lunedì 10 novembre 2014

Mi chiamo Alessandra, non ho tempismo

E quando penso che sia finita, 
è proprio allora che comincia la salita. 

Ultimamente ho sintetizzato un nuovo approccio a questa fantastica storia che è la vita: non più affrontarla di giorno in giorno, bensì di ora in ora.
Per non smentirsi, il 2014 mi ha regalato un ottobre che credo ricorderò finché ictus mi colga (e se andiamo avanti così, credo che dovrò aspettare ancora poco): un lavoro in bilico perenne, un trasloco sofferto, due trasferte, l'alluvione della mia città, i continui spostamenti per raggiungere Milano, le lezioni, un progetto da sviluppare da sola dopo la partenza improvvisa della compagna a cui ero affiancata, il tempo che scappa dalle mani e, da ultimo, un lutto che ha avuto l'effetto di una doccia gelata.
Ma va bene, va tutto avanti al grido di CE LA FACCIO CE LA FACCIO TUTTO OK TRANQUI come è giusto che sia.

E ce la farò anche a novembre, iniziato finalmente con la soddisfazione del concerto di di quel figo da 50 special che aspettavo da maggio, e con una notizia in bilico tra l'euforia e la cocente disperazione: mesi fa avevo mandato la candidatura a un bando fotografico a cui potevano partecipare gli under 35 delle province di Parma, Piacenza, Reggio Emilia e Torino. Secondo il regolamento, i dieci finalisti scelti in base ai portfolio allegati avrebbero avuto accesso alla seconda fase del concorso che prevede lo shooting di soggetti, luoghi e ambientazioni decisi dalla giuria.
Sì, sono tra quei dieci. 
Inspiegabilmente e inaspettatamente, non per finta modestia ma perché mi ero veramente dimenticata di aver mandato la candidatura.
Sono stata colta alla sprovvista da una notizia che mi riempie di meraviglia e orgoglio in un momento in cui, ebbene sì, presa da rabbia, ansia, sfiducia, delusioni e stravolgimenti di vita, ho da poco venduto tutta l'attrezzatura fotografica perché ero (sono, sarei...) intenzionata a non usarla mai più.

Ho sempre fatto molta fatica a spiegare cosa sia per me la fotografia, non è un argomento che affronto volentieri e se ho deciso di farlo è soprattutto per aiutare me stessa.
Abbiate pazienza.

Ho sempre avuto molta più dimestichezza con le parole, che siano scritte, parlate o recitate: tuttora subisco il fascino delle decine di sfumature della lingua italiana che cerco di rispettare in modo quasi maniacale. Con le parole, ho instaurato un rapporto che si è evoluto di pari passo con la mia crescita personale e si è consolidato fino a diventare uno strumento di lavoro, creta tra le mani, quasi una conoscenza disinvolta che non ha più bisogno di formalità.

Non lo so quando la fotografia da esigenza è diventata passione.
L'ho sempre osservata e amata come spettatrice incantata nei reportage di Diane Arbus e Robert Capa, nella poesia di Robert Doisneau, nella Parigi di Brassaï, negli attimi di Henri Cartier Bresson, nell'architettura dell'immenso Gabriele Basilico, nell'evanescenza di Luigi Ghirri.
La fotografia è entrata nella mia vita solamente come effetto collaterale, semplicemente perché all'inizio della mia esperienza come giornalista e per tanti anni a venire ho dovuto accompagnare gli articoli da foto. E queste foto dovevo farle da sola.

Non ho mai amato dovermi alzare davanti a tutti durante la conferenza di Pinco Pallino per immortalare un'immagine esaustiva della situazione. Non amavo la ricerca spasmodica del dettaglio quando ero inviata sul luogo di un incidente, non amavo non riuscirmi a concentrare sulle parole di chi intervistavo perché già vivevo con ansia il momento in cui avrei dovuto rincorrere una fotografia che traducesse quello che avrei poi scritto.
Non amavo, e non amo tuttora, essere osservata mentre sto dietro l'obiettivo, non amo chi si accorge di me e si mette in posa, non amo nemmeno il rumore del click.
Mi sento terribilmente goffa e impacciata, ho sempre la sensazione di dover chiedere permesso.

Non ho mai chiesto a nessuno, né credo che mai lo farò, cosa si vede nelle mie foto al di là del soggetto ritratto, al di là del mero giudizio soggettivo è bella/non è bella/mi piace/non mi piace.
Io, in ognuna di loro, vedo una parte di me senza nessuno di quei filtri che è invece possibile applicare alle parole. È come se ogni immagine svelasse tutta la mia fragilità, la mia inquietudine: giusto l'attimo di un click ed eccomi lì, esposta e vulnerabile.
Eppure, fotografare per me rimane un momento di isolamento, di pura libertà, di entusiasmo. Come una lunga apnea sott'acqua al termine della quale ad aspettarmi c'è il cielo più terso e luminoso che si possa immaginare. Vedere sullo schermo la foto proprio come volevo che fosse è la stessa sensazione dell'aria nei polmoni dopo una lenta risalita dal fondale del mare, quel sorriso inevitabile quando sulla testa non hai più la pressione dell'acqua ma solo il vento, il cielo, il sole e ti puoi finalmente abbandonare a galleggiare a pancia in su.

Ecco, spero sia la sensazione di chi guarda attentamente le mie foto. Galleggiare a pancia in su.


PS: in caso di incontenibile curiosità: qualcosafotografo

Let's do it.




8 commenti:

  1. Ciao Alessandra, da tanto non rispondevo ad un tuo post. Anch'io adoro la fotografia, da sempre. Sensazione intima dell'anima ed attenzione del particolare....visibile ed invisibile... Ti invio il mio grande "in bocca al lupo" con il convincimento che le tue immagini rappresenteranno una bella parte di te. Marco

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Marco grazie mille, mi fa molto piacere essere capita in una situazione così particolare. Un abbraccio.

      Elimina
  2. E' sempre bello riscoprirsi con una nuova passione o sentire che una vecchia è ancora così forte da avere bisogno di uno sfogo! Passerò dal tuo tumblr per vedere che combini :D Ciao!

    RispondiElimina
  3. Sono bellissime. E fotografi spesso i sorrisi. Lo sai? :)

    RispondiElimina
  4. Perche' in fotografia una macchina vale l'altra (piu' o meno). E' l'occhio quello che conta.

    RispondiElimina