposta della città rispetto a dove abiti te
«No. Buona?»
«Guarda. NON PUOI CAPIRE. ECCEZIONALE»
«La proverò. Comunque anche il Merda sotto casa mia non è male eh...»
«No ma qui si tratta proprio di un'altra cosa. Non è nemmeno paragonabile. Cioè una teglia 4 gusti mi costa 24 euro ma è un'esperienza che non ti fa più tornare indietro...»
E STI CAZZI QUANTO LI PAGHI?
Ora. Se c'è una cosa che mi riesce molto bene nella vita, quella è mangiare. Giuro, sono bravissima. Da degna figlia di ristoratrice, sono cresciuta con l'amore per le tradizioni, per i sapori e con la curiosità di assaggiare. Fosse per me mangerei fuori ogni giorno. Però capite bene che una giornalista precaria non si può permettere di raschiare il fondo di tutte le borsette ogni volta che ha voglia di pizza, no?
Il gourmet invece, il degustatore di sapori raffinati, l'annusatore sopraffino, non accetta un pasto che sia normale. Deve esserci sempre l'ingrediente che lo differenzia dalla massa.
L'uovo sodo non può essere condito da sale e pepe, nemmeno da maionese, no. Ovviamente il gourmet ha le galline sul balcone del bilocale vista Duomo, cucina solo le uova fresche di giornata e le mangia solo se spruzzate di paprika della Micronesia e sale a scaglie estratto a mano dagli sherpa dell'Himalaya durante la luna calante.
La verdura, rigorosamente acquistata in fattoria, non si condisce con olio e aceto, ma con tabasco importato dall'Isola Che Non C'è perché ha quel retrogusto che ricorda le botti di rovere dove fanno maturare quel vino di cui vengono prodotte solo quattro bottiglie l'anno.
Il pane si fa in casa a mano e si cuoce nel forno a legna ubicato insieme alle galline sul balcone 2 x 2 cm, l'acqua non si compra al supermercato ma ogni domenica si va sull'Appennino a riempire taniche e bottiglie alla fonte non certificata, i surgelati sono un insulto, i salumi vale la pena di chiamarli tali solo se si è assistito al processo di lavorazione della carne perché ha un amico/un parente che.
Il gourmet, in poche parole, si sente investito del sacro dovere di insegnare alla gente a esaltare i sapori.
Non raccontare al gourmet i tuoi pasti miseri perché li prende come offesa personale.
Il massimo punto di sfregio, infatti, l'ho modestamente raggiunto io e credo che nessuno sappia fare meglio:
«Stasera ho cenato con passato di verdura in tetrapack Knorr e cracker».
«Sei una brutta persona».