lunedì 4 aprile 2016

I ricordi che non vorrei

Oggi ho festeggiato 7 mesi a Bologna e l'ho fatto a tigelle e crescentine sui colli, come fosse una canzone, o un libro. La mia personale versione di 50 Special o di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. O di Bar Sport, meglio.
Sette mesi di una città che sarà mia per sempre, che mi ha fatto diventare meno fighetta con il cibo, ancora più indipendente, più ferma e determinata quando si tratta di difendermi, più tenace. E anche più grassa, ok.
La vera, l'unica, regola di Bologna è che basta veramente poco per non volerla più lasciare, anche se il cuore è rimasto a qualche chilometro di distanza, lei si prende l'anima, gli occhi, lo stomaco. E ti bacia ridendo, è impossibile passare in bicicletta in Piazza Maggiore e non sentirsi baciati con lo schiocco.

Sette mesi che, probabilmente, non sarebbero esistiti se ben quattro anni fa io non avessi vissuto uno dei giorni più appaganti della mia vita. Un minuscolo pezzo di carta per il quale ho sudato e stretto i denti, per il quale la commissione che ha deciso tra sì, se lo merita, o no, fuori dalle palle, era proprio qui, a Bologna. Che fantastica storia è la vita.
Quattro anni fa sono diventata giornalista e una grande carica di motivazione per non arrendermi me l'aveva data la prima edizione a cui ho partecipato del Festival del Giornalismo di Perugia, nel 2011.
Quell'anno, in pochi giorni, ho conosciuto alcune tra le persone più care che ho nella vita e, soprattutto, ho finalmente capito cos'è il sollievo. Mi si è spalancato il cuore sentendomi per la prima volta parte di qualcosa, di qualcosa di bello. Il sollievo dopo esser cresciuta in provincia sentendomi sempre diversa, sbagliata, perché non facevo parte della compagnia giusta, perché mi sforzavo di ridere alle battute che fanno ridere tutti, quando sotto a quel sorriso forzato c'era solo un baratro di noia e di punti interrogativi. Perché non ero bella, non ero corteggiata e avevo interessi che nessuno condivideva. Per me il primo Festival del Giornalismo è stato come Bologna che ti bacia con lo schiocco passando in bicicletta, è stato un è tutto ok detto col sorriso, è stato sentirmi finalmente dove meritavo di stare. "Un giorno questo dolore ti sarà utile", se dovessi sintetizzarlo in un titolo di un libro.

Mercoledì inizierà l'edizione 2016 e io no, non ci sarò. E non perché il lavoro da libera professionista mi impedisca di partecipare ancora tra i volontari che ogni anno mettono ardore e passione al servizio di un culto più alto, il giornalismo. E non è nemmeno perché non credo più nel giornalismo, anzi. Ma quella bambina che piangeva di gioia per essere entrata a far parte di quello che altro non è che un ordine professionale non esiste più. Non so dove l'ho lasciata, dove sia nascosta. Non l'ho dimenticata, a volte la rimpiango, sento la mancanza dell'entusiasmo e della fiducia in una specie di destino giustiziere che, ero convinta, prima o poi mi avrebbe portato ciò mi spettava.
Da qualche parte quella bambina c'è ancora, altrimenti non saprei come altro spiegare certe scelte e certi scivoloni.
È veramente difficile ammettere che una cosa che mi ha arricchito così tanto possa andare avanti senza di me senza sentire la mia mancanza ma l'età che mio malgrado avanza mi ha risarcito con un dono prezioso: la consapevolezza. La capacità di fermarmi e ammettere senza paura di sembrare arrogante che no, io non sono più una volontaria.

Dio, come sono vecchia.

mercoledì 27 gennaio 2016

Il 2016

La mia amica Cecilia sostiene che io faccia scenate per tutto, ma preferisco dire che reagisco male.
Non importa l'entità della situazione, non importa se la soluzione tutto sommato è pure semplice.

Il 2016 è l'anno del mio primo rinnovo di patente ed è l'ultimo che vivrò completamente da ventenne, ovvio che io reagisca male. È esattamente la cosa più appropriata da fare, reagire male.
Come è possibile che i miei vent'anni siano già (quasi) finiti?
Come è possibile che niente di quello che da ragazzina avevo auspicato per il lontanissimo traguardo dei 30 anni si sia realizzato? 
Volevo essere bella, magra, ricca, famosa e sposata. Non sono niente di tutto questo e le prospettive che io possa diventarlo sono fantascienza: 
- Bella, è tardi. Sono vecchia, ho già i capelli bianchi e pure qualche ruga che non è più solo d'espressione. 
- MagraHAHAHAH. Purtroppo mangiare mi piace e pure tanto.
- Ricca, anche se non avessi la p iva servirebbe avere una professione (?) un po' più remunerativa della mia. Social Media Editor Junior? Si traduce con povertà.
- Famosa. Non fashion blogger, non sono youtuber, al massimo qualche amica di mia madre mi saluta sbracciandosi dall'altra parte della strada. 
- Sposata. Servirebbe tutto quello di cui sopra, e invece. Come mi è stato suggerito recentemente C'è chi sa tirare i rigori, chi fare le dosi del Negroni e chi conquistare. Io so fare le dosi del Negroni.

La verità è che si fa sempre in tempo a ricredersi, no?, ma nel dubbio è meglio mettersi avanti preparandosi al peggio, lasciando che l'ansia faccia il proprio corso e mi faccia elaborare a dovere ogni eventuale catastrofica conseguenza.
Una vita spesa a reagire male, già la vedo la targa con il mio epitaffio a cui faranno pellegrinaggio tutti gli ansiosi del mondo, diventando finalmente il vero motore trainante del turismo a Salsomaggiore Terme e riscattando finalmente nel borgo natio la mia granitica nomea di cessa e sfigata.

Ecco sì, vorrei che il 2016 fosse l'anno in cui smetto una volta per tutte di essere una sfigata.
Ma mi sa che il 2016 sarà un altro anno di Negroni (il cocktail raga).